Psynerghia Psicologia E Relazioni

di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Il sorriso di Karenin. Chi ama gli animali ama meno gli uomini?

 

“Subito all’inizio della Genesi è scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che Dio abbia affidato davvero all’uomo il dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l’uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Si, il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose. Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi.” (L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 290)

La prima parte del titolo è presa da un capitolo del libro “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera.

Karenin è un cane, anzi una cagnetta alla quale è stato dato il nome del marito della celebre eroina di Tolstoj, Anna Karenina. È la cagnetta dei protagonisti del libro, Tomàs e Tereza, e ci accompagna nell’affrontare un argomento importante, che suscita spesso reazioni contrastanti: l’amore per gli animali.

Quante volte abbiamo sentito dire la frase “chi ama molto gli animali non ama abbastanza gli uomini” o altre cose di questo tipo?

La risposta a questa affermazione sta in una domanda “perché l’amore dovrebbe seguire delle corsie preferenziali? Perché deve esserci una graduatoria nei sentimenti?

Come se il nostro cuore non fosse abbastanza grande da contenere tutto ciò che può amare, senza confini…

Siamo noi ad avere bisogno di creare dei confini e ridurre così le nostre enormi potenzialità emotive.

Il sorriso di Karenin parla della malattia e della morte di una cagnetta che ha arricchito le vite di Tomàs e Tereza, una sofferenza che permette a Tereza di analizzare l’amore, quello per Karenin e quello per suo marito Tomàs, compagno di una vita.

Questa analisi la porta a leggere in modo differente l’amore per l’animale e quello per l’uomo.

L’amore per Karenin è diverso, non più grande o più piccolo di quello per Tomàs, è diverso perché non è mai possibile sapere con certezza fino a che punto i nostri rapporti con gli altri sono il risultato dei nostri sentimenti  e fino a che punto sono condizionati dal rapporto di forze tra gli individui, così Tereza arriva a concludere che “la vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza  e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza” (p.293).

Arriva a definirlo un amore migliore, un amore disinteressato, in cui non ci si pongono le banali domande che spesso torturano le coppie umane “mi ama, mi ama più di quanto lo ami io?”. Domande che esaminano l’amore fino a sottoporlo ad un interrogatorio che può anche distruggerlo. Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l’amore)  dall’altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza (p.301-302).

E così anche nel sogno che Tereza fa riguardo alla sua cagnetta ormai molto malata, la malattia diventa generativa: Karenin, affetta da un tumore, nel sogno partorisce due panini e un’ape. I panini, che adorava mangiare la mattina dopo la passeggiata e l’ape … chissà, forse qualcosa con cui giocare e da inseguire, anche una volta che non sarà più con i suoi umani di riferimento.

Il tumore diventa un parto, la morte si unisce alla vita, in un circolo che non è altro che il cerchio della vita.

Con delicatezza si affronta un tema come quello della morte e del senso di colpa per la sofferenza che si prova quando muore un animale, o quando magari sta all’umano che lo ha accompagnato nella sua vita dover decidere quando soffre troppo ed è il momento di alleviare il suo dolore  e di lasciarlo andare.

Ed è qui che il titolo del capitolo assume il suo senso: il sorriso di Karenin è il ringhio che la cagnetta fa quando vuole giocare, quando lotta per guadagnarsi il panino che le spetta, un ringhio, un sorriso che è simbolo di voglia di vivere.

Molta gente non capisce la forza di questo legame e pensa “era solo un cane, le cose gravi sono altre, ci sono persone che soffrono” e via con lo snocciolare la personale e socialmente accettata scala dei valori che fa una graduatoria anche del dolore, fino ad arrivare a dire che “non si può stare male per un animale”.

Nel libro la frase che la vicina di casa dirà a Tereza è “Dio santo, non vorrà mica mettersi a piagnucolare per un cane!” (p.291) la frase della donna non è una critica, piuttosto un  modo di consolare, che naturalmente non raggiunge il suo obiettivo, perché non contempla l’empatia.

Tereza sa che la donna è una brava persona e che, per il lavoro che fa, non può permettersi di amare gli animali quanto lei o morirebbe di fame e così si sente in colpa e sola, sola con l’idea di dover nascondere l’amore per Karenin più che se fosse un’infedeltà, perché “la gente si scandalizza dell’amore per un cane (p. 291).

Si tratta di una graduatoria artificiale che imbriglia il cuore in una gabbia, che ignora che il cuore batte e batte, piano o all’impazzata ogni volta che ama, ogni volta che perde l’amore, ogni volta che ha paura o che è felice.

Batte e il suo battito è legato alla vita … l’assenza di battito è l’anticamera della morte, magari solo la morte dei sentimenti.

Ma cosa siamo noi senza emozioni?

Maria Grazia Rubanu

La diagnosi relazionale

peanuts relazioniBoscolo e Bertrando definiscono la diagnosi come un “processo valutativo in evoluzione connesso ricorsivamente all’effetto terapeutico dell’indagine stessa del terapeuta su una o più persone considerate nel loro contesto relazionale ed emotivo. Essa si identifica con le ipotesi che vengono fatte a mano a mano che il processo terapeutico procede“ (Boscolo, Bertrando, 1996, p.54-55). Continua a leggere

La testa e la pancia dello psicologo. Giovani terapeuti crescono

 Nell’incontro con la famiglia, all’interno della stanza di terapia, nell’esperienza di formazione di un giovane terapeuta sistemico ci si ritrova, ad un certo punto del percorso, a dover ascoltare le proprie emozioni.

 

È per questo che il terapeuta può coltivare con cura la relazione tra testa e pancia: nella testa può custodire le teorie di riferimento dei vari autori e nella pancia le proprie emozioni come persona. Affinché queste due parti possano comunicare c’è bisogno di fiducia in se stessi, quella fiducia che un terapeuta acquisisce solo passando attraverso l’esperienza, attraversando la paura del giudizio, la paura del fallimento, la paura di non essere all’altezza e tante altre paure che fanno da corollario.

 

Ciò che alcune volte inizialmente può sfuggire al giovane terapeuta è che il processo della terapia familiare ruota intorno a relazioni e non ad interventi tecnici o ad astrazioni teoriche.

 

Come dice Whitaker “Teoria e tecnica prendono vita e forma soltanto quando sono filtrate attraverso la persona del terapeuta” (1988, p.31)[1].

Sempre Whitaker suggerisce che quando lo strumento principale del terapeuta è se stesso prima di rinforzarci con l’armatura di teorie e tecniche che offrono protezione quando viene meno il coraggio, è vitale dare un’occhiata al nostro mondo di valori e di orientamenti.

 

Dunque ciò che dobbiamo capire, come persone e come terapeuti, è la vita e noi stessi, cercando di creare un collegamento con i nostri impulsi, intuizioni e associazioni e “solo dopo aver lottato con noi stessi avremo la facoltà di portare la nostra persona, e non solo la nostra uniforme di terapeuta, nella stanza della terapia” (Whitaker, 1988[2]).

 

Dobbiamo tener conto che quando incontriamo una famiglia le idee, i concetti e le associazioni che usiamo sono quelle che appartengono sia a loro che a noi. Un terapeuta nel suo percorso formativo vive un esperienza molto simile a quella che vive una famiglia che intraprende una terapia sistemica e cresce all’interno di un processo evolutivo.

 

La capacità di poter riconoscere tali associazioni è legata alla misura in cui un terapeuta conosce se stesso, alla capacità di sintonizzarsi con i propri processi interiori.

 

Il monitoraggio che la persona può mantenere tra la testa e la pancia serve a raggiungere questo obiettivo.

La vera crescita emotiva ha luogo soltanto come risultato dell’esperienza.

 

Ovviamente tutto questo non avviene in un tempo breve, ma è un processo che inizia all’ingresso del primo anno di scuola di specializzazione e che si sviluppa nel tempo.

 

Ora mi sento di poter rispondere alla domanda che mi ponevo all’inizio del mio percorso formativo, come si fa a crescere? È come il raggiungimento di uno stato di equilibrio tra appartenenza e differenziazione.

 

 La crescita è un processo continuo nel quale si tende senza sosta a livelli più grandi di appartenenza e al tempo stesso di maggiore differenziazione.

 

Questa oscillazione in avanti e all’ indietro crea la flessibilità di espanderle e svilupparle entrambe. Quanto più abbiamo il coraggio di appartenere, tanto maggiore sarà la nostra libertà di essere indipendenti. Più è grande la nostra capacità di differenziarci, più saremo liberi di appartenere (Whitaker, 1988). 

 

Arrivato a questo punto che il terapeuta si sentirà libero di entrare in relazione con la famiglia senza la “maschera”, perché non ha più paura di quello che non conosce di sé, ma è guidato dalla voglia di scoprirlo e di sentire vibrare nuove corde che vengono mosse nella relazione che si instaura con la famiglia.

 

Melania Cabras


[1]Whitaker C., Bumberry W. M., Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperenziale, 1988, Astrolabio.

[2] ibidem