di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La coppia. Tra Io, Tu e Noi

I partner felici sono genitori migliori?


Spesso si parla dell’importanza del passaggio dalla coppia coniugale/amorosa a quella genitoriale, sottolineando i cambiamenti che avvengono con la nascita di un figlio e gli elementi di criticità che possono presentarsi in questa fase.

Con la nascita di un figlio si creano, infatti, due sottosistemi: quello dei genitori e quello dei figli. I genitori si trovano ad affrontare il tema della doppia appartenenza perché, pur avendo acquisito un nuovo ruolo, continuano ad essere anche una coppia. La doppia appartenenza non è quasi mai qualcosa di semplice e spesso viene risolta con uno sbilanciamento verso le funzioni genitoriali, arrivando a trascurare l’impegno nella partnership e privando la coppia di risorse importanti.

La nostra cultura e i nostri modelli educativi tendenzialmente dicotomici ci portano a pensare che quando si mette al mondo un figlio sia necessario operare una scelta e, di conseguenza, rinunciare a qualcosa.

Raramente si dice, invece, che la qualità della relazione nella coppia influenza anche la possibilità di avere successo come genitori. Una relazione di coppia caratterizzata da impegno, valorizzazione delle differenze, fiducia nell’altro e nella coppia stessa ha più probabilità di saper utilizzare le proprie risorse anche nelle funzioni genitoriali.

Il fatto che i genitori abbiano una buona relazione come coppia è fondamentale per i figli, che trovano una collocazione proprio nella qualità dell’affetto  e dell’amore esistenti tra i genitori.

Tante volte noi stessi psicologi abbiamo enfatizzato l’importanza del legame del bambino con la madre (legame di attaccamento) o della costruzione della relazione con il padre, è invece ancora più importante la relazione che il figlio ha con la relazione tra i suoi genitori, che diventa, dunque, un fattore protettivo.

L’incapacità dei partner di stabilire la relazione prima di diventare genitori “prepara la scena all’infedeltà emotiva e alla triangolazione a più generazioni”[1]. Se la relazione di coppia non è gratificante i partner potranno essere maggiormente soggetti al sovraccarico dell’affrontare l’impegno di essere genitori.

A volte si pensa che la nascita di un figlio possa aiutare a rimettere in sesto ciò che traballa. L’illusione che avere un bambino possa sanare una relazione di coppia danneggiata è molto pericolosa;  prendo in prestito le parole di Carl Whitaker , che mi sembrano particolarmente incisive in tal senso: “è ridicolo trattare il bambino come un altro Cristo che ha la missione di salvare il matrimonio” (ibidem).

Lungi dal far raggiungere la salvezza, tutto ciò porta la coppia ad approfondire la frattura e aumentare la disperazione  e il figlio a portare una croce che non gli appartiene e che appesantirà il suo cammino nella costruzione della propria vita.

Certamente ci sono degli aspetti prevedibili nel passaggio da coppia a famiglia, elementi che mettono alla prova le modalità di funzionamento della coppia: la più nota è la simbiosi madre figlio che è naturale e transitoria,  e che porta per un certo periodo ad una sorta di “esclusione del padre” dalla nuova coppia madre-bambino.

Si sopravvive se il padre è abbastanza maturo da riconoscerla senza esserne geloso.

Così la coppia e la famiglia possono progredire, mantenendo chiari i confini e tollerando che, in una prima fase, possano essere più sfumati.

Se il padre se ne risente, invece, cominciano i guai.

Se lui si arrabbia, la madre si sente divisa tra i bisogni del figlio e quelli del partner, se lui si allontana cercando soddisfacimento altrove, lei si sente abbandonata, lasciata sola con la responsabilità del figlio. È così che si creano le prime crepe nella relazione di coppia e che avranno le loro ripercussioni sulla relazione genitori-figli.

Con il crescere del bambino la frattura diventa sempre più evidente, la manifesta assenza di unione porta ad una probabile rottura.

La madre può sentirsi sola nel crescere il proprio figlio e allontanare il padre non sapendo come comunicargli un bisogno di vicinanza. Può diventare iperprotettiva, e a sua volta il bambino può sentire la madre troppo restrittiva e soffocante e ribellarsi.

Il padre può sentirsi escluso da questa unione così forte e, per paura o insicurezza, allontanarsi, rinforzando l’idea di abbandono e solitudine della madre.

Se in questa fase non c’è un’alleanza tra i due genitori al figlio passerà il messaggio che deve scegliere, potrà crearsi in lui un conflitto di lealtà molto difficile da risolvere. Forse nessuno gli chiederà mai esplicitamente “vuoi più bene a mamma o a papà?” ma tutti i comportamenti del sistema familiare saranno proprio volti a creare questo tipo di meccanismo.

È per questo che l’unione della coppia è un aspetto di fondamentale importanza per provare ad essere dei “buoni genitori”.

Maria Grazia Rubanu


[1] Whitaker C. Bumberry, W.M., Danzando con la famiglia, Astrolabio, Roma, 1988, tr, it 1989

Dall’IO al NOI. La costruzione dell’intimità nella coppia

“Un matrimonio sano è la fusione di due culture estranee. È lo sforzo di fondere queste due culture in una sola cultura che è insieme simile e nettamente diversa rispetto a entrambi i nuclei di appartenenza” (Whitaker, 1988)[1].

Quando una coppia inizia a costruire la propria intimità deve fare i conti con la costruzione di un processo complesso: dare vita ad un NOI condiviso senza toglierla ai singoli IO.

Il processo è reso ancora più complicato dalla presenza delle famiglie d’origine, ugualmente pregnante sia che sia reale, sia che sia simbolica.

Perché possa andare avanti, dunque, la nuova coppia deve essere diversa sia da una famiglia che dall’altra, ma i partner devono mantenere la consapevolezza di quali aspetti di ciascuna valga la pena conservare.

Tutto questo non avviene per magia, è anzi condizionato dalla perdita dell’idealizzazione, del mito dell’ultima riga delle favole.

Il tanto anelato (e abusato) e vissero felici e contenti è infatti un punto d’arrivo, mentre lo stare insieme, che si tratti di matrimonio o convivenza non è che un punto di partenza.

Se ci si ferma al mito ci si aspetta un amore spontaneo ed eterno ma si dimentica di costruire la relazione, una relazione capace di diventare ogni giorno più matura.

La costruzione dell’intimità parte dalla distruzione del mito del matrimonio paradisiaco, che parte dal mito platonico dell’uomo palla, che cerca nell’altro il completamento di sé.

All’inizio di una reazione si sta insieme nell’illusione che l’altro potrà soddisfare i nostri bisogni, ma la premessa idilliaca si incontra (o si scontra?) con la realtà del quotidiano.

Per poter sopravvivere alla quotidianità bisogna riuscire ad andare oltre i singoli IO, per essere attivi nella costruzione di quel NOI che rappresenta l’essenza vitale di una relazione intima.

L’area del NOI non è costituita dalla semplice somma dei due IO, è qualcosa di diverso: allo stesso tempo area di sovrapposizione e di integrazione. La sfida per la coppia sta nel trovare un equilibrio funzionale tra questi due aspetti.

L’intimità richiede un lavoro tenace e costante, richiede impegno e non nasce nell’immediato, emerge con il tempo anche attraverso le lotte in comune e gli aspetti di condivisione.

“Nel matrimonio o si cresce insieme o ci si allontana, non c’è una zona neutra in cui rifugiarsi”(ibidem).

Non esiste intimità vera che non sia passata per una o più crisi della coppia, nel corso del tempo.

Ogni coppia  che si impegna per la crescita deve dunque fare i conti con tanti “divorzi emotivi” durante la sua storia, i divorzi emotivi possono durare pochi minuti, qualche ora o alcuni giorni, poi finiscono, ma la sensazione di perdita che si prova è reale e il dolore può essere assordante.

In questi momenti la variabile che fa la differenza è proprio l’impegno, che permette di non vedere questi momenti come ineluttabili, nonostante la sofferenza. Solo così può prevalere la sensazione di sicurezza fondata sulla storia di impegno e di condivisione costruita nel tempo dai partner.

Ai periodi difficili si può dunque sopravvivere grazie alle risorse della coppia.

Un altro aspetto fondamentale è la capacità di gestire le differenze, una capacità che stabilizza e potenzia la qualità della relazione. Quando le differenze sono considerate in modo negativo, come elementi da eliminare, portano alla divisione, all’estraniamento, al non sentirsi riconosciuti dall’altro. Quando invece le si vedono come opportunità di crescita diventano beni preziosi. Sono proprio le differenze che consentono la crescita e l’espansione.

“La capacità di impegnarsi effettivamente in un processo bilaterale di contaminazione reciproca è fondamentale se si vuole avere una relazione dinamica e non statica. La frizione tra le nostre differenze ci arricchisce. I passi da compiere per riuscire a impiegare produttivamente le differenze vanno dal riconoscimento all’accettazione, da questa al rispettarle e goderle e, infine, a considerarle preziose” (ibidem).

Maria Grazia Rubanu

 


[1] Carl Whitaker, William M. Bumberry, (1988), Danzando con la famiglia, tr. It.  Astrolabio, Roma, 1989.

L’ambivalenza nella visione contemporanea dell’amore

Com’è cambiata nel tempo la concezione dell’amore?

Siamo nell’era della tecnologia, un’epoca caratterizzata da una forte ambivalenza che trova le sue ripercussioni anche nella rappresentazione dell’amore.

Da un lato l’amore è uno spazio, forse l’unico, nel quale l’individuo può esprimere totalmente se stesso, liberandosi dai ruoli che deve ricoprire nella società.

Dall’altro, in quanto luogo nel quale è possibile esprimere se stessi in un’apparente condizione di libertà che affranca dalle regole del sociale, l’amore può essere considerato una forma radicale di individualismo.

Il rischio sembra essere quello di cercare se stessi nell’altro, di non vivere la relazione, ma di provare a realizzare se stessi in un contesto che è invece fondamentalmente relazionale e che può far perdere, dentro la relazione, il rapporto con l’altro.

“Per effetto di questa strana combinazione, nella nostra epoca l’amore diventa indispensabile per la propria realizzazione come mai lo era stato prima, e al tempo stesso impossibile perché, nella relazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma, attraverso l’altro, la realizzazione di sé”[1].

Nelle società tradizionali non c’era pressoché nessuno spazio per le scelte del singolo, l’amore sanciva infatti l’unione di due famiglie. Era un istituto importante che chiamava in causa la sicurezza economica, la salvaguardia del patrimonio e una situazione di prestigio.

Oggi ci si sceglie per amore, sembrano esserci molte meno influenze esterne, le pressioni familiari o religiose per il mantenimento di un determinato status, sembrano aver perso totalmente importanza e domina una visione romantica dell’amore, in cui la scelta del partner rappresenta la maggiore forma di libertà individuale.

Effettivamente i parenti, la famiglia nella quale nasciamo, non possiamo sceglierla mentre il compagno di una vita, o di un tratto di essa, senz’altro si.

Si è diffusa sempre più un’idea idealizzata dell’amore come luogo di libertà, nel quale è possibile esprimere totalmente se stessi, a differenza di quanto avviene nella società esterna, dove le regole da seguire sono spesso esplicite e inevitabili.

Si è creata così una sorta di dicotomia tra intimità e società.

La società è il luogo della costrizione, delle maschere da indossare per non essere schiacciati e l’intimità rappresentata dall’amore sembra essere il luogo della sincerità, dell’autenticità, della verità, della ricerca del senso di sé. Il luogo dove si può sperimentare la propria libertà fino a sfiorare l’anarchia.

“E perciò in amore costruzione e distruzione avvengono insieme, esaltazione e desolazione camminano affiancate, realizzazione di sé e perdita di sé hanno intimi confini”[2]

L’amore rappresenta una realtà in cui ciascuno, attraverso la relazione con l’altro, desidera realizzare se stesso.

Ma la visione dell’amore come modo per realizzare se stessi si incontra/scontra con la natura essenzialmente relazionale dell’amore.

L’amore è un modo per uscire dalla solitudine, ma se la concentrazione su se stessi non permette di guardare e sentire l’altro la solitudine resta ed erige alte mura difficili da oltrepassare.

L’altro infatti non è solo un riflesso in uno specchio, ma una persona in carne ed ossa con una storia e un percorso di ricerca di sé, valido quanto il nostro.

L’incontro è sempre foriero di cambiamento, di modifica del sé e della relazione.

È messa in gioco di se stessi che deve passare per il superamento dell’idealizzazione dell’altro e della visione stessa dell’amore.

È vero infatti solo in parte che nell’epoca attuale i condizionamenti del sociale sulla vita affettiva sono pressoché nulli.

La scelta del partner non è quasi più esplicitamente condizionata dalle famiglie d’origine per questioni economiche, religiose o razziali, ma rimane l’influenza simbolica che è spesso altrettanto forte delle pressioni concrete.

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu


[1]  Umberto Galimberti, Le cose dell’amore, Feltrinelli, Milano, 2004

[2] ibidem