di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

genitori e figli

Esiste il figlio preferito? I genitori e le differenze tra i figli. La risposta delle psicologhe

I gemelli Giorgio De ChiricoProsegue la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema di cui ci occupiamo è quello anticipato nel titolo.

Dal blog Genitorialmente ci chiedono se, nonostante quanto i genitori dicano sempre, ci sia per loro un figlio prediletto.

Possiamo essere certi che se si chiede a un genitore se ha delle preferenze tra i suoi figli, quasi certamente ci risponderà di no. Per i genitori i figli sono tutti uguali!!!

Ma possiamo avere la stessa certezza rispetto alla percezione dei figli?

Ognuno di noi, come figlio, ha pensato in qualche momento della vita che i propri genitori abbiano avuto delle preferenze, verso noi stessi o, ove ci siano, per i nostri fratelli e sorelle.

È il gioco delle parti e anche il frutto di una visione più moderna delle famiglie: nella visione contemporanea delle relazioni familiari è infatti impensabile e considerato fortemente scorretto che un genitore abbia un figlio prediletto. In passato, come ben rappresentato sin dalla tradizione biblica, le cose erano viste in modo differente. Basti pensare alla richiesta fatta da Dio ad Abramo di fare sacrificare Isacco proprio perché è il preferito.

Secondo una ricerca dell’università della California, il 70% dei genitori ammette, seppur con difficoltà, di avere una preferenza per uno dei figli, che spesso è il primogenito, anche se non sempre la motivazione è così semplice. Il figlio che riceve maggiori attenzioni potrebbe anche essere il più fragile o quello più problematico o magari quello che viene percepito come più simile a sé …

La questione è a nostro avviso più complessa e dipende dal fatto che tra genitori e figli si costruiscono delle relazioni tra individui differenti, con personalità proprie. 

Un po’ come diceva la mamma di Manu quando lei le chiedeva come mai preferisse suo fratello a lei:

 “Tuo fratello ha bisogno di cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta però a Manu non bastava e forse sembrerà molto semplice, fin troppo, a chi ci legge.

E allora proviamo a spiegare meglio ciò che accade e le variabili che entrano in gioco in una situazione come questa.

Ogni bambino nasce in momenti di vita differenti per la coppia e per i singoli genitori, in momenti diversi si hanno aspettative ed emozioni differenti. Sono differenti le gravidanze che le madri portano avanti e il modo in cui madri e padri le vivono dal punto di vista fisico e psicologico.

La nascita di un figlio si inserisce in tutti gli altri eventi che accompagnano il ciclo di vita della famiglia e, pur essendo un lieto evento, può accadere in concomitanza di un momento di sofferenza, come un lutto o la malattia di una persona cara. Inoltre la gravidanza può essere cercata o arrivare “a sorpresa”. Un figlio può arrivare appena si inizia a cercarlo o dopo tanti anni di tentativi e aspettative deluse. Può arrivare dopo un periodo di temporanea infertilità o dopo delle interruzioni di gravidanza.

Diventare genitori porta sempre i partner a confrontarsi con il proprio essere stati figli, con gli errori che non si vogliono ripetere e con le cose positive che si vogliono trasmettere. Questo vale sia individualmente che come coppia, visto che i due partner dovranno anche confrontarsi sulle percezioni individuali per trovare un modo comune di crescere i figli, anche partendo da rappresentazioni molto differenti.

Ogni figlio ha inoltre caratteristiche proprie, può essere percepito come più facile o più complesso da gestire, come più simile a sé o al partner, o magari a qualche altro membro della famiglia con il quale si sono avute relazioni particolarmente significative, nel bene e nel male.

La rappresentazione più classica è quella che vede le preferenze trovare un senso nell’ordine di genitura o nel sesso biologico di appartenenza e allora avremo il primogenito come il preferito, o il figlio maschio che trasmetterà il cognome del padre, oppure il più piccolo che sarà il cucciolo di casa o magari il bastone della vecchiaia. Ma che dire allora della sindrome del figlio di mezzo? Quello che non è il primogenito che ha reso per la prima volta tali i suoi genitori, né il cucciolo piccolino da proteggere. Quello che deve confrontarsi con il più grande da cui prendere esempio ed ereditarne i giochi e i vestiti e con il più piccolo che arriva a detronizzarlo e di cui magari dovrà occuparsi.

Le cose nelle relazioni familiari non sono mai lineari, ma sempre condizionate dalla prospettiva dalla quale le si guarda. Per tale motivo, se il primogenito sarà visto dai fratelli minori come il principe ereditario, lui potrebbe invece sentire troppo il senso di responsabilità dell’essere il più grande e quindi quello con cui inevitabilmente confrontarsi, quello che dovrà tollerare i capricci dei più piccoli, passare anche i suoi giochi più cari perché non si può essere egoisti con i fratelli e così via…

Il più piccolo sarà visto dagli altri come quello più coccolato e viziato ma probabilmente percepirà se stesso come uno che deve sempre confrontarsi con i pilastri rappresentati dai fratelli maggiori, magari più bravi a scuola e quasi sempre più responsabili. E l’idea del bastone della vecchiaia di cui scritto sopra potrebbe essere vista in modo positivo dai genitori ma rappresentare un enorme carico psicologico per lui.

Insomma, a seconda del punto di vista da cui guardiamo le cose, le stesse cambiano e diventano positive o negative per i figli e per i genitori.

Una cosa certa è che i genitori non si comportano in modo identico con i figli e questo avviene non perché ci siano delle preferenze, ma perché sono diversi i figli, diverse le relazioni con loro; diverso il tipo di attaccamento, la modalità di esprimere l’affetto, il tipo di attenzioni che vengono date loro. Differenze che in genere sono più qualitative che quantitative.

Insomma se ci sono delle preferenze non sono certo volontarie, ma magari legate a una o più delle variabili sopraelencate.

Certo è che se i figli percepiranno queste differenze come preferenze, ci saranno delle invidie e conflittualità tra fratelli, realtà sempre esistite e che in genere si appianano in età adulta, quando la relazione tra fratelli diventa consapevolmente la più importante e duratura per ognuno di loro.

Per dirla con le parole di Manu “Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.”

Manu riporta anche la bellissima frase di una sua amica “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Noi ci troviamo d’accordo con l’amica di Manu.

Per usare le parole di Carl Whitaker, siamo certe che la cosa simpatica dell’amore è che non è come il sapone, non lo consumi. Somiglia più ai muscoli: più impari ad amare, più riesci ad amare”.

Ci viene in mente la storia di Gianni e Francesco, due fratelli che sono cresciuti con la convinzione di essere uno il preferito del padre e l’altro della madre. La loro storia familiare è piuttosto complicata, dopo la nascita di Gianni la madre vive una brutta depressione post partum e ad occuparsi del bimbo sarà soprattutto il padre con il quale si crea un legame fortissimo, intenso ed emotivamente carico in cui il bambino trova ciò che la madre non riesce a dargli, ma anche il padre trova grande gratificazione e riconoscimento in questo figlio che sembra somigliargli così tanto. Francesco arriva diversi anni dopo, la madre sta apparentemente meglio e riesce a gestire in modo differente la situazione, tenendo il piccolo sempre con sé e costruendo con lui un legame molto forte, a tratti simbiotico. La madre vede Francesco come molto più simile a sé rispetto a Gianni. Francesco ama stare con lei e sembra capire la sua sofferenza, a differenza di Gianni che esprime insofferenza verso le modalità depressive della madre.

Ad una visione superficiale anche noi potremmo forse dire che è proprio così come appare: Gianni è il figlio preferito del padre e Francesco della madre.

Ma se analizziamo il contesto relazionale così come descritto, ce la sentiamo ancora di abbracciare questa visione? O non si tratta invece di considerare una visione delle relazioni familiari come più complessa e meno lineare di quanto avviene ad un primo sguardo?

Manu ci chiede se sia possibile comportarsi in modo identico con i figli e la nostra risposta è no: è inevitabile costruire relazioni differenti a seconda della situazione, delle caratteristiche, del momento in cui nascono di cosa accadeva nella vita dei genitori in quel periodo, di come stavamo, di come sarà la gravidanza e i primi mesi di vita. Di come sarà la relazione di coppia in tutte le fasi e le relazioni con le famiglie d’origine e di come saranno quei bambini, tutti figli degli stessi genitori, ma non per questo uguali.

Anche le regole quando i figli crescono possono essere adeguate alle caratteristiche degli stessi. Il nostro consiglio è quello di avere un po’ di flessibilità: avere delle regole fondamentali che sono uguali per tutti perché rappresentative di valori familiari fondanti e altre che possono essere modificate con flessibilità a seconda della situazione, non temendo le accuse di ingiustizia e trattamento differenti da parte dei figli, che ci saranno sempre e comunque.

Crediamo che anche le differenze figlio maschio figlia femmina entrino nell’analisi complessa fatta sopra: non si tratta mai di preferire un figlio solo per il sesso, ma di capire cosa rappresenta, che quel figlio sia maschio o femmina.

Vi raccontiamo in proposito la storia della mamma di una di noi (Maria Grazia) nata quinta figlia femmina nel 1945, quando i suoi genitori cercavano finalmente il maschio … e invece che smacco! In famiglia si racconta che quando la mamma ha saputo che era nata ancora una volta una femmina l’ha inizialmente rifiutata ed è stato il padre a prenderla in braccio a darle uno straccetto intriso di miele da succhiare.

Per la cronaca, il maschio è arrivato un paio d’anni dopo per la gioia dei genitori.

Questa storia ad un primo sguardo potrebbe sembrare la conferma del fatto che esista un figlio preferito anche in base al sesso, ma ancora una volta, se la contestualizziamo, vedremo che le cose non sono così semplici e nette. Bisogna pensare al contesto in cui tutto questo avveniva: un piccolo paese nell’interno della Sardegna, persone molto povere che vivevano della vita della campagna, genitori che non avevano studiato e che non hanno poi potuto fare studiare le figlie maggiori nemmeno alle scuole elementari. I figli rappresentavano la forza lavoro e il futuro sostentamento della famiglia. Un figlio maschio rappresentava la possibilità di braccia forti e contemporaneamente, a livello simbolico, colui che avrebbe permesso al cognome paterno di andare avanti per un’altra generazione.

Concludiamo dunque ribadendo che per essere genitori efficaci non serve cercare di comportasi in modo identico con i figli, è molto più produttivo concentrarsi sui bisogni di ogni figlio e rispondere a questi con i propri mezzi e le proprie modalità, rispettando le individualità di ciascuno.

Se sono infatti noti gli effetti negativi che vive il cosiddetto figlio sfavorito, non è detto che il presunto preferito se la passi meglio. Essere il prediletto può voler infatti dire che si è investiti di aspettative troppo elevate o che si va incontro ad una adultizzazione precoce di cui prima o poi si paga lo scotto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu 

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Differenze tra i figli. Riflessioni e domande di un genitore

differenze fra figli colori

 

 

 

 

Siamo a fine agosto, l’estate volge al termine e riprende la nostra collaborazione con il blog Genitorialmente.

Questo mese il tema è davvero interessante: i genitori hanno delle preferenze tra i figli?

Leggiamo insieme le riflessioni e le domande di Manu e Flavia e mercoledì come sempre proveremo a rispondere.

Melania e Maria Grazia

Ci sono dei momenti nella vita di un genitore in cui rivede il suo essere figlio dall’altro punto di vista. Chi ha fratelli e sorelle ha sofferto per le preferenze che un genitore faceva nei confronti dell’altro. Magari solo in alcuni momenti, o forse per tutta la vita, magari a torto o a ragione, poco importa, tutti abbiamo attraversato questo sentimento.

Quando ero figlia spesso mi sentivo chiedere,

“Non ti da fastidio che tua mamma faccia le preferenze per tuo fratello?”

Io non ricordo i miei sentimenti di allora, ricordo solo la risposta di mia mamma

“Tuo fratello ha bisogno cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta mi è sempre andata bene. Il paradosso è che ora, solo ora che sono adulta e che sono mamma, mi sono davvero resa conto di come mio fratello sia il figlio preferito di mia mamma. Lo era e lo continua ad essere e la storiella che mi aveva raccontato mia mamma era solo una storiella a cui io avevo creduto e forse a cui aveva creduto anche lei.

Ho sempre desiderato avere due figli, ma devo ammettere che il mio desiderio di maternità era totalmente appagato con la mia prima figlia. La scelta del secondo era più un atto di altruismo nei confronti della primogenita che una nostra reale esigenza di genitori. Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.

Ricordo la domanda che mi suonava nella testa, come posso volere bene a un altro figlio senza “togliere qualcosa alla mia bambina”? Io questo amore voglio dedicarlo tutto a lei. Poi un’amica mi disse “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Differenze tra i figli – Le insicurezze riappaiono nel cuore e nella mente

La domanda che rimbalza assordante nella mia testa è:

“Io faccio differenze fra le mie figlie”?

Da quando sono nate fino a qualche anno fa, cercavo di comportarmi in maniera identica. Tutto uguale. Quello che davo ad una davo all’altra, chiaramente compatibilmente con l’età. Le attenzioni, le manifestazioni di affetto, le sgridate (ci sono anche quelle) tutto replicato. Le mie figlie hanno due caratteri completamente diversi. Poi un bel giorno ho capito che forse stavo sbagliando. Allora ho iniziato a rilassarmi, a farmi guidare da loro, o almeno credo

Differenze tra i figli – Comportamenti uguali per figli diversi. E’ giusto?

Oggi cerco di comportamenti diversamente significa che “faccio differenze”?

E quando invece non lo faccio … sbaglio?

L’ultimo esempio che mi viene in mente è la pizzata di fine anno. Era un periodo in cui le mie figlie si stavano comportando male, ho detto loro che se fossero andate avanti così la pizzata saltava.

La più piccola ha subito cambiato atteggiamento ed è andata alla pizzata. La più grande è andata avanti con il suo modo di fare e la pizzata è saltata. Lei ha accettato questa punizione, non ha più detto nulla, direi che era tranquillamente rassegnata. Io rodevo dentro anche perché lei è più chiusa e “avrebbe” maggior bisogno di socializzazione. Forse non era la punizione giusta.

  E’ giusto tenere lo stesso atteggiamento di fronte a situazioni identiche?

  Se invece hai atteggiamenti diversi come lo spieghi a due ragazzine che non stai facendo differenze?

 

Differenze tra i figli – La legge del taglione può funzionare?

Praticamente tutti i giorni mi sento dire le fatidiche frasi:

  • “Lei mi fa i dispetti e non le dite niente”
  • “Voi sgridate sempre me”
  • “Lei può fare quello che vuole e nessuno la sgrida”

….e se fosse vero?

Tu non mi ascolti io non ti ascolto, tu non collabori io non collaboro. Se tua sorella è più collaborativa/socievole/educata…. Anche io sarò diversa, insomma un po’ a modi legge del taglione, o no?

Questi comportamenti differenti non sono la dimostrazione di meno amore, ma possono essere confusi con questo e io non lo voglio proprio.

 

 

 

 

Differenze tra i figli – Reale o presunta? Come curarla?

    Un genitore come può capire se sta facendo differenze fra i figli?

Come si può gestire o rimediare a questo atteggiamento sbagliato?

Differenze tra i figli – Figlio maschio e figlio femmina.

Si dice che le mamme preferiscano il figlio maschio e invece sia la femmina la figlia preferita dai papà. Poiché la regina della casa è la donna il figlio maschio diventa il principe ereditario.

Mi chiedo se è un problema di genetica? E’ qualcosa che va al di là della volontà di noi mamme? C’è lo zampino di Freud? Quante amiche si lamentano di come la suocera abbia tenuto il marito nella bambagia e fanno lo stesso con i figli maschi.

Nel manuale del perfetto genitore (ancora in fase di implementazione) le risposte a queste domande non ci sono. Mercoledì pubblicheremo il post che le nostre esperte psicologhe di PsyBlog.blog.tiscali  e  Studiopsynerghia hanno scritto per aiutarci a trovare le risposte ai nostri dubbi.

Manu e Flavia – Genitorialmente.it

 

Come parlare con i figli adolescenti. La risposta delle psicologhe

chiave toppaContinua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema è il dialogo con i propri figli adolescenti.

Manu ci parla di quanto per lei sia importante il dialogo con le sue figlie, forse anche perché è la cosa che sente esserle mancata di più con i suoi genitori:

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.”

Ci parla di quanto, proprio per questo, quando questa modalità sembra non funzionare, si sente frustrata.

Eh già! Uno cerca di fare del proprio meglio e di evitare di ripetere gli errori fatti dai propri genitori e poi si ritrova a vivere le loro stesse frustrazioni.

Con i figli che a volte parlano e a volte no, con le differenze tra un figlio e un altro che fanno capire che davvero non si può mai abbassare la guardia e pensare di avercela fatta, di avere trovato la chiave per entrare nella stanza dell’adolescenza, perché poi questa chiave, a un certo punto, nella toppa non ci entra più!

Cosa fare quando un figlio non parla?

 “Che cos’hai fatto oggi?”

“Niente”

Quante volte siamo stati protagonisti o testimoni di una conversazione di questo tipo tra un genitore e suo figlio adolescente?

“Niente” è una risposta adolescenziale molto tipica che suscita negli adulti reazioni di fastidio e disorientamento.

“Ci vediamo così poco e tu non hai nemmeno voglia di parlare”

Questa può essere la conseguente risposta piccata del genitore di turno che porterà probabilmente il ragazzo a rispondere con uno sbuffo contrariato “uff!”.

I genitori si sentono confusi di fronte alla carenza di comunicazione dei propri figli, soprattutto quando il lavoro e gli impegni riducono le occasioni di incontro, ma quel “niente” a volte significa soltanto “non è il momento”.

Il compito difficile dell’adulto è quello di mantenere viva la propria curiosità nei confronti del figlio, senza assillarlo e, se saprà attendere il momento giusto, si ritroverà ad ascoltare racconti dettagliati di giornate attuali e persino passate…a volte fino alla nausea.

Quando si hanno figli adolescenti succede questo: silenzi e musi lunghi si alternano a relazioni dettagliate persino relative a mesi precedenti; arriva un momento in cui un evento diventa disponibile alla narrazione e d’un tratto la parola trova voce e prende vita.

Questo accade quando è possibile, quando è giunto il momento.

In adolescenza il processo di costruzione della propria identità passa anche attraverso le parole per dire se stessi.

Nella cosiddetta afasia degli adolescenti non sempre c’è un esplicito desiderio di non parlare con gli adulti, spesso è presente una difficoltà: l’impossibilità a dire una determinata cosa e allo stesso tempo la difficoltà a parlare di questa impossibilità.

Non si tratta, per usare le parole di Manu “di stare fermi e aspettare che l’adolescenza passi”, ma di sintonizzarsi emotivamente e affettivamente con se stessi e con i propri figli e comprendere in questo modo di cosa parla il proprio desiderio di dialogo e l’angoscia determinata dai silenzi di un figlio.

Mamma Manu è stata bravissima a mettersi in questa posizione di ascolto e ha trovato le sue risposte la prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.”

Paura che tanti genitori hanno in questo periodo della vita dei figli: la paura che questi facciano degli errori, dei grandi errori, di quelli che sembrano irreparabili, quelli per cui si pagano le conseguenze per molto tempo.

È comprensibile, umano e condivisibile voler aiutare i propri figli e sostenerli perché siano in grado di non mettere a rischio la propria sicurezza e siamo d’accordo con quanto dice Manu Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.”

Ed ecco un altro tema importante sul quale soffermarsi:

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

L’adolescente non è solo un musone che non ha voglia di parlare con i genitori, ma anche un individuo che sta costruendo la propria coscienza di sé attraverso il silenzio, che spesso non viene tollerato dagli adulti perché loro stessi non sono più abituati a viverlo.

Eppure il tempo del silenzio e della riflessione è un tempo fondamentale per metabolizzare le sensazioni e le esperienze.

In questa fase la voglia di parlare e i silenzi si alternano e diventa importante avere dei segreti da non condividere con i grandi, genitori in primis. La parola prende più facilmente voce con gli amici, soprattutto quelli più cari, magari l’amico intimo con cui si costruisce anche un linguaggio condiviso.

In un momento come questo l’adulto dovrebbe osservare e ascoltare anche il silenzio, che è comunque comunicazione. Bisognerebbe avere la capacità di considerare il silenzio di un figlio non come un blocco, ma anche come un’occasione di crescita.

Il silenzio di un adolescente non ha bisogno di parole ma di presenze rispettose e permette un contatto con l’altro nel momento in cui il proprio diritto a tacere viene riconosciuto, come diritto all’alterità.

Attraverso il riconoscimento del suo silenzio l’adolescente si sente riconosciuto anche come individuo indipendente e impara a stare, a rivolgere la propria attenzione anche verso il mondo interno, a fare imprimere le esperienze perché possano lasciare il segno.

Vede riconosciuto il suo diritto di prendere tempo per capire le cose, per viverle anziché correre loro accanto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia