di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La coppia. Tra Io, Tu e Noi

Separazioni conflittuali e comportamenti violenti dei figli adolescenti

 

I figli si rendono sempre conto quando c’è qualcosa che non va tra i genitori, anche se a volte non sanno spiegarsi bene cosa stia succedendo, perché può accadere che gli adulti siano impegnati a vivere il proprio dolore e abbiano difficoltà a comunicare con loro.

Può succedere che si trovino a vivere una situazione fatta di liti e silenzi che li lasciano in uno stato di confusione e rabbia e possono avere reazioni molto differenti a questa situazione, reazioni molto diverse nei bambini e negli adolescenti.

L’adolescenza è di per sé un’età particolare, caratterizzata da emozioni ambivalenti e dalla presenza di un grande desiderio di libertà e contemporaneamente da un forte bisogno di appartenenza che non sempre può essere esplicitato. La confusione e la rabbia trovano la propria voce in una sofferenza che a volte viene vissuta con uno stato depressivo di chiusura in se stessi, a volte sfocia all’esterno, sia in famiglia che nei contesti sociali nei quali i ragazzi si muovono.

Può dunque accadere che un figlio adolescente reagisca in modo violento alla crisi di coppia dei suoi genitori. Il comportamento violento del figlio in una situazione come questa può assumere significati differenti[1]:

– la violenza del figlio come deviazione del conflitto di coppia

Quando i figli sentono che la tensione tra i loro genitori aumenta tendono a mettere in atto comportamenti che portano i genitori a spostare il focus dai propri problemi a quelli dei figli. Si tratta di una modalità inconsciamente volta a proteggere i genitori  perché li porta a distogliere l’attenzione dalla propria sofferenza per concentrarla, invece, nella preoccupazione per i figli. Rispetto a questo ci sono delle differenze di comportamento legate all’età: i bambini mettono in atto comportamenti regressivi e possono avere reazioni psicosomatiche, come la comparsa di enuresi o difficoltà alimentari; gli adolescenti invece tendono a mettere in atto comportamenti che agiscono l’ostilità della coppia, sia con condotte autodistruttive, come l’uso di alcol, droghe o la comparsa di un disturbo del comportamento alimentare, sia con comportamenti distruttivi rivolti verso l’esterno come atti di bullismo o condotte devianti messe in atto con il gruppo di amici;

– la violenza come copertura del disprezzo di coppia

Quando la coppia utilizza come modalità comunicativa il silenzio o il disprezzo, una reazione possibile del figlio adolescente è lo spostamento delle proprie attenzioni all’esterno della famiglia, in particolar modo verso il gruppo dei pari, che in quest’età svolge un ruolo fondamentale. Il ragazzo non riuscendo ad elaborare il suo vissuto di sofferenza in famiglia, dove sente di non poter essere accolto e parlare delle proprie paure inizia a stare sempre di più con il gruppo di amici, che possono rappresentare sia un fattore protettivo rispetto alla messa in atto di comportamenti a rischio, che un vero e proprio fattore di rischio a seconda del tipo di relazioni che si sviluppano al suo interno. Può anche accadere che il ragazzo, vivendo uno stato depressivo, faccia uso di sostanze. Ancora, può succedere che il figlio, triangolato dai genitori, anche se a livello implicito, diventi il “braccio armato”[2] delle loro difficoltà relazionali e comunicative;

la violenza del figlio come ricatto affettivo nelle separazioni ostili di coppia

I figli non sono individui inermi che accettano tutto quello che accade e una delle reazioni possibili è quella di vendicarsi degli abusi affettivi subiti dai genitori. Questo avviene in particolar modo quando si tratta di separazioni profondamente ostili in cui non c’è più nessun dialogo se non quello tipico di una guerra aperta in cui l’unica logica possibile è quella del mors tua vita mea: deve esserci un  vincente e un perdente. Di norma i figli crescono con un senso di giustizia che li porta a non tollerare che i genitori seguano una logica di questo tipo, ma se questi principi vengono a mancare, per diversi motivi, potrà accadere che un figlio si allei con uno dei genitori, spesso quello ritenuto più debole, mettendo in atto comportamenti violenti nelle nuove famiglie che vengono a crearsi. È la situazione che può presentarsi quando è il padre biologico che deve lasciare casa e figli e il figlio maschio adolescente può pensare di mettere in atto una vendetta rispetto a quella che sente come un’ingiustizia, mettendosi contro la madre e un eventuale nuovo partner. La situazione può aggravarsi se il ragazzo viene tenuto totalmente all’oscuro di quanto sta accadendo e non si chiede il suo parere rispetto al desiderio di dove stare e con chi: se lo si tratta come un pacco da spostare sarà ancora più probabile che il ricatto affettivo sia molto forte;

– la violenza che compare quando i figli sono costretti a schierarsi e a divenire i “difensori d’ufficio” dell’uno o dell’altro genitore

I fratelli in genere ad una certa età tendono ad essere alleati, ma nelle separazioni conflittuali può anche accadere che l’alleanza tra fratelli venga minata dal bisogno dell’adulto di avere un alleato per sé, contro l’altro partner. In queste situazioni si costruiscono delle coalizioni in cui si è gli uni contro gli altri: è senz’altro la situazione più lesiva dei processi di crescita del ragazzo che si vedrà costretto a schierarsi contro un genitore e, cosa ancora più terribile, anche contro uno o più fratelli. In questi casi  si assiste ad una violenza affettiva tanto forte da  rischiare di portare l’adolescente a diventare il capro espiatorio della famiglia, con tutto ciò che questo comporta.

A conclusione di questa classificazione mi preme ribadire che non è certo la separazione dei genitori a dare luogo, in quanto evento critico, alla comparsa di condotte violente nei figli, ma come sempre è fondamentale il modo in cui le situazioni vengono gestite.

La classificazione di Andolfi e Mascellani fa infatti riferimento a ciò che può accadere quando si è alla presenza di crisi di coppia e separazioni fortemente conflittuali, in cui la comunicazione diventa impossibile e le relazioni inesorabilmente si logorano. Ma tutto questo può essere evitato o si può correre ai ripari cercando di mantenere un dialogo prima di tutto con l’ex partner anche quando si smette di essere coppia e poi con i propri figli che devono sempre essere a conoscenza di quello che accade, anche se con i modi e il linguaggio adeguati all’età. Si può parlare di separazione ai propri figli senza entrare nei dettagli della vita di coppia: i figli hanno bisogno di chiarezza, ma devono essere tenuti fuori dalla sfera più intima.

Il compito complesso per i genitori è dunque quello di riuscire ad andare oltre la conflittualità di coppia, chiedendo aiuto se necessario ad una figura terza, come uno psicologo o un mediatore familiare che sia in grado di aiutarli a riscoprire e mettere in gioco le proprie risorse per il futuro dei propri figli.

Maria Grazia Rubanu


[1] Andolfi M., Mascellani A., Storie di adolescenza. Esperienze di terapia familiare, Raffaello Cortina, Milano, 2010.

[2] Ibidem  p.65

Io non mi separo. Comunicare la separazione ai propri figli

IO NON MI SEPARO.indd“Io non mi separo.

Resto un bambino intero.

Anche il papà  e la mamma restano interi.

Separati ma interi.

Cambiano tante cose, però certe no.

Il bene che gli voglio. Il bene che mi vogliono.

Io sono sempre il loro bambino.

Di tutti e due.

E loro sono sempre miei,

ciascuno per conto suo.”

 

 Beatrice Masini e Monica Zani, Io non mi separo, Carthusia editore, 2011

 

 Quando una coppia decide di separarsi si trova di fronte ad un compito molto complesso, perché fortemente connotato emotivamente: comunicare la separazione ai propri figli.

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Io non mi separo. Comunicare la separazione ai propri figli

 

“Io non mi separo.

Resto un bambino intero.

Anche il papà e la mamma restano interi.

Separati ma interi.

Cambiano tante cose, però certe no.

Il bene che gli voglio. Il bene che mi vogliono.

Io sono sempre il loro bambino.

Di tutti e due.

E loro sono sempre miei,

ciascuno per conto suo.”

 

 Beatrice Masini e Monica Zani, Io non mi separo, Carthusia editore, 2011

 

 Quando una coppia decide di separarsi si trova di fronte ad un compito molto complesso, perché fortemente connotato emotivamente: comunicare la separazione ai propri figli.

Come psicologa che collabora con l’AMPS – Associazione Mamme e Papà Separati – Sardegna, mi capita spesso che mi venga fatta la fatidica domanda: “come posso dirlo a mio figlio?”.

A volte i genitori hanno paura di affrontare l’argomento e, pensando di alleviare il dolore dei propri figli, preferiscono tacere, lasciandoli in un limbo di confusione e dolore. Il momento è delicato perché spesso è l’occasione in cui qualcosa di ancora irreale diventa concreto proprio nel momento in cui viene comunicato. Inoltre, i genitori hanno paura di creare un trauma ai figli, mentre questi capiscono che qualcosa non va molto prima che i genitori arrivino ad esplicitarlo, ma in modo confuso e caotico, ed è per questo che il momento della comunicazione è importante: perché aiuta a chiarire la confusione e a dare un senso a quello che provano.

Il silenzio, che rende la separazione un evento tabù non è mai la cosa giusta, perché scatena fantasie che i bambini non sono in grado di gestire e non li aiuta ad affrontare le loro paure.

La separazione deve sempre essere comunicata ai figli, ma non c’è un modo univoco di farlo, i genitori possono trovare il modo più opportuno, tenendo conto di alcune regole generali che possono rendere meno traumatico l’evento.

Quando è possibile è opportuno che i genitori comunichino insieme la separazione ai figli, spiegando loro che, anche se mamma e papà non stanno più insieme, saranno sempre i loro genitori, l’amore tra mamma e papà può finire, ma non finisce mai l’amore per i figli. La separazione è un evento che riguarda mamma e papà e non i figli. Con il dialogo si possono aiutare i bambini a superare i propri sensi di colpa, esplicitando che non è colpa loro se i genitori non stanno più insieme, specificando che non ci sono colpe e che i bambini non ci possono fare nulla, anche se vorrebbero che mamma e papà tornassero insieme.

È opportuno essere sinceri e specificare che non si può tornare indietro, evitando di alimentare false speranze su un’ipotetica riunione della coppia, ribadendo più volte che continueranno ad essere e fare sempre i genitori.

Si deve utilizzare un linguaggio adeguato all’età e allo sviluppo, utilizzando parole semplici ed esempi concreti con i  bambini piccoli e una modalità di dialogo più complessa con gli adolescenti. Così se ad un bambino piccolo si può dire che mamma e papà vanno a vivere in due case diverse perché non vanno più d’accordo, con un figlio adolescente le motivazioni dovranno essere più profonde. È importante non entrare mai troppo nei dettagli della motivazione alla separazione, per evitare di coinvolgere i figli in dinamiche di coppia, che possono portarli a costruire alleanze o coalizioni con un genitore a discapito dell’altro.

Si possono utilizzare strumenti, che possono supportare e facilitare la comunicazione, come i libri, le favole e le filastrocche:

“Io non mi separo”[1] è un libro in cui si parla dei dubbi e delle emozioni di un bambino che vive la separazione dei propri genitori:

Giulio è un bambino che ha capito ciò che sta accadendo nella sua famiglia, prima ancora che i genitori gliene parlino. Quando la mamma e il papà gli comunicano la decisione di separarsi, lui fa finta di niente, nasconde le sue emozioni, ma sa benissimo che cosa sta succedendo. Sa che quello che sta succedendo non gli piace per niente, non è d’accordo con la decisione dei suoi genitori, vorrebbe ribellarsi e soprattutto vorrebbe tornare indietro, alla vita di prima, quando tutto sembrava perfetto e la famiglia era felice. Però non si può. Giulio a poco a poco capisce una cosa importante: che bisogna accettare i cambiamenti e andare avanti. Ma in lui rimane sempre una certezza, che continua a ripetere a tutti: lui non si separa, proprio no!

La storia di Giulio è simile a quella di tanti bambini che si trovano ad affrontare la separazione dei propri genitori, una separazione scelta dagli adulti ma che, inevitabilmente, ha delle ricadute anche sui figli.

I bambini si ritrovano in una situazione nuova, che suscita emozioni in contrasto tra loro e spesso non hanno qualcuno con cui parlarne. Una storia può dunque aiutare  a condividere parole ed emozioni che troppo spesso rimangono bloccate, congelate, da una situazione in cui il dolore è forte e a volte ha la meglio sul dialogo e il confronto.

Un libro può dunque diventare uno strumento utile per facilitare il dialogo, per fare emergere le parole anche nei genitori, che spesso, oltre alla sofferenza personale, si sentono in colpa per aver causato un dolore ai propri figli.

Uno spunto per creare degli spazi per aiutare il bambino a parlare di ciò che succede e di come si sente rispetto all’accaduto. Una modalità di ascolto e dialogo che deve continuare anche dopo la comunicazione dell’evento separazione, in modo da dare luogo a momenti di condivisione successivi.

I bambini hanno tante domande da fare, tanti dubbi che li attanagliano e tante paure di cui non sanno a chi parlare, perché può accadere che i genitori, presi dal  comprensibile dolore del momento, non riescano a creare momenti di dialogo e di contenimento rispetto alla confusione dei propri figli.

Ma parlare di ciò che si sta vivendo è fondamentale, soprattutto per dare spazio alle paure dei bambini, tenendo conto della loro età e della loro fase di sviluppo e nessuno può farlo meglio dei genitori, le figure adulte di riferimento che hanno devono mettere in gioco tutte le loro capacità di contenimento emotivo.

C’è solo un errore fondamentale da evitare, che è quello di lasciare che la separazione diventi un argomento tabù, qualcosa di circondato da un alone magico e impermeabile.

È un argomento complesso di cui parlare, ma che può essere reso più semplice dall’utilizzo di strumenti adeguati, che permettano di parlare un linguaggio semplice e simbolico che arriva in modo diretto ai bambini: le favole e le filastrocche in cui animali o bambini vivono la separazione dei propri genitori.

I bambini possono dunque immedesimarsi in queste storie in cui, come sempre, il finale ha un ruolo fondamentale: il finale non è mail il ricongiungimento tra i genitori, ma la capacità degli stessi di essere sempre presenti per i propri figli nonostante la separazione.

 

Maria Grazia Rubanu


[1] Beatrice Masini e Monica Zani, Io non mi separo, Carthusia editore, 2011.