di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

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This must be the place. Una storia di individuazione

 Il titolo è quello di una storica canzone dei Talking Heads, che rappresenta il senso di tutto il film:

“And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love

Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there

I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place”.[1]

Sorrentino, con una maestria che non conosce la prevedibilità ci accompagna nella vita di Cheyenne, una rock star del passato, che a quel passato è rimasta ancorata. È fisicamente identico a Robert Smith, il cantante dei “The Cure”, con i capelli cotonati e tinti di nero, il rossetto e il fondotinta, e cammina in modo stentato, quasi al rallenty, come Ozzy Osbourne.

Cheyenne ha 50 anni, e da almeno 20 non prende più in mano una chitarra, vive monitorando le sue azioni in banca e ha al suo fianco Jane, sua moglie da 35 anni, che nella vita fa il vigile del fuoco. Cheyenne si muove piano, parla piano, con una voce quasi monocorde e non si sposta mai senza un “peso” al seguito, che si tratti del carrello del supermercato o del suo trolley che trascina ovunque. Un peso simbolico che contiene aspetti irrisolti e che si dipaneranno nel corso della storia.

 È una storia che ben si presta ad essere analizzata in chiave relazionale; anche se la luce è puntata soprattutto sul protagonista è inevitabile considerare il sistema di relazioni nelle quali è inserito: la coppia, le relazioni amicali, la famiglia d’origine, che ha un ruolo fondamentale (e quando non lo ha?).

È una storia che parla di taglio emotivo, di massa indifferenziata dell’io familiare e di ansia cronica (Bowen, 1979).

 Partiamo però da una diagnosi nosografica: qualunque psichiatra vedendo il modo in cui il personaggio si muove e parla e il suo stile di vita non potrebbe non pensare ad un disturbo dell’umore. Lui stesso parlando con la moglie si definisce “depresso”. E Jane, la compagna di una vita non accetta e questa definizione e gliene propone un’altra “tu non sei depresso, una persona depressa non fa l’amore con la donna con cui sta da 30 anni come fosse la prima volta. Tu sei soltanto annoiato”. Una definizione che non gli permette di rinchiudersi in un tunnel dal quale è difficile uscire, ma che lo pone in una posizione attiva nella sua vita. È quello che Jane fa continuamente quando lui prepara sempre la stessa pizza surgelata per cena o quando giocano a pelota nella piscina di casa (mai riempita d’acqua e sempre usata con questa funzione). Lei non cede alla tentazione della definizione patologica e, attraverso un’ironia spesso pungente, lo motiva all’azione.

La relazione di coppia dunque sembra funzionale e infatti nel trolley di Cheyenne c’è un bagaglio più antico da spolverare.

 Ci siamo già spostati dalla diagnosi nosografica di tradizione psichiatrica e siamo entrati nel relazionale: cosa è successo nel passato di Cheyenne? Perché a 50 anni si veste e si trucca come quando nel aveva 15?

Un giorno Cheyenne riceve una telefonata da New York, in cui gli viene comunicato che il padre sta morendo. Non perde tempo e si prepara per il viaggio, che avverrà in nave, visto che il nostro eroe ha paura di prendere l’aereo.

È così che scopriamo che Cheyenne non vede il padre da quando a circa 20 anni è andato via di casa, ha dovuto mettere la distanza che intercorre tra New York e Dublino per provare ad essere se stesso. Della sua relazione con il padre racconta di non essersi mai sentito accettato da lui: “non mi voleva bene”. Quando aveva 15 anni suo padre non accettava il suo modo di vestirsi, il fatto che si truccasse e la sua musica, e così se n’è andato di casa. Potremmo provare a fare una diagnosi relazionale analizzando la struttura di questa famiglia, così come ce la racconta il protagonista, ovviamente… Si tratta di una famiglia in cui domina l’ansia cronica, in cui non è possibile differenziarsi ed essere riconosciuti per ciò che si sente di essere, ma c’è una massa indifferenziata dell’io familiare, del tipo  o tutto o niente. Bowen definisce la massa indifferenziata dell’io familiare come un’”identità emotiva conglomerata che esiste a ogni livello di intensità sia nelle famiglie in cui è più evidente sia in quelle in cui è quasi impercettibile”,nella quale non è possibile distinguere dove termina il sé dell’uno e dove inizia il sé degli altri membri e che definisce l’indice di “fusione relazionale” nelle famiglie.

Una famiglia che non può accettare che uno dei suoi componenti sia così diverso e un ragazzo, un adolescente che, anche per sentirsi visto, cerca un look che non può passare inosservato. Lo trova e lo mantiene inalterato nel tempo, così come resta inalterato quel sentimento mai elaborato che lo tiene legato alla sua famiglia d’origine, anche se ci ha messo la distanza che separa l’Europa dall’America. Nel tentativo di assumere una posizione–IO, non potendo separarsi e non potendo restare, Cheyenne si allontana compiendo un taglio emotivo, e trovandosi a vivere una condizione di non appartenenza che si manifesta con un diniego dell’intensità dell’attaccamento emotivo non risolto ai propri genitori. Il distanziamento emotivo può avvenire attraverso meccanismi interni o con la distanza fisica. Il nostro protagonista sceglierà la seconda modalità. In questo modo, a sua insaputa, metterà in atto una rottura traumatica dei processi di appartenenza fondamentali per la costruzione della propria identità.

Se ne va illudendosi di conquistare l’indipendenza, ma, come Bowen insegna: “utilizzando la struttura di questa famiglia, così come ce la racconta il protagonista, più è netto il taglio con i genitori più è prevedibile che egli ripeterà lo stesso modello nelle relazioni future[…] il modello della distanza fisica fa parte della sua personalità” (Bowen, 1979, p.64).

Il viaggio permetterà al protagonista di riaprire il bagaglio che si porta dietro e di dargli un significato nuovo, è la storia di un processo ed è qui che si innesta la parte processuale della diagnosi relazionale.

Bowen diceva che per risolvere un problema qui e ora bisogna andare lì e prima, ed proprio questo il senso più profondo del viaggio: “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare[2].

Tornare indietro non ha solo un effetto riconciliatorio tra una generazione e l’altra, ma permette a chi lo sperimenta di andare avanti nei propri rapporti personali più significativi con una diversa e più matura realizzazione del proprio sé” (Bowen,1979).

Ma la riconciliazione con il padre non potrà avvenire, non almeno nel modo tradizionale, perché quando Cheyenne arriva a casa il padre è già morto. Lui entra nella stanza dov’è il corpo, solleva leggermente il lenzuolo e piange. Rimarrà lì qualche giorno, il tempo di iniziare a leggere gli scritti che lui ha lasciato.

 In questo modo scoprirà che negli ultimi anni suo padre aveva una missione/ossessione: ritrovare il gerarca nazista che lo aveva perseguitato quando era nel campo di concentramento: Aloise Lange. La missione del padre diventa la sua e il nostro protagonista, armato di trucco, parrucco e dell’inseparabile trolley parte alla ricerca dell’uomo che suo padre cercava, aiutato dal cacciatore di nazisti Mordecai Midler. Il viaggio è una perfetta metafora di un viaggio interiore, alla scoperta di se stessi, di parti di sé sconosciute, che possono finalmente essere sperimentate. Cheyenne non dirà nemmeno a Jane di questo viaggio nel viaggio, alla ricerca di una connessione con la sua storia, attraverso il compimento di ciò che il padre non è riuscito a fare: uccidere il persecutore nazista, colui che ha aggiunto l’umiliazione della vergogna alla sofferenza dei campi di concentramento. Al telefono le dirà soltanto: “Non sto cercando me stesso. Sono in New Mexico, non in India…” con la sua solita ironia, blanda nei toni ma efficace.

Man mano, attraverso la ricerca di un uomo che si sposta continuamente, uscirà dal suo torpore, non nel fisico e nella voce, minati in modo irreversibile dall’abuso di alcolici quando era all’apice della carriera, ma nell’animo e nell’azione: guiderà il pickup di un tizio appena conosciuto, farà amicizia con la nipote del nazista (che non conosce la sua identità) e arriverà addirittura  a suonare la chitarra per il figlio di lei, cosa che non faceva da anni, in un tenerissimo duetto.

Il viaggio gli permetterà di riconnettersi a suo padre e, attraverso la sua ossessione, di dare un senso alla sua storia.

Sarà lui stesso, ad un certo punto del viaggio a dire “io pensavo che mio padre non mi volesse bene, non avevo capito che un padre non può fare a meno di amare suo figlio… E io per questo non ho messo al mondo dei figli … e ormai è troppo tardi …”.

Il processo è in atto, Cheyenne non è più lo stesso di quando il film è iniziato, o meglio ha finalmente esplorato parti di sé sconosciute …

Alla fine trova il nazista, ha con sé la sua pistola, Mordecai Midler lo aspetta in macchina, mentre lui dentro la roulotte parla con Aloise Lange, che ricorda benissimo suo padre e gli racconta la sua versione dei fatti. È giunta l’ora: Cheyenne lo fa spogliare e uscire nudo sulla neve all’esterno della roulotte, lo minaccia con la pistola. L’uomo è molto anziano e magro, proprio come gli ebrei nei campi di concentramento, trema di freddo e di paura, ora Cheyenne dovrebbe premere il grilletto, ma non lo fa. Lo lascia lì sulla neve, nudo. Sale in macchina e va via.

La sua missione è compiuta, attraverso quella di suo padre ha ritrovato parte della sua storia e il non premere il grilletto appare un ulteriore segno di differenziazione.

Il film finisce con il ritorno in Irlanda, nella ormai sua Dublino, lo vediamo percorrere il viale della casa di un’amica di famiglia senza più trucco, né parrucco: è uno Cheyenne ripulito, un cinquantenne che ha ritrovato se stesso dopo un processo di differenziazione durato un viaggio tra Dublino, l’America e la Francia.

Non ha più bisogno di orpelli, cammina verso la casa senza nemmeno più l’inseparabile trolley. Finalmente a casa: questo deve essere il posto.

Maria Grazia Rubanu

 Bowen, M., (1979), Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma.

[1] E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa- è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa-lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto

 [2] Fabrizio De Andrè, Khorakhanè

Cito perchè sono

 

Cito perchè sono è una rubrica che nasce dall’amore per i libri, un amore nato molto presto da quando, a 7 anni, ho scoperto l’esistenza della biblioteca comunale.

In un piccolo paese di provincia nei primi anni ’80 poteva ancora capitare che i bambini andassero da soli in giro per le vie e così io, Erica ed Elisa, le mie amiche storiche (amiche ancora adesso anche se viviamo in città diverse), siamo entrate a curiosare in questo posto sconosciuto, ma dall’odore per me indimenticabile: il profumo delle pagine e delle copertine di diverse edizioni e di differenti annate ha il potere di inebriarmi!

Ma che posto è una biblioteca?

Il regno di tutti i libri del mondo che possono portarti a viaggiare per tutti i paesi, reali e fantastici, alla scoperta di te stesso.

Eh già! Perché un libro non è mai solo qualcosa di scritto da un’altra persona, non è mai soltanto una storia.

Un libro è un viaggio che, attraverso le parole scritte da un altro, ti permette di incontrare te stesso.

I libri svolgono una funzione importante in questo senso soprattutto durante l’adolescenza, età in cui le emozioni sono talmente confuse che, a volte, solo riconoscerle in una pagina può permettere di dar loro un nome.

Per me la lettura ha sempre avuto questa funzione: aiutarmi a muovermi tra le mie emozioni e riconoscere i miei sentimenti anche grazie alle vite degli altri.

Di tutti quegli altri che prendono vita, nero su bianco, e che non sono altro che una delle sfumature dell’essere di ciascuno.

Amo i libri, amo i personaggi che li rendono vivi e più sono vissuti e più li amo.

Aprire un libro nuovo è un’emozione forte, ma ancora più forte per me è leggere un libro che ha già una storia con i suoi precedenti lettori: pagine più scure, qualche orecchia qua e là e l’odore delle pagine che cambia …

Adoro comprare un libro nei mercatini dell’usato, immaginare le mani che lo hanno già sfogliato e chiedersi se lo hanno amato e perché si sono privati del suo possesso e poi ancora, cosa lo ha portato tra le mie mani…

Ogni libro è un incontro che arricchisce e ogni frase che colpisce è in qualche modo nostra perché parla di noi.

Cito perché sono è una rubrica che raccoglie la frasi che mi colpiscono nei libri che incontro lungo il mio cammino, in alcuni casi saranno commentate, in altri saranno lì e basta.

Perché le cose che colpiscono a volte riempiono di parole e a volte rendono muti, in attesa magari dei vostri commenti.

Il titolo richiama spudoratamente il cogito ergo sum cartesiano, cambiando però la direzione della causalità, se in Cartesio il pensiero è la prova dell’esistenza, in questo caso è l’essere che porta al citare…

Maria Grazia Rubanu

PsyBlog. La sostenibile leggerezza dell’essere

 

PsyBlog nasce come luogo d’incontro virtuale, ma non per questo meno reale di tanti luoghi che frequentiamo ogni giorno fisicamente.

Non è solo un blog di psicologia e non si propone di dare consigli.

Noi possiamo prenderci solo la responsabilità di essere noi stesse. Ed è la stessa cosa che vorremmo per tutti coloro che si incuriosiranno a leggerci.

Il sottotitolo è una citazione del libro di Milan Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere, ma la sua leggerezza è insostenibile, ben esplicitata dalla domanda che si pone

“Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa?”

 e ancora

“Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato”[1].

Nel libro si parte infatti dalla visione del filosofo greco Parmenide che considerava  l’universo diviso in coppie di opposizioni delle quali l’una rappresentava il positivo e l’altra il negativo: il leggero è positivo e il pesante è negativo, per arrivare a dire, attraverso le storie dei protagonisti, che la leggerezza dell’essere è un’utopia, qualcosa a cui l’uomo tende, ma che è impossibile da raggiungere, ancorati come siamo alle difficoltà che la vita ci fa incontrare.

Nel nostro piccolo, in accordo con l’affermazione di Kundera

“l’opposizione pesante-leggero è la più misteriosa e la più ambigua tra tutte le opposizioni”[2]

 ci poniamo nel mezzo dei due opposti filosofici: leggerezza e pesantezza, alla ricerca di una leggerezza possibile, per quanto sostenibile da ognuno.

Non dunque una meta illusoria, ma qualcosa che può rendere più leggero il nostro vivere quotidiano, senza pretendere di annullare le difficoltà, la pesantezza che ogni tanto ci butta giù, ma che in qualche modo ci fa sempre ritrovare la strada di casa.

La sostenibile leggerezza dell’essere è per noi quella dell’albero che offre al cielo i suoi rami e le sue fronde, che si colora di fiori e di frutti, ma che non può prescindere dalle sue radici.

Ci sono tanti tipi di alberi e, anche tra quelli della stessa specie, non ce ne sono due uguali, così le persone.

Uniche, irripetibili, pesanti e leggere per quanto possono sostenere!

Maria Grazia e Melania


[1] Op. cit. pag.13

[2] Op. cit. pag.14