di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

genitori e figli

Omosessualità: come parlarne con un adolescente. Le risposte delle psicologhe

omosessulità

Prosegue la nostra collaborazione con Manu e Flavia del blog Genitorialmente , iniziata il mese scorso con un confronto tra genitori e psicologi sul Ruolo paterno nell’educazione delle figlie femmine (qui le loro domande e le nostre risposte)

L’argomento del mese di aprile è “Omosessualità come parlarne con un adolescente?” e per introdurre l’argomento riportiamo una frase del post precedente che ha colpito Manu e Flavia e cerchiamo di partire da qui:

“La  sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre”.

Prima di parlarne con i nostri figli dovremmo avere chiaro in mente che cosa sappiamo sul tema e che cosa vogliamo insegnare loro. Il rischio di trasmettere una visione stereotipata di una realtà molto complessa è infatti dietro l’angolo. Ed proprio questo l’elemento che fa riflettere le nostre mamme:

“Come genitori qual è la nostra posizione nei confronti degli omosessuali?”

Se si hanno posizioni omofobe non si potrà che trasmettere questa immagine.

È  molto probabile che ci si senta imbarazzati a parlare di questo tema con i figli, sia perché è un argomento che riguardaanche la sfera della sessualità, sia perché nello specifico è un tema che spesso viene trattato in modo superficiale e stereotipato.

La prima cosa che vogliamo sottolineare è che non ha senso parlare di omosessualità esulando dalla sfera affettiva più ampia, il termine omosessualità è  incentrato solo sulla sfera sessuale, mentre sarebbe più giusto parlare diomoaffettività. Non si tratta infatti di sole questioni legate alla sessualità ma alla creazione di legami affettivi, esattamente come nelle coppie eterossessuali.

Troppo spesso si sente dire ancora che gli omosessuali avrebbero una vita più sregolata affettivamente rispetto agli eterosessuali e che i loro costumi sessuali sarebbero più liberi e le coppie spesso più trasgressive e aperte al tradimento. Non si tratta che di stereotipi, basati su vecchi luoghi comuni duri a morire. Le relazioni omosessuali infatti hanno le stesse caratteristiche e la stessa probabilità di durata o di fedeltà delle relazioni eterosessuali .

Proviamo ad entrare nello specifico delle domande poste dalle mamme di Genitorialmente.

Omosessualità: come può un genitore parlarne con i figli adolescenti? Da dove incominciare?

Bisognerebbe iniziare a parlarne molto prima, sin da quando i bambini sono piccoli, proprio quando si comincia a parlare dell’affettività e dei sentimenti come l’amore.  I  bambini e le bambine a partire dai 4 anni colgono con chiarezza le differenze tra uomini e donne e per assimilazione possono imparare molto in fretta che le parole gay e lesbica hanno un’accezione negativa, anche se ancora non sanno cosa significhino questi termini.

I primi comportamenti vessatori nei confronti di chi è percepito come differente possono cominciare già dai 7 anni a scuola.

La segregazione di genere diventa massima ai primi anni delle medie, quando il cammino per la costruzione della propria identità porta molti ragazzini a estremizzare le condotte considerate conformi al genere e stigmatizzare ciò che viene ritenuto differente.

Qui il ruolo di genitori e insegnanti è fondamentale anche per evitare che i comportamenti non ritenuti corrispondenti al ruolo di genere debbano per forza coincidere con l’omosessualità. Un bambino che gioca con le bambole sarebbe dunque destinato a diventare gay; quante persone, vedendolo, avranno come primo pensiero quello che da grande potrà essere un buon padre?

Se si inizia quando i figli sono piccoli sarà poi molto più facile continuare ad avere un dialogo aperto quando saranno adolescenti. Ciò che si dovrà fare a questo punto sarà soltanto adeguare il linguaggio all’età e prepararsi a domande più specifiche e complesse.

L’identità di genere può essere definita come il sentimento psicologico dell’appartenenza a un genere sessuale ed è un processo che si costruisce col tempo, fino ad essere parte della maturità di ogni individuo.

Il processo di costruzione e acquisizione della propria identità di genere fa parte della formazione dell’identità della persona ed è strettamente legato alla strutturazione di un senso di sé stabile che, in età adolescenziale, prevede la considerazione, la messa in discussione e l’integrazione degli aspetti costruiti nel tempo, con l’introiezione di aspetti maschili e femminili.

Vittorio Lingiardi ci da in proposito una spiegazione molto semplice, che possiamo fare nostra e utilizzare con i nostri figli adeguandola all’età di sviluppo:

“Alcune persone sono maggiormente o esclusivamente attratte (romanticamente, eroticamente) da persone dello stesso sesso; altre sono maggiormente attratte da persone dell’altro sesso. Perché questo accada non è stato spiegato in modo soddisfacente, e probabilmente si tratta della combinazione di volta in volta imprevedibile di una serie di fattori biologici, psicologici e ambientali. Il modo di descrivere e denominare l’orientamento sessuale e affettivo è tuttavia storicamente specifico. In questo senso, i termini etero/omo stanno a significare modi culturalmente determinati di nominare, valutare e organizzare socialmente i desideri e i legami che da essi derivano.” [1]

L’aspetto più importante da sottolineare è dunque che non c’è un solo modo di esprimere la propria affettività e sessualità, ma ci sono tanti modi ed ognuno è legittimo, nel momento in cui si basa sul rispetto di se stessi e dell’altro. È fondamentale ribadire, così come si dovrebbe fare sempre quando si parla di sessualità, che questa rientra nella sfera affettiva e relazionale più ampia e che da questa non può essere esulata.

Se fosse nostro figlio a essere omosessuale?

È importante che i genitori possano accettare la possibilità che il proprio figlio sia differente da come lo avevano immaginato.

Questo significa essere aperti a tutte le possibilità di sviluppo che un bambino/ragazzo può avere, ma soprattutto significa accogliere e accompagnare il proprio figlio durante la sua crescita, significa essere al suo fianco e sostenerlo.

Significa darsi la possibilità di gettare le basi per una relazione autentica, in cui ognuno riconosce l’altro per ciò che è, e significa continuare la fondamentale azione di protezione del figlio che si è iniziata nel momento in cui lo si è messo al mondo.

Riconoscere e accogliere il proprio figlio significa dargli una fondamentale testimonianza d’amore, significa non farlo sentire solo, significa stare dalla sua parte e dimostrarlo in modo chiaro.

In adolescenza la “scoperta” della propria omosessualità rappresenta  per molti ragazzi uno spartiacque, un momento fondamentale che separa un prima da un dopo e avere la certezza di un sostegno in famiglia rappresenta una risorsa fondamentale per essere attrezzati ad affrontare le difficoltà che il mondo esterno può presentare.

Proviamo adesso a metterci nei panni dei genitori, Manu e Flavia si fanno portavoce delle paure più intense:

Nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio fosse omosessuale”

Quando si pensa all’omosessualità dei figli la fantasia corre subito alle sofferenze alle quali questi dovranno andare incontro nella società e nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio venisse esposto a prese in giro e stigmatizzazioni. Ci si immagina una società spietata o, nella migliore delle ipotesi, non ancora pronta ad accogliere l’omosessualità come naturale variante del comportamento umano.

È comprensibile che si abbiano queste paure ma allo stesso tempo è fondamentale che non ci si lasci paralizzare, diventando, proprio perché non si prende posizione esplicita, parte di quella società chiusa da cui ci si ritiene differenti.

La società è meno indietro di quanto si creda, anche perché è fatta di persone che non sono tutte uguali e che spesso, se gliene diamo la possibilità, riescono a stupirci.

Molte associazioni che si occupano dei diritti delle persone lgtbq sostengono che sia fondamentale lavorare per avere visibilità, fare informazione e formazione su questi temi, a cominciare dalle scuole parlando con i bambini, con gli insegnanti e con i genitori.

Noi crediamo che abbiano ragione: farsi conoscere è il modo migliore per abbattere gli stereotipi.

Quando le persone hanno di fronte a sé esseri umani reali e non delle generiche categorie dietro un’etichetta, sono più aperte e disponibili a conoscere e ad aprire la propria mente.

Come studio Psynerghia noi collaboriamo con l’associazione Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori omosessuali che ha fatto della visibilità la sua carta vincente. I genitori di Famiglie Arcobaleno parlano della propria vita normale, a volte noiosa come quella di tante famiglie, perché non hanno niente di eccezionale. Come tutte le famiglie si basano sull’amore che ne lega i componenti.

Ma come si fa a capire se il proprio figlio è omosessuale?

Ci sono dei segnali che possono aiutarci a capire?

Esiste un’età definita in cui un ragazzo o una ragazza prendono coscienza di essere gay?

Come si “scopre” la propria omosessualità?  O, da genitore, quella di un figlio? Si tratta di un lampo che squarcia il cielo o, piuttosto, di una somma di momenti che poi portano ad una presa di consapevolezza? Ci sono dei tempi e della modalità uguali per tutti o ogni storia è una storia a sé?

Il rischio anche in questo caso è quello di semplificare troppo una realtà complessa  e a questo proposito citiamo le parole di  Vittorio Lingiardi e Roberto Baiocco

 “[…]molte e diverse sono le (etero) – (bi) – (omo) –sessualità, e sempre plasmate  dai contesti culturali  e dalle aspettative rispetto al genere” [2]

Le omosessualità sono dunque molte come le eterosessualità e di conseguenza sono molti i modi in cui possono essere vissute, ci sono persone che già da piccole si sentono diverse dalla maggior parte dei coetanei e danno a questa diversità il nome di gay o lesbica,  sentendo pronunciare dai compagni queste parole o altre che diventano consapevoli del proprio orientamento sessuale da adulti, dopo aver avuto esperienze eterosessuali.

Per quanto riguarda i genitori, anche in questo caso le esperienze sono tante e differenti e sono inevitabilmente legate alla natura della relazione costruita con i propri figli sin dalla prima infanzia. Ci sono genitori che raccontano di averlo sempre saputo, altri che non se lo aspettavano proprio. Genitori che accolgono la cosa con naturalezza e genitori che vivono momenti di difficoltà più o meno grandi prima dell’elaborazione.

Ci piacciono molto le parole usate dalle nostre mamme:

Per noi vale solo una regola, i figli sono al centro e il nostro strumento rimane solo ed esclusivamente uno: l’amore.

Questa è la sola risposta possibile.

Sappiamo che non è sempre facile  per un genitore il processo di accettazione, ma sappiamo anche che, se guidato dall’amore, saprà chiedere aiuto se si sente in difficoltà, in modo da poter poi sostenere il proprio figlio nel proprio cammino verso la vita.

I figli hanno un solo modo per imparare il rispetto di sé e dell’altro e questo modo è il sentirsi rispettati nella propria individualità. Solo se ci si sentirà accolti per ciò che si è si potrà fare altrettanto con le persone che si avranno attorno. Non si può pensare di insegnare il rispetto se questo non viene modellato con l’esempio quotidiano. 

E questo vale anche per l’utilizzo di un linguaggio che porta a schernire i coetanei che si comportano in  modo non ritenuto coerente con il genere di appartenenza.

Rispetto alla ricerca google che da come prima parola malattia ribadiamo che

Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) ha rimosso l’omosessualità dalla lista di patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM), e ha introdotto la definizione dell’omosessualità come “variante non patologica del comportamento sessuale”, riconoscendo la stessa suscettibilità alle patologie sia in personeomosessuali che eterosessuali. Nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu, di Studio Psynerghia e Psyblog.

Leggi anche:

–  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le domande dei genitori

–  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le risposte degli esperti


[1] Lingiardi V., Citizen gay. Affetti e diritti, Il saggiatore, 2012.

[2] Lingiardi V. Baiocco R., Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva: coming out, compiti di sviluppo, fattori di protezione, in Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere, a cura di Quagliata E., Di Ceglie D., Astrolabio, 2015.

Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. La nostra risposta ai genitori di Genitorialmente.it

Father and daughter

Leggiamo e, con piacere proviamo a fermarci a riflettere insieme a Manu e Flavia del blog di genitori Genitorialmente.it sui diversi punti che hanno evidenziato  e che ci hanno colpito.

 

Iniziamo con un’affermazione che potrebbe diventare un mantra “Anche se a volte non sembra un adolescente ha bisogno dei suoi genitori”.

L’adolescenza, come tutti i momenti di passaggio, è un’età delicata in cui aumenta il desiderio di autonomia e indipendenza e di conseguenza le richieste dei ragazzi si fanno più insistenti e la pazienza dei genitori viene spesso messa alla prova.

Aumentano gli scontri perché le visioni della vita diventano differenti e i genitori si ritrovano a dover fare i conti col sentirsi “rifiutati” dai propri figli.

Quante volte ci si sente dire frasi come queste: “lasciami fare, questa è la mia vita!”, “ma cosa vuoi da me, pensa alla tua vita!”, “lasciami in pace, ho diritto di fare le mie esperienze!”.

Si tratta di frasi che colpiscono molto perché vanno a toccare la sfera emotiva, ed è difficile non sentirsene travolti e non sentirsi schiacciati o non stimati come genitori.

In realtà proprio in questi momenti è fondamentale riuscire a non dare troppo peso alle parole che i ragazzi usano e non perdere di vista il mantra “anche se non sembra, mio figlio ha bisogno di me”, un adolescente ha sempre bisogno della presenza vigile, ma non opprimente dei genitori, di regole e limiti e anche di discussioni e litigi.

La regola di base è che, anche se non lo ammetterebbe mai, un adolescente ha uno straordinario bisogno dei suoi genitori, che siano mamma e papà, due mamme o due papà.

Anche se in questo periodo della sua vita diventano particolarmente importanti i coetanei, i genitori svolgono una funzione differente, di contenimento e di “base sicura” alla quale tornare anche quando si fanno esperienze differenti.

Il segreto è dunque quello di riuscire ad esserci, in modo discreto, anche quando ci si sente rifiutati, anche quando i figli sembrano vergognarsi dei genitori, perché queste figure, se ben funzionanti, sono fondamentali per aiutare il ragazzo a diventare un adulto competente.

Un altro punto fermo è quello che i genitori siano d’accordo sulla linea educativa da seguire con i figli e che ci sia tra loro complicità… insomma se la coppia funziona bene è più facile anche fare i genitori, perché si sente nell’altro un sostegno e ci si può affidare a lui quando ci si sente in difficoltà.

Bisogna sempre ricordarsi che i figli tendono a infilarsi negli spazi che si creano tra i genitori, per cui avere una chiara divisione tra i sottosistemi è una grande risorsa: in famiglia è chiaro chi sono i genitori e chi i figli o, a volte,  i ruoli e le funzioni si sovrappongono?

Sulla base dei due punti fermi elencati sopra ci sentiamo dunque di dire che non ci sono regole fisse su come crescere i propri figli e accompagnarli in questa età.

Riteniamo che, anche nello specifico, delle figlie femmine, non ci siano cose che è meglio faccia un padre e cose che è meglio faccia una madre.

La buona riuscita di un intervento educativo è infatti legata a come l’intervento stesso viene proposto e quindi a quanto la persona che lo mette in atto lo sente suo, insomma se il genitore, mamma o papà crede nel valore di ciò che sta cercando di trasmettere, la cosa andrà probabilmente a buon fine. Se invece ci si sente esitanti e sembra di zoppicare,  il figlio o la figlia coglierà questo segnale e ne approfitterà, perché questo è il suo ruolo.

Ci sono dunque situazioni che i genitori possono gestire insieme e altre che possono gestire da soli, sulla base delle loro competenze individuali e di relazione con i figli e le figlie.

Il ruolo paterno nel corso degli anni è cambiato molto e, se in passato i padri avevano soprattutto la funzione di trasmettere e fare rispettare le regole, adesso è sempre più frequente riscontrare una interscambiabilità dei ruoli che è molto funzionale per l’educazione dei figli: non ci sono dunque compiti più adatti a un padre o a una madre, ma le funzioni genitoriali possono essere esplicate da entrambi.

Questo non significa che ci si debbano dividere i compiti a metà, ma che ognuno può essere genitore seguendo le proprie caratteristiche di personalità e sulla base della relazione con il proprio partner e con i figli.

Condividiamo la riflessione di Manu e Flavia

“Credo che in moltissime famiglie si tenda a cercare somiglianze caratteriali con i propri figli. Le affinità di carattere se da un lato possono aiutare la comprensione, dall’altro possono ostacolare il dialogo perché il rischio di scontri è sicuramente maggiore. Tuttavia è anche vero il contrario: se i caratteri sono molto diversi è difficile trovare un’intesa.”

Quello che scrivono è senz’altro vero e tanti genitori possono riconoscersi in questa affermazione, proprio per questo la flessibilità dei ruoli nell’educazione dei figli può essere un grande valore: ci sono situazioni in cui è meglio che intervenga un genitore e altre, in cui è meglio che intervenga l’altro. Ci sono momenti in cui si può intervenire assieme. Ci sono anche momenti in cui ogni intervento sembra fallire e si va inesorabilmente verso lo scontro.

In questi momenti bisogna sempre ricordare che lo scontro è inevitabile in un’età in cui, per definire se stessi bisogna necessariamente mettere in discussione tutto ciò che c’è attorno, comprese le figure dei genitori.

Sta dunque al padre e alla madre avere la capacità di accettare di sentirsi criticati, messi da parte, anche svalutati, tenendo a mente che lo è per alcuni momenti ma non è una messa in discussione della loro identità in assoluto.

Le affinità caratteriali possono essere risorsa e ostacolo, la sensibilità dei genitori deve affinarsi a comprenderlo e accoglierlo.

La presenza paterna è dunque fondamentale come quella materna, questo vale sempre quando ci sono due genitori. Non è detto invece che sia sempre utile l’affinità di genere. Le funzioni materna e paterna possono infatti essere svolte in modo interscambiabile da madre e padre e lo stesso vale se ci sono due genitori dello stesso sesso.

Gli studi sulla genitorialità ci dicono infatti che non ci sono differenze sullo sviluppo dei figli cresciuti in famiglie omogenitoriali e eterogenitoriali, né dal punto di vista emotivo, né da quello cognitivo, questo perché non è il sesso dei genitori la variabile che fa la differenza, ma la capacità di amare, dare regole, educare, accogliere e trasmettere valori.

L’ultimo punto a cui Manu e Flavia fanno riferimento è molto importante e lo analizziamo a partire dai termini, assolutamente corretti, che hanno utilizzato, parlano infatti di “educazione all’affettività e alla sessualità”. L’educazione alla sessualità è infatti solo una parte della sfera più ampia dell’affettività, le cui basi vengono gettate sin dalla nascita dei propri figli.

La sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, che si sentono imbarazzati a pensare ai propri figli e, spesso ancora di più alle proprie figlie che crescono anche da questo punto di vista.

Anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre.

È un argomento che può essere affrontato in vari modi e sicuramente non “una volta per tutte”, per cui è fondamentale che, a seconda della situazione e del momento possano intervenire entrambi i genitori, solo la madre o solo il padre.

Riflettiamo con voi sul fatto che possa essere un po’ rischioso che sia un argomento di totale pertinenza solo di un genitore e che, il contributo di entrambi: madre e padre possa essere fondamentale, perché sono differenti, hanno esperienze differenti e probabilmente potranno dare un sostegno che va ad integrare quello dell’altro, visto che i timori legati ai fattori di rischio in questa sfera, saranno probabilmente gli stessi.

Per leggere il post del blog Genitorialmente.it, andate al link:www.genitorialmente.it/

Il mese prossimo parleremo di Identità di genere e omosessualità.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Nella foto “Padre e figlia” opera di Susan Lordi

Da oggi inizia una nuova collaborazione con Genitorialmente.it

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Abbiamo il piacere di presentarvi una nuova collaborazione con Genitorialmente.it un blog di genitori che abbiamo incontrato nel nostro cammino e avuto modo di apprezzare.

Si tratta di uno di quegli incontri che nascono per caso e poi diventano preziosi.

Siamo psicologhe specializzate in terapia familiare e crediamo fortemente nelle risorse delle famiglie.

A tutte le famiglie capita di affrontare dei momenti di difficoltà: ci sono temi che sono peculiari di una famiglia e temi che sono invece universali, tipici delle diverse fasi del ciclo di vita e, che possono essere affrontati in modo differente.

Questa collaborazione nasce dall’intento di stimolare, attraverso delle riflessioni, la messa in atto delle risorse che le famiglie hanno, anche quando faticano a vederle, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli.

Ogni mese saremo ospiti di Manu e Flavia, che hanno ideato e gestiscono con amore il blog Genitorialmente.it,  loro saranno poi nostre gradite ospiti qui e sul nostro blog Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere.

Il 19 marzo è la festa del papà, inizieremo dunque con un post sul ruolo paterno nell’educazione delle figlie.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu