di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Perché non lasciamo sbagliare i nostri figli? Le riflessioni delle psicologhe

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e questo mese Manu ci propone un tema molto coinvolgente: ci chiede perché i genitori non lasciano sbagliare i propri figli (vai al post originale).

In realtà, più che in altri post, le domande di Manu stavolta contengono già le risposte che cerca ma…proviamo a spiegarlo meglio.

Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere la farfalle, sembra che siano così belle

da – Il Piccolo Principe

 

 

 

 

È MEGLIO NON SBAGLIARE!

Stai attento che ti fai male!

Ma sei sicuro di voler fare proprio quella scuola?

Il basket è uno sport meno violento del rugby, pensaci bene!

Aspetta ti aiuto io che tu non sai come si fa…

Quel ragazzo non mi piace, non voglio che ti porti sulla cattiva strada.

Questa cosa è troppo pericolosa, non se ne parla proprio!

La tua amica non mi sembra sincera, perché non frequenti persone più adatte a te?

Faccio io!

 

È proprio vero che molti genitori non riescono a lasciare sbagliare i propri figli e le proprie figlie, che diventano iperprotettivi, che hanno paura ad immaginare che possano inciampare e cadere.

Questo avviene sia in termini pratici, quando i bambini sono molto piccoli e le case vengono infagottate da paraspigoli e nascoste anche le forbici arrotondate, sia in termini simbolici, attraverso la paura di lasciar loro affrontare le tappe della crescita.

Per capirne i motivi dobbiamo fare una riflessione sociologica, una riflessione che riguarda il modo in cui sono cambiate le relazioni all’interno delle famiglie nucleari dagli anni 50 ad oggi. Adesso quando un genitore mette al mondo un figlio lo fa pensando di assicuragli un futuro sereno e programmato, sia dal punto di vista economico, in cui tutto deve essere garantito, che da quello emotivo, con una maggiore vicinanza che, a volte, rischia di non lasciare spazio alle differenze individuali.

 

ASPETTATIVE E IDEALIZZAZIONE

Se l’intento è certamente buono, in pratica questo si traduce spesso in una serie di aspettative idealizzate su ciò che significa essere genitori e cosa essere figli.

Come ormai chi ci legge sa bene, noi partiamo sempre dal presupposto che i genitori vogliono il meglio per i propri figli e che, alla base del desiderio di non farli sbagliare, c’è il bisogno più profondo di crescere figli felici e realizzati, che non debbano mai attraversare la sofferenza, che non debbano passare ciò che magari loro stessi hanno passato da ragazzi.

 

PROTEZIONE O CAMPANA DI VETRO?

E così, si inizia da subito a pensare di proteggere i propri figli, proprio come fa il Piccolo Principe con la sua rosa che viene messa sotto una campana di vetro perché ritenuta fragile, con solo quattro spine per difendersi.

La campana di vetro protegge dai pericoli del mondo esterno, ma allo stesso tempo non ne fa sentire gli odori e, a seconda di come ci sbatte la luce, ne altera persino i colori.

Per i figli vale lo stesso pensiero che vale per la rosa che, quando capisce di potercela fare da sola, dice al Piccolo Principe:

Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere la farfalle,

sembra che siano così belle.

I figli hanno bisogno di sperimentare se stessi, di mettersi in gioco e sapere che ce la possono fare e che, se cadono, possono rialzarsi, magari con le ginocchia sbucciate ma con l’autostima integra!

Se si sta sotto una campana di vetro infatti non si respira bene e nella bambagia si sta morbidi ma si rischia anche di soffocare…

 

ESSERE GIUSTI O ESSERE SE STESSI?

Quando un genitore non lascia sperimentare il fallimento sta implicitamente trasmettendo un modello di perfezione idealizzata in cui c’è un modo giusto in cui bisogna essere e quindi non si può essere semplicemente se stessi e costruire ogni giorno la propria identità anche a partire da ciò che è realisticamente imperfetto.

I genitori spesso hanno paura che se i figli sperimentano il fallimento, poi questo diventerà il modello che conoscono e sul quale potranno”adagiarsi” e costruire il proprio futuro, ma non è così.

Lo sbagliare in sé non può causare la chiusura nei confronti del mondo e il fallimento futuro nelle cose importanti della vita.

È la reazione che gli adulti hanno ai primi sbagli, ai primi incespicare dei figli, che fa la differenza.

Devo essere perfetto o posso provare a costruire ciò che sarò e che voglio diventare?

 

GENITORI E FIGLI SUFFICIENTEMENTE BUONI

Quando parliamo di genitori ci piace citare Donald Winnicott e la sua definizione di genitori sufficientemente buoni, i genitori sufficientemente buoni non sono quelli che non sbagliano mai, ma quelli che sbagliano, imparano dai propri errori e proprio per questo riescono a mettere in atto azioni riparative e trasformative. Azzardiamo un parallelismo e proviamo a dire che, allo stesso modo i figli che saranno adulti sufficientemente buoni sono quelli che, se imparano che sbagliare non è un dramma, potranno correggere gli errori e costruire la propria identità senza farsi definire dai propri passi falsi.

IO POSSO SBAGLIARE ma questo non significa che IO SIA SBAGLIATO.

 

PROTEGGERE DALLA SOFFERENZA

Anche se come intenzione appare nobile e affascinante, in realtà pensare di proteggere gli altri dalla sofferenza non è altro che una trappola. Non è infatti possibile e non sarebbe nemmeno giusto.

Un po’ di sofferenza fa parte della vita, ciò che un genitore può fare è insegnare ad affrontare le sfide che la vita presenta, senza sentirsene schiacciati e sapendo che Il dolore serve proprio come serve la felicità[1].

I figli hanno bisogno di imparare a sbagliare, cadere e rialzarsi, senza sentirsi giudicati e sapendo che, se avranno bisogno dei genitori, questi non li lasceranno soli.

E i genitori hanno bisogno di imparare a lasciare che i figli sperimentino, passo dopo passo, in modo letterale e simbolico, quali sono le loro possibilità e i loro limiti, sapendo che, per le cose importanti, potranno sempre essere un punto di riferimento.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psynerghia – Psicologia e Relazioni

[1] Brunori SAS, “La verità”, 2017