di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La coppia. Tra Io, Tu e Noi

Gender: che genere di discorso – Diritti di Famiglie 2016

Abbiamo il piacere di condividere il programma del seminario “Diritti di Famiglie 2016 – Gender: che genere di discorso” che si terrà venerdi 22 gennaio dalle ore 14.15, presso il Liceo Classico G. Siotto Pintor, Viale Trento, 103, Cagliari.

Oggi si sente di frequente parlare di Gender o di Ideologia/Teoria Gender, spesso senza sapere davvero a cosa si fa riferimento e senza conoscere l’importante contributo degli studi scientifici di genere.

Il seminario Diritti di Famiglie 2016 – si propone di contestualizzare questi termini e spiegare come si sia arrivati a strumentalizzare la parola Gender, facendola diventare un concentrato di paure e dubbi basati essenzialmente sull’ignoranza.

L’incontro è organizzato dall’Associazione ARC Onlus e dall’Ordine Assistenti Sociali della Sardegna.

E’ aperto a chi lavora nel sociale, a chi lavora nelle scuole e a tutti coloro che vogliono approfondire un tema di grande attualità.

Trovate i dettagli nella locandina qui sotto:

Che genere di discorso -locandina

 

Né con te, né senza di te posso stare … l’amore come illusione di guarigione reciproca

Nec sine te, nec tecum vivere possum

Ovidio

 

Ci piace pensare all’amore romantico come a qualcosa di eterno che rende la vita a due un percorso più leggero, un sentimento che porta ad affrontare con animo lieto il futuro.

Si tratta di un’idea diffusa anche grazie alle fiabe che ci raccontavano da piccoli e che noi raccontiamo ai nostri figli: tutte le storie finiscono infatti con la frase “e vissero per sempre felici e contenti”e in tutte c’è sempre lo stesso canovaccio: dopo varie peripezie il lui e la lei di turno si ritrovano e da allora, grazie al loro amore, la strada non potrà che essere in discesa.

 Ma ogni amore attraversa delle fasi[1]:

–          la prima fase preliminare è quella in cui avviene la conoscenza, l’avvicinamento e la creazione di sentimenti di simpatia e affetto reciproci;

–          poi segue la fase della scoperta di essere innamorati, l’affetto diventa più intenso e l’attrazione reciproca è inequivocabile;

–          la terza fase è quella dell’innamoramento  fusionale, nella quale l’identificazione proiettiva sembra annullare le differenze tra i partner facendoli sentire “un’unica cosa”;

–          alla fase fusionale deve seguire una defusione progressiva  che porta alla costruzione di una relazione matura, è la fase in cui i partner si riconoscono diversi e separati anche se sono uniti da sentimenti coesivi. È questo lo stadio in cui si passa dall’innamoramento all’amore attraverso la possibilità di accogliere la capacità di stare da soli, di vivere i sentimenti anche in assenza dell’oggetto d’amore e di tollerare la frustrazione legata alla diminuzione di emozioni forti;

–          l’ultima fase è quella della separazione , ineluttabile se non altro perché  anche se si rimane insieme tutta la vita è molto raro che si muoia insieme. Anche in questa fase sono molto importanti le caratteristiche individuali per capire come potrà essere elaborata la perdita e il lutto.

Ogni storia d’amore è una storia a sé, è data dall’incontro tra persone e vissuti differenti ma in tutte le relazioni c’è un processo da portare avanti per poter passare in modo funzionale dalla fase dell’innamoramento a quella dell’amore: è fondamentale la capacità di modulare l’ambivalenza legata alla scoperta che si è diversi e che l’altro ha anche dei lati negativi che non possono essere cancellati ma solo accettati e controbilanciati costantemente con quelli positivi.

Ci sono però delle coppie in cui avviene una sorta di blocco tra la fase fusionale e quella defusionale, in queste coppie non si arriva mai alla costruzione di un amore maturo, basato sulla differenziazione nell’unione, ma si coltiva il mito di una simbiosi eterna che lega, nutre e soffoca allo stesso tempo.

Se in tutte le coppie il patto implicito si basa sulla speranza che la persona amata possa guarire le nostre ferite, il rischio nelle coppie non differenziate è quello che l’amato, perdendo la sua connotazione ideale perda anche il suo potere salvifico e che i due IO, quello dell’amato e quello dell’amante, si trasformino in oggetto di delusione e di odio secondo il principio “Non mi hai salvato, non ti ho salvato”[2].

In queste coppie la caratteristica fondamentale è l’illusione di poter cambiare i tratti ritenuti disfunzionali nel partner e l’amore si identifica con la convinzione di poter dare all’altro tutto ciò di cui necessita per essere felice.

L’innamorato pensa di poter guarire l’altro dandogli tutto il suo amore.

Il fallimento di queste dinamiche riattiva lo spettro della separazione che era stato messo a tacere con l’incontro: se l’amore non guarisce tutte le ferite allora queste si riaprono  portando con sé fantasmi di morte e auto annientamento.

Per Caruso[3]  l’identificazione narcisistica con l’altro porta alla perdita di parti di sé, di quelle parti che sembravano essere state ritrovate nell’incontro con l’oggetto d’amore. Per questo la separazione è uno degli eventi più difficili da elaborare per le persone, per alcuni è più difficile da elaborare persino della morte.

Le coppie fusionali non possono accettare il passaggio dall’amore simbiotico a quello che prevede la differenziazione e l’autonomia dei partner:

“l’ambivalenza regna sovrana e la coppia unita in modo simbiotico non può separarsi, ma soltanto lacerarsi, cosicchè i due ne usciranno inevitabilmente mutilati.”[4]  

Questo meccanismo è tanto più forte quante erano le parti di sé poste nell’altro e quanto più il rapporto era caratterizzato dalla dipendenza dall’altro.

L’impossibilità di elaborare conflitti irrisolti e di pensare a sé come persone separate ha a che fare con le dinamiche della famiglie d’origine che vanno indagate nelle generazioni precedenti e che rimandano all’impossibilità di lasciarsi anche quando, lungi dal curarsi reciprocamente,  si arriva a farsi del male.

E così la separazione evoca i suoi fantasmi di morte, di annientamento, di convinzione della propria inconsistenza che portano le persone a cristallizzare relazioni che possono diventare situazioni perverse in cui non è più l’affetto a garantire l’unione ma l’aggressività alla luce del principio che l’odio lega quanto l’amore e che “sei ancora mio perché solo io posso farti così male”[5].

La forza del legame è indiscutibile ma cambia di segno e diventa da positiva a negativa, rimane in vita continuando a nutrirsi.

Non dobbiamo infatti dimenticare che l’indice affettivo della fine di un amore non è l’odio ma l’indifferenza.

Maria Grazia Rubanu


[1] Dalle Luche R., Bertacca S., “L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive”, Franco Angeli, 2007.

[2] Caruso I., La separazione degli amanti, Einaudi, Torino, 1988.

[3] ibidem

[4] Piccione M. et al, “Problematiche di identità nella separazione coniugale”, Psichiatria e psicoterapia analitica, 7,1: 15-26.

[5] Dalle Luche R., Bertacca S., L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive, Franco Angeli, 2007, p.67

Il mio primo matrimonio gay

Il 9 luglio, mentre a Cagliari si teneva la prima manifestazione delle “Sentinelle in piedi”, io ero a Beauvais, in Francia a prendere parte al mio primo matrimonio gay.

Due eventi quasi in contemporanea: in Italia un gruppo di circa 110 persone in piedi, in silenzio con un libro in mano, a manifestare contro le nozze gay e le adozioni alle coppie omosessuali e in Francia la celebrazione di un matrimonio tra due uomini: Thierry e Yannick.

Niente drappi colorati e costumi di piume, come un immaginario stereotipato potrebbe suggerire a qualcuno: una semplice e sobria cerimonia civile celebrata da un ausiliario del sindaco di Beauvais, fiorita cittadina che noi sardi conosciamo solo grazie al fatto che ci atterra Ryan air.

La sala del comune si riempie di gente, faccio quasi fatica a trovare posto, ma riesco a guadagnare una posizione in terza fila dalla quale ho una panoramica d’eccezione: i futuri sposi entrano in sala accompagnati ognuno da una splendida damigella (Gwen e Perrine, le figlie del fratello di uno degli sposi). E come nel più classico dei matrimoni qui inizia l’emozione: la madre e le sorelle di Yannick si commuovono, così come il fratello di Thierry e sua moglie. Le quattro testimoni iniziano ad agitarsi sulle sedie ma per ora reggono ancora…

La cerimonia inizia e vengono letti agli sposi gli articoli del codice civile, compresi quelli relativi alla cura e all’educazione dei figli. Eh si! Perché in Francia dal 2013 le coppie omosessuali possono sposarsi e diventare genitori adottivi.

Si sa che il momento della lettura degli articoli non  è certo la parte più commovente di un matrimonio, ma qui io vacillo davvero: commossa fino alle lacrime dalla civiltà di questa nazione, che è riuscita a raggiungere un traguardo che mi sembra così lontano per il mio paese.  Mi sento parte della storia, dell’evoluzione del pensiero e, per fortuna, anche parte del coronamento di un sogno d’amore.

Come nella migliore delle tradizioni sposi, amici e parenti raggiungono il culmine dell’emozione al momento dello scambio delle fedi, ancora più commovente perché vengono consegnate dai nipotini di Thierry che, se possibile, sono più emozionati dello zio.

È il momento degli auguri e della festa tutti insieme in una sala appositamente allestita e tutta colorata di bianco, verde e cioccolato. Qui si mangia, si beve e si balla tanto, come in ogni festa di matrimonio che si rispetti. Ci sono le foto di rito e la tavola della frutta fortemente voluta da Thierry, i confetti e il tema della festa: le orchidee e le foto degli sposi durante gli anni in cui sono stati insieme prima di sposarsi.

Insomma un matrimonio come tanti, in cui tante volte mi sono dimenticata che gli sposi fossero due uomini, perché al centro c’era l’amore, la gioia che avevano negli occhi, non solo gli sposi ma tutti gli invitati, parenti ed amici che li hanno circondati di tanto affetto in quel giorno, così come nei precedenti.

Ma a ricordarmi quanto questa normalità sia influenzata dalla cultura di appartenenza ci ha pensato la manifestazione delle “Sentinelle in piedi” al Bastione di Cagliari: in piedi per vigilare, come loro sostengono, sulla libertà d’espressione e contro il ddl Scalfarotto, una proposta di legge per il contrasto all’omofobia e alla transfobia (a loro avviso criticabile perché sosterebbe implicitamente la punibilità non solo di atti di violenza, ma anche il reato d’opinione). In piedi con un libro ad attestare la “formazione permanente di cui tutti abbiamo costantemente bisogno”.

Questa affermazione letta nel loro sito mi ha colpito molto perché per me leggere è uno dei momenti più belli della giornata, una delle esperienze che aprono finestre sul mondo, che permette di conoscere ciò che ancora è ignoto e consente di provare emozioni attraverso l’immedesimarsi con le vite altrui.

Leggere educa alle emozioni e apre la mente, per questo non riesco a capire cosa leggano le “sentinelle in piedi”; nonostante le foto che ritraggono i libri che tengono in mano, continuo a non capire.

Senza voler mancare di rispetto a nessuno, mi viene da pensare che non li leggano davvero ma che usino i  libri che tengono in mano come un’armatura, in modo da guardare in basso e difendersi da un mondo in movimento che forse spaventa. Guardano in basso e forse si perdono la vita che passa loro accanto. Basterebbe alzare lo sguardo, respirare e sentire che forse non tutto ciò che è diverso è sbagliato.

Non capisco come si possa sostenere di lottare per la libertà di espressione e combattere contro l’estensione dei diritti a tutti coloro che fanno parte della nostra società.

Mi è difficile associare la parola libertà alla limitazione della libertà di qualcuno.

Qualcuno che esiste, è reale, paga le tasse e muove l’economia e che può pure correre il rischio di innamorarsi e di aver voglia di creare una famiglia. Ma questo qualcuno, che è un cittadino a tutti gli effetti quando si tratta di pagare le tasse, si ritrova improvvisamente a scoprirsi un paria quando vuole formalizzare una relazione affettiva.  Impensabile poi immaginare che una coppia omosessuale possa adottare un figlio! Si scatena nell’immediato l’affermazione sulla naturalità della famiglia costituita da “un uomo, una donna e tutti i figli che Dio vorrà donargli”.

Ho letto tutto il sito, ho letto anche il manifesto di Manif Italia e la loro critica spietata  agli studi di genere e posso sostenere con fermezza che non ci sto: il diritto alla libertà di espressione è sacro e nessuno vuole violarlo, nemmeno il ddl Scalfarotto, ma non si può continuare a lottare contro qualcuno che chiede solo dei diritti civili. Forse per chi vive una relazione eterosessuale certe cose sono date tanto per scontate che non si capisce proprio cosa possa provare chi non ne ha diritto.

Care sentinelle in piedi tranquillizzatevi, nessuno di voi andrà mai in prigione perché continuerà a sostenere che i gay non devono sposarsi e non devono avere figli. Ragionateci un po’ su e ve ne renderete conto.

E poi aprite il cuore, poggiate i libri e andate incontro alle persone vere, quelle che stanno insieme da tanti anni da poter celebrare le nozze d’argento, quelle che hanno già dei figli che hanno legalmente solo un genitore, quelle che si amano come tutti, indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza.

Quelle che sono una famiglia perché, indipendentemente dal corredo cromosomico, è l’amore che fa una famiglia.

Insomma i mondiali di calcio sono appena finiti e né l’Italia, né la Francia hanno dato prestazioni interessanti, ma nella competizione per la civiltà e l’apertura mentale, mi dispiace dirlo ma la Francia questa volta batte di gran lunga l’Italia!  

Maria Grazia Rubanu