di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Pilar. Un’adolescente in terapia

“La terapia finisce, tuttavia continua.

 I familiari portano il terapista dentro di sé

 mentre il terapeuta si porta dentro la famiglia.

 La vita va avanti e al terapeuta resta l’entusiasmo

di essere stato coinvolto

 in un’esperienza umana ricca di sentimenti”.

 

Carl Whitaker

 

L’estate è un momento in cui si chiudono diversi percorsi terapeutici.

La fine di una terapia è per me sempre molto emozionante perché è un  momento di bilancio e di saluti, ancora più toccante quando a concludere il suo percorso con me è un adolescente.

Mi appassiona vedere la metamorfosi di queste creature fragili e forti, che imparano a vivere integrando gli aspetti ambivalenti presenti nella vita e “buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

Non tutte le paure scompaiono, non è questo l’obiettivo, alcune restano, ma non hanno più il potere di paralizzare chi le vive, che trova quindi il coraggio di affrontarle e superarle.

Spesso chiedo alle persone di scrivere che cosa è stato per loro questo percorso, una sorta di lettera alla terapia.

Questa è la lettera alla terapia di Pilar, una ragazza di 15 anni che ha passato con me un’ora ogni mercoledì pomeriggio per un anno e tre mesi.

Pilar ha spiegato le sue ali, non ha più bisogno di una stampella per andare incontro alla vita e comprendere le sue emozioni. 

Come dice Carl Whitaker nella citazione in cima al post “la terapia finisce, tuttavia continua …” continua nella vita quotidiana che Pilar sta imparando ad affrontare da sola.

Una parte di Pilar resterà con me, negli origami lasciati nel mio studio, in quel piccolo Tao “con un po’ di bene nel male e un  po’ di male nel bene” che mi ha lasciato come segno del suo passaggio, nel ricordo di quella ragazzina rompiscatole che metteva in discussione tutto e che ha imparato a sorridere.

Vi lascio con le sue parole, efficaci e simboliche.

 

“Le cose non cambiano velocemente.

La terapia, la guarigione, non hanno la velocità di un fulmine che riporta le cose alla normalità.

No.

Bisogna imparare a sfogare le emozioni ostili con le peggiori parole, a sentire tutto l’odio che proviamo, ma ricordare, secondo dopo secondo, che c’è qualcosa di migliore di quell’odio.

Che  noi non siamo così  mostruosi come pensiamo e che tutto ciò che per noi è sbagliato, irraggiungibile, incomprensibile e ci è lontano, può essere preso con positività e interiorizzato nell’amore che proviamo per noi stessi.

Si comincia prendendosi cura di sé, rimanendo qualche secondo di più a contemplare la figura nello specchio per finire poi magari con una risata liberatoria, sincera e spensierata.

Sarà lunga, ma si imparerà ad amarsi passo dopo passo.

E che bisogno c’è di un fulmine se si può guardare il cielo nuvoloso aprirsi lentamente in un arcobaleno?”

Maria Grazia 

Nella foto: “Adolescenza” di Agata Fasulo