di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La coppia. Tra Io, Tu e Noi

I giorni dell’abbandono. Una donna di fronte alla separazione

 

Oggi proverò a scrivere di un argomento molto delicato con l’aiuto di un film: il film è “I giorni dell’abbandono” e il tema è quello di una possibile reazione alla separazione decisa dal partner.

Si tratta di un film di Roberto Faenza uscito nel 2005.

Olga, magistralmente interpretata da Margherita Buy, è la protagonista: una donna che, dopo essere stata lasciata da suo marito, ha un “vuoto di senso”, sembra perdere completamente i propri punti di riferimento e inizia un viaggio che la porta a sfiorare un abisso di solitudine e dolore.

Dopo 10 anni di matrimonio Olga, d’un tratto, viene lasciata dal marito, per una donna più giovane e forse più scialba e si ritrova a crescere due figli  da sola.

Lei non si aspettava ciò che stava per succedere, come spesso accade, non aveva colto i segnali che, in queste situazioni, devono diventare assordanti per poter essere visti.

Il suo dolore diventa talmente schiacciante da portarla a concentrarsi solo su di quello e a trascurare, suo malgrado, i figli.

Il marito e padre dei suoi figli (interpretato da Luca Zingaretti) va via di casa e qui i genitori compiono il primo di una serie di errori forse evitabili: ai bambini non viene data una spiegazione; il padre va via in silenzio e la madre, affranta, riesce solo ad esplodere e dire loro “vostro padre ci ha lasciati ed è andato a vivere con un’altra donna, d’ora in poi dobbiamo cavarcela da soli!”.

Una frase, forse l’unica che in quel momento può dire, ma che porta con sé l’incapacità di tenere i figli fuori dal conflitto coniugale ed arriva addirittura a metterli dentro la coppia con le parole “ci ha lasciati”.

Il primo errore è dunque il silenzio del padre e il secondo lo sfogo della madre, che non è una spiegazione, ma una pugnalata in reazione ad una ferita.

Lui ha un’altra donna, lei cerca prima di riconquistarlo e poi di farlo ingelosire.

La sua vita si concentra su un’ossessione, quella di farlo tornare a casa, pur  vivendo l’ambivalenza del sentirsi ferita e tradita.

Esce di casa di notte per cercarlo per scoprire chi è l’amante, lasciando i figli da soli a casa di notte …

In questo frangente di rottura, così doloroso per la loro madre i due figli restano senza contenimento: nessuna rassicurazione per loro, anzi allo sgomento del vedere il padre andar via di casa si somma il dolore della madre che la porta a scordarsi di loro, quasi a considerarli un altro problema nella sua vita.

E i figli, come spesso accade nella vita reale, rispondono cercando inizialmente di rendersi invisibili, di “non aggiungere problemi alla madre”, ma sono provati, non sono che due bambini che si ritrovano a dover badare a se stessi, in un tempo che è forse di qualche giorno, ma che il senso di angoscia allunga quasi all’infinito.

La madre trasmette loro, seppur involontariamente, il suo senso di abbandono, tanto che sentiremo la piccola Ilaria dire al fratellino “io da grande non mi sposo, non voglio finire abbandonata”.

Olga beve per non pensare e crolla a letto. Sarà il figlio minore, Gianni, a provare a svegliarla: “mamma è mezzogiorno! Mamma!”, mentre lei, senza forze, rimane a letto.

In tutto questo caos emerge come risorsa la fratria: i bambini fanno rete, cercano di stare calmi per quanto possono, e arrivano a prendersi cura della madre sia fisicamente che psicologicamente, sono loro a dirle “mamma non dire parolacce”, mentre lei parla con la loro nonna al telefono.

Olga è talmente schiacciata da ciò che sta vivendo da dire loro: “lasciatemi in pace, cavatevela da soli. Io ne ho abbastanza per oggi!”, arriva persino a fare una cosa che non ha mai fatto: picchia i bambini scatenando nella figlia l’unica reazione possibile che è quella di dare a lei la colpa del fatto che il padre sia andato via di casa: “ti odio sei una mamma cattiva è tutta colpa tua se papà se n’è andato!”.  La donna, ormai dominata dalle proprie emozioni in reazione, le da uno schiaffo e, solo dopo questo gesto, si rende conto di cosa ha fatto e abbraccia i figli.

Olga vive ciò che le accade come se fosse sola: non conta nulla che abbia due figli, una madre forse ingombrante ma che potrebbe, per una volta, esserle d’aiuto e un’amica che non la lascia sola, ma nemmeno la compiange. È lei che la spinge a uscire “ripulita a cambiata”.

Ilaria, la figlia più grande, si occupa di Gianni e della casa perché la madre non ha la forza di far nulla.

Ed eccoci ad osservare un’altra modalità di funzionamento molto frequente nelle famiglie in difficoltà: l’inversione dei ruoli e delle funzioni. Sono i più piccoli, coloro che dovrebbero essere protetti, a proteggere la madre, colei che dovrebbe proteggerli. Sono i figli che cercano di non infastidirla, che provano, come possono, ad alleggerire le sue fatiche e i suoi sentimenti.

Anche il lavoro inizia ad andare male: dovrebbe tradurre un libro, ma nello scrivere lo infarcisce delle sue vicende personali e rischia di perdere un lavoro a cui tiene, ma che sente impalpabile, come tutto il resto.

Olga per un attimo sembra potersi aprire e inizia a conoscere il vicino di casa musicista  (interpretato da Goran Bregovich) a cui rivela il suo profondo senso di abbandono: “ho lasciato la mia città per seguire mio marito e ora non ho più nulla”. A nulla valgono le parole di lui: “hai due splendidi bambini”. Le parole razionali di un altro non arrivano a scalfire la nebbia che è dentro di lei.

Sarà la malattia del figlio più piccolo a portarla a svegliarsi dal torpore, a riversare su un foglio il suo vissuto mentre si sente sempre più inadeguata, come donna e come madre.

Questa inadeguatezza nel film prende la forma di una donna, una barbona, che sta sempre sotto casa sua e che sembra rappresentare la paura di ciò che lei stessa potrebbe diventare.

Forse per questo inizia a scrivere di sé, per mettere fuori ciò che la angoscia dentro e che sulla carta può prendere la giusta distanza per essere soppesato in modo differente.

Sulla carta quello che sente diventa concreto e forse per questo più gestibile: “le donne senza amore muoiono da vive”.

Olga piano piano riprende in mano la sua vita.

Alla fine del film i due genitori riescono a parlarsi, per il bene dei loro figli, e sarà proprio la madre ad incoraggiare Gianni ad andare dal padre quando lui, per un meccanismo di alleanza con la madre si rifiuterà di vedere il padre. Finalmente Olga riesce ad essere madre, è ancora una donna ferita ma, per dirlo con le sue parole “finalmente mi sembra che nulla più possa farmi paura”.

Ora a dominare non è dunque più la paura della solitudine, il senso di abbandono, ma il bene per i propri figli e la certezza di avere la forza per poter andare avanti.

“I giorni dell’abbandono” è un film forte ed intenso che porta a sentire davvero l’ambivalenza dei personaggi.

Olga, madre imperfetta, nella fase iniziale riesce bene a rendersi quasi insopportabile per il torpore nel quale si culla mentre i suoi figli vengono, a loro volta, abbandonati a se stessi.

L’atteggiamento più facile e spontaneo sarebbe quello di colpevolizzarla come donna e come madre. È solo andando avanti nella visione che si può capire cosa le accade e che il suo vissuto abbandonico ha origini molto profonde.

Che dire poi del padre, così periferico da sembrare quasi trasparente: un uomo che si comporta come un adolescente che non sente le responsabilità.

Una storia non così lontana da tante storie reali, chissà quante persone possono riconoscersi almeno in alcuni dei vissuti.

A fare le spese di tutto sono, come sempre i figli che dovrebbero essere tenuti fuori dal conflitto di coppia e sentire che avranno sempre due genitori anche se questi non saranno più una coppia.

A Ilaria e Gianni è mancata in primo luogo una spiegazione: sarebbero bastate parole semplici a sostituire il silenzio e la fuga adolescenziale del padre e il dolore/fiume della madre.

Poi è mancato il contenimento emotivo e il sostegno: nel film vediamo la discesa agli inferi della madre, ma per i figli non è meno dolorosa l’assenza paterna, la sua inconsistenza.

Ma in questa famiglia ci sono anche tante risorse, che sono quelle che hanno portato ad un’evoluzione positiva di una situazione veramente difficile:

risorse personali: sia in Olga, che dopo un lungo cammino arriva ad un cambiamento, sia nel padre dei bambini, che pian piano assume dei contorni e una consistenza, sia nei bambini;

risorse familiari: rappresentate soprattutto dalla fratria, Gianni e Ilaria fanno rete e si sostengono. La sorella maggiore si occupa del fratellino, con una modalità forse troppo genitoriale ma che risulta funzionale perché temporanea e legata al momento di difficoltà;

risorse sociali: rappresentate dall’amica di Olga e dal vicino di casa. Entrambi sostengono senza sostituirsi ai protagonisti.

Maria Grazia Rubanu

La storia d’amore tra En e Xanax

“Se non ti spaventerai con le mie paure,

un giorno che mi dirai le tue

troveremo il modo di rimuoverle.
In due si può lottare come dei giganti

contro ogni dolore e su di me puoi contare

 per una rivoluzione.
Tu hai l’anima che vorrei avere”

S. Bersani – En e Xanax

 


En e Xanax è una canzone di Samuele Bersani, contenuta nel suo ultimo album “Cloud Nine”, un modo di dire americano che corrisponde al nostro “settimo cielo”.

È una canzone d’amore, che parla dell’incontro tra due persone: lo stesso Samuele Bersani e una misteriosa ragazza bionda che è diventata la sua compagna.

Un amore figlio di un colpo di fulmine avvenuto un pomeriggio proprio sotto la casa di Lucio Dalla, mentre nell’aria passavano le note della canzone “Cara”.

Un amore evidentemente benedetto dal mèntore dell’autore: è stato proprio Lucio Dalla a riconoscere per primo il talento di Samuele Bersani e a fargli aprire i suoi concerti.

Un cantautore complesso, Samuele Bersani che, per raccontare questa storia, ha scelto la parte più dolorosa, perché, per utilizzare le sue stesse parole

“questa canzone è tutto quello che spero: che due dubbi, insieme, facciano una forza. In un mondo che chiede di nascondere le paure, perché delle paure ci si vergogna, En e Xanax le mischiano: è un atto d’amore, una rivoluzione possibile”.

Ma chi sono En e Xanax?

Due psicofarmaci, entrambi ansiolitici della famiglia delle benzodiazepine, ma stando nella metafora meravigliosa che è questa canzone En e Xanax

“non si conoscevano prima di un comune attacco di panico e subito filarono all’unisono”.

Un attacco di panico, una situazione ansiogena, forte e sconvolgente, a simboleggiare il colpo di fulmine: due sguardi che si incontrano e che aprono un varco per l’incontro tra due mondi, due vite, che non sono sempre state facili

“lei la figlia di una americana trapiantata a Roma e lui un figlio di puttana, ormai disoccupata”.

Due vite unite, pur nelle differenze, da una stessa esperienza, un esperienza comune a tanti: aver sofferto d’ansia e utilizzato degli ansiolitici per affrontarla: lei En e lui Xanax.

Così  En e Xanax vengono personificati fino a diventare due innamorati che, come tutti gli innamorati, stanno insieme anche per lenire l’uno le ferite dell’altra:

“En e Xanax si tranquillizzavano con le loro lingue al gusto di medicina amara e chiodi di garofano. Lei per strada e lui rubava i libri della biblioteca e poi glieli leggeva seduto sopra un cofano”.

Due innamorati che provano a unire le loro debolezze per farne una forza

“se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione. Tu hai l’anima che vorrei avere”.

Una forza che, a mio avviso, è data dall’incontro reale di due anime che si rispecchiano l’una nell’altra, un incontro vero perché non cerca di nascondere i fantasmi di ognuno, ma li accoglie, in una quasi totale assenza di  idealizzazione.

En e Xanax non sono certo una coppia da “Mulino Bianco”: si amano e si odiano, litigano e fanno pace, senza negare l’ambivalenza che è contenuta in tutti i legami

“En e Xanax quando litigavano avrebbero potuto fermare anche il traffico di New York, uccidersi al telefono. Lei si calmava, lui la ritrovava nuda sulla sedia e poi sovrapponevano il battito cardiaco”.

La bravura dell’autore è data anche dall’essere riuscito a costruire una metafora di una storia d’amore utilizzando qualcosa che si presta a letture molto complesse ed è capace di aprire discussioni tra professionisti e non: gli psicofarmaci.

Nella visione del cantautore non c’è l’intento di “santificare” qualcosa che, se non usato nel modo corretto e con una corretta supervisione medica, può essere molto pericoloso, ma semplicemente la capacità di saper trasformare in poesia aspetti di vita vissuta: una capacità degna del suo mèntore Lucio Dalla e che ha portato a paragonare En e Xanax a due moderni Anna e Marco.

Maria Grazia Rubanu

Le reazioni dei figli alla separazione genitoriale

Oggi abbiamo il piacere di ospitare un interessante contributo della dott.ssa Giorgia Usai, psicologa e mediatrice familiare in formazione. La dott.ssa Usai collabora da due anni con l’Associazione Mamme e Papà  Separati della Sardegna e in questo contesto ha avuto modo di confrontarsi con le storie, i dubbi e le domande di tanti genitori che affrontano il delicato momento della separazione. Il suo articolo offre un contributo per comprendere cosa può accadere nelle famiglie quando i genitori si separano e cosa è possibile fare per rispondere nel modo migliore possibile alle esigenze dei figli. Condividiamo questo contributo perchè va oltre la stigmatizzazione di determinati comportamenti e mette in luce l’importanza del dialogo e dell’ascolto dei figli come fattori protettivi rispetto a possibili problematiche.

separazione e figli“E’ più deleterio per la salute psichica del minore vivere in una famiglia legalmente intatta, ma conflittuale, rispetto ad una famiglia separata ma sufficientemente stabile e serena. Inoltre, risulta importantissimo per il minore, il tipo e la qualità  delle interazioni che si vanno strutturando tra i vari membri della famiglia, a separazione avvenuta, che non la separazione in s铝 (Cigoli, 1997).

Da circa due anni collaboro come psicologa con l’ AMPS e ho notato un numero sempre crescente di associati e dunque di separazioni, nonchè richieste di aiuto per gestire gli effetti sui loro figli.

Ciò ha richiesto a noi psicologi una costante attenzione delle reazioni dei figli alla separazione dei loro genitori. Continua a leggere