di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Nessuno è un’isola. Tra introspezione e relazione

Se l’è andata a cercare!!! La cultura dello stupro reitera la violenza subita

 

“Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti”

F. De Andrè – Canzone del maggio

 

 

Se l’è andata a cercare!

Sono queste le aberranti parole pronunciate da più voci, troppe voci, a proposito della vicenda di una ragazzina di 16 anni, stuprata per circa due anni, da quando ne aveva 13, da un gruppo di nove uomini e poi ricattata perché mantenesse il segreto fino a quest’anno, in tutto 3 anni di efferata violenza.

Il contesto è Melito di Porto Salvo, un paese della Calabria di circa 14 mila abitanti.

È qui che una ragazzina di 13 anni, poco più che una bambina, ha subito in silenzio la violenza del branco per tre lunghi, infiniti anni, senza mai poterne parlare con nessuno, senza che mai nessuno si sia accorto della sua sofferenza, o forse, ipotesi ancora più terribile, che molti sapessero e si siano girati dall’altra parte.

Poi un giorno, grazie ad una segnalazione confidenziale alla polizia, lei ha il coraggio di denunciare, riesce a parlare dell’accaduto, riesce a superare la vergogna, il senso di umiliazione, riesce forse a pensare di valere ancora qualcosa e parla.

A questo punto sarebbe stata d’obbligo la solidarietà di tutti, persone di tutte le età e le rappresentanze sociali unite a fare cerchio attorno a questa adolescente che ha vissuto un incubo lungo tre anni.

Mi sarei aspettata messaggi d’affetto per lei, sostegno alla famiglia e critiche feroci e inorridite verso coloro che hanno messo in atto uno stupro di gruppo per ben due anni.

Lo so, li ho già ripetuti tante volte questi numeri, ma sono io la prima a rimanere incredula, a spalancare gli occhi di fronte a tanto orrore, ma questa è la cruda realtà!

La vile, triste, schifosa, tragica realtà, in cui anziché fare rete intorno alla vittima, ci si schiera con i carnefici.

E lo si fa in tanti modi!

Prima di tutto con la poca partecipazione alla fiaccolata organizzata contro la violenza: poche centinaia di persone e molte di loro dei paesi vicini, con la scarsa presenza di figure istituzionali, quelle che avrebbero dovuto prendere una posizione ufficiale e deprecare un atto così vile e un reato così infame.

E poi le parole dei sacerdoti del paese, uno che dice che “sono tutti vittime, anche i ragazzi”, mettendo in atto la fine strategia de “un colpo al cerchio e uno alla botte”, così nessuno è colpevole, siamo tutti tranquilli e non ci si inimica nessuno.

E l’altro che in un’intervista risponde che “in paese c’è troppa prostituzione”, mostrando insieme una totale assenza di sensibilità da un lato e di logica dall’altro (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/stupro-reggio-calabria-vince-lomerta-e-la-cultura-dello-stupro/3027319/)

Cosa c’entra la prostituzione con la violenza sessuale subita?

Forse si tratta di due novelli Don Abbondio “vasi di coccio tra vasi di ferro” chissà, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” avrebbe detto Alessandro Manzoni!

Ma a me vengono i brividi a leggere le loro parole, ennesima forma di abuso subita dalla giovane ragazza da figure che avrebbero dovuto consolarla, sostenerla, supportarla anche attraverso la condanna delle gesta compiute dal branco feroce.

E poi il sindaco che se la prende con la giornalista che dà voce al pensiero della gente, a coloro che anche in strada, nutriti dal più becero senso comune, ripetono “se l’è cercata”.

E ancora una volta la ragazza subisce un abuso, anche le istituzioni non prendono posizione e non condannano questi atti, ma chiedono il silenzio su un evento per il quale la rottura del silenzio dovrebbe essere inesorabile e certa (http://www.lastampa.it/2016/09/11/italia/cronache/se-l-andata-a-cercare-il-paese-volta-le-spalle-alla-ragazzina-violentata-zzOxJ18IlHQP1vHsG4HDOO/pagina.html).

Perché di queste cose si deve parlare, perché uno dei modi per aiutare le vittime di abusi sessuali e render loro giustizia, è aiutarle ad avere giustizia legale e supporto sociale, oltre naturalmente al sostegno psicologico.

Queste modalità sono invece, ancora una volta, traumatiche, lavorano sul giudizio e sul senso di colpa, sul senso di umiliazione e di vergogna, con dinamiche pericolosamente vicine a quelle subite con l’abuso.

Una ragazzina, poco più che una bambina che a 13 anni si è ritrovata sola, la famiglia non si è resa conto di ciò che stava accadendo, forse perché troppo presa dalle dinamiche conflittuali interne, forse perché impaurita dalle relazioni familiari di alcune delle persone coinvolte e nemmeno la scuola sembra essersi resa conto, né la gente del paese (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/09/02/calabria-violentata-dal-branco-per-quasi-due-anni-dieci-arresti-investigatori-comunita-e-famiglia-sapevano-delle-angherie/556614/).

Nessuno ha mai davvero visto l’auto che si fermava di fronte alla scuola per farla salire almeno due volte alla settimana?

Nessuno ha visto o nessuno ha voluto vedere?

Tra i nove (e ripeto nove) del branco c’erano parenti di persone influenti, c’era il rampollo di un potente boss della ‘ndrangheta, forse questo ha fatto paura e messo a tacere i più, anche di fronte ad una cosa così terribile.

E anche adesso che l’orrore è ufficiale, è la paura che sembra dominare, quel sordo terrore che ha portato e porta ad insabbiare, al silenzio, al voltarsi dall’altra parte o addirittura a dare la colpa alla vittima, così ci si sente con la coscienza a posto per non essere intervenuti.

Ma come è possibile dare la colpa ad una ragazzina di 13 anni che è stata ingannata, plagiata, ferita, colpita nell’autostima per ben tre anni?

Voglio dire alla ragazzina e alla famiglia che, nonostante tutto questo dolore, nonostante il fango e l’ulteriore umiliazione, hanno fatto bene a denunciare, anche se adesso l’unico desiderio è quello di poter andare via dove nessuno li conosca e in un posto dove poter ricominciare.

La denuncia e il dare voce alla violenza sono l’unica strada possibile per un paese civile per gettare le basi del senso di giustizia e di riparazione.

Susan Brison, filosofa statunitense, definisce lo stupro “un assassinio senza cadavere”.

Una definizione forte che rende bene l’idea della violenza devastante che sradica ogni difesa e fa sembrare impossibile il potercela fare.

Il senso di disintegrazione, dopo una simile esperienza, resta per tanto tempo, così come il senso di frammentazione del sé e la dissociazione, figli della paura e del senso di impotenza.

Il lavoro di integrazione di un’esperienza di questo tipo nella propria vita è lungo e complesso e, perché lo si possa portare avanti in modo adeguato, è necessario avere uno spazio d’ascolto libero e non giudicante, uno spazio in cui poter esprimere l’umiliazione, la vergogna, l’impotenza a qualcuno capace di esserci, di accogliere e piano piano aiutare a riparare.

E purtroppo, in questa situazione, il lavoro dovrà comprendere anche il dovere tollerare la frustrazione del trovarsi ad affrontare una violenza ulteriore figlia della paura e dell’ignoranza, della terribile omertà che ha caratterizzato questa vicenda.

Maria Grazia Rubanu