di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Tutto sotto controllo!

“Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle”

Antoine de Saint-Exupéry 

Il Piccolo Principe

 

 

 

Una delle tematiche che emergono più frequentemente nel parlare con le persone che incontro nel mio lavoro, è quella del controllo: una caratteristica che rassicura ma che, allo stesso tempo, provoca un senso di inquietudine.

La possibilità di avere il controllo delle situazioni che affrontiamo ci rassicura e a volte è determinante per aiutarci a viverle meglio, con maggiore sicurezza e serenità. 

L’eccesso di controllo, invece, ci impedisce di sperimentare cose nuove e di andare incontro alle situazioni con più leggerezza: quando vogliamo tenere tutto sotto controllo infatti diventiamo sempre più pesanti e corazzati e piano piano ci immobilizziamo, a volte non solo a livello psicologico … 

È ciò che è successo a Paola, Eliana e Gianna. 

Paola ha 26 anni, una laurea presa con il massimo dei voti e, a dire di tutti, una brillante carriera davanti a sé, eppure, proprio quando ha provato a muovere i primi passi dopo la laurea, le sue gambe e le sue braccia hanno cominciato a non seguirla più. Il sintomo è iniziato con un intorpidimento notturno e poi è diventata una vera e propria paralisi che l’ha portata in ospedale per escludere la possibilità di una terrificante malattia autoimmune. 

Eliana ha 17 anni, orfana di madre da quando ne aveva 10, è sempre stata una brava ragazza, una ragazza che non ha mai dato problemi: brava a scuola, rispettosa in famiglia, fidanzata con lo stesso ragazzo da quando aveva 14 anni. Tutto nella norma, tutto sotto controllo, a parte un grande vuoto dentro, che non viene ascoltato fino a che un giorno a scuola le sue gambe non reggono più e crolla. Anche lei finisce in ospedale e anche lei, prima di tutto, deve fare i conti con la paura di avere una malattia degenerativa. 

Gianna ha 35 anni, è sposata da 15 anni col suo primo fidanzato, anche lei è sempre stata una brava bambina, poi una brava ragazza e oggi è una moglie accogliente. Una persona che ha sempre visto e immaginato se stessa in relazione agli altri, fino a che un giorno si è fermata e ha provato a guardare la donna che è e che potrebbe essere. Anche le sue gambe non hanno retto, si sono intorpidite, fino a perdere sensibilità e bloccarsi, immobilizzandola a letto. Anche lei è finita in ospedale, anche lei ha dovuto fare tanti controlli medici. 

Tutte e tre queste donne hanno dovuto sperimentare una situazione di totale mancanza di controllo, un sintomo pesante come quello della paralisi momentanea degli arti prima di potersi fermare e iniziare a guardarsi dentro. Per ognuna di loro il sospetto è stato inizialmente quello di una sclerosi multipla e poi la diagnosi di disturbo d’ansia. 

Grazie a questi sintomi terribili hanno potuto trovare uno spazio per sé, per potersi finalmente ascoltare e imparare a prendersi cura di se stesse, affrontando la vita senza più il bisogno di controllare tutto. 

La situazione diventa ancora più complessa quando una persona che ha bisogno di tenere tutto sotto controllo diventa genitore. 

Allora le paure si spostano sul figlio, che deve essere protetto da tutti i pericoli della vita. 

È così che, inesorabilmente, si finisce per ingabbiare il bisogno di sperimentazione di un bimbo che cresce, pensando di dargli protezione e in realtà nuocendo al suo sviluppo. 

Succede infatti che a dominare sia l’ansia del genitore che, cercando di muoversi a fin di bene, finisce per  impedire fondamentali tappe evolutive del proprio figlio. 

Pensando di proteggere un figlio dai pericoli del  mondo si arriva, in realtà, a  provare a proteggere se stessi dalla propria ansia. 

I bambini hanno bisogno di conoscere, di esplorare, di muoversi nel mondo anche cadendo e sbagliando. 

Devono poter correre dei piccoli rischi. 

Devono poter  imparare a tollerare alcune piccole frustrazioni per poter essere dei ragazzi e degli adulti che sapranno camminare nel mondo, sapendo affrontare anche le situazioni impreviste e incontrollabili senza andare incontro ad ansia e attacchi di panico. 

Mi preme specificare che i genitori lo fanno a fin di bene, convinti di evitare dei dolori al bambino, esattamente come fa il Piccolo Principe con la sua rosa: pensa di metterla dietro un paravento, sotto una campana di vetro che dovrà proteggerla da tutti i rischi, dal freddo, dalla pioggia, dagli animali. 

Pensa persino di far disegnare una museruola per la pecora, in modo che non mangi la sua rosa, perché la pensa fragile, con solo quattro spine a difenderla, così come lei gli ha inizialmente fatto credere. 

Vuole proteggere il fiore e controllare il suo destino, così come quello del piccolo pianeta in cui vive. 

Sarà solo parlando con la sua rosa che potrà capire che, quelle che lui pensava come “solo quattro spine”, in realtà possono essere artigli, adeguati meccanismi di difesa verso l’esterno e che l’esterno non è poi sempre nefasto: la pioggia può far bene e anche il vento non deve per forza far venire il raffreddore! 

E inoltre bisogna pur sopportare qualche bruco per poter conoscere le farfalle! 

E così anche mettere un bambino sotto una campana di vetro può proteggerlo dal vento, dalla pioggia e dagli attacchi dall’esterno, ma allo stesso tempo impedirgli di crescere, sperimentandosi in tutte le possibilità che la vita offre, dalle più semplici alle più complesse, insomma allenandosi a vivere. 

C’è da dire che anche i genitori più controllanti e ansiosi sono stati dei bambini e che il bisogno di controllo ha radici profonde da scavare nelle generazioni precedenti. 

Ci vuole tempo, pazienza e impegno in un percorso che permetta di guardarsi dentro, rileggendo con occhi differenti la propria storia, trovando parole diverse e dando spazio e legittimità a tutte le emozioni, per capire il senso di questo bisogno esasperato che fa male alla persona che lo vive ma anche a coloro che le stanno vicine: il controllo è tanto più esasperato quanto più l’ansia è elevata. 

Ci si può fare aiutare in un cammino che prevede un simbolico ritorno indietro nel tempo, che permette di ritrovare e rileggere avvenimenti della vita che possono riguardare la propria infanzia ma anche le generazioni precedenti, storie dolorose e traumatiche che possono riguardare i propri genitori o i propri nonni. 

Storie che hanno bisogno di essere raccontate per poter essere integrate nei vissuti odierni, perché si possa capire quali carichi e quali pesi siano della persona in questione e quali possano essere ridistribuiti, risignificati e in alcuni casi lasciati andare.

Maria Grazia Rubanu