di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Vite recluse. Storie di adolescenti tra quattro mura

 Antonio ha 15 anni, un fratello più piccolo di qualche anno, due genitori che gli vogliono bene e dei nonni che stravedono per lui. Vive in una bella città, i suoi genitori lavorano entrambi, non ha problemi economici ed è sempre stato molto bravo a scuola, così bravo da fare immaginare a tutti una brillante carriera universitaria e un futuro da professionista affermato.

Eppure qualche mese fa Antonio ha smesso di andare a scuola e si è praticamente chiuso in casa. Non fa più sport e non esce con gli amici. Passa le sue giornate in camera al pc tra social network e videogames ed esce solo di rado.

Miriam ha 16 anni, una famiglia numerosa a cui sembra essere molto affezionata. È particolarmente legata alla madre con la quale ha sempre avuto grande intimità. Ha anche un fidanzato a cui vuole bene e adora la danza che pratica a livello agonistico da anni.

Eppure qualche mese fa Miriam ha smesso di andare a scuola e ha iniziato ad aver paura ad uscire da sola. Ha smesso addirittura di danzare e passa le sue giornate a casa, al pc tra social network e serie tv.

Due ragazzi come tanti, adolescenti con una vita quotidiana normale che, ad un certo punto, si blocca. Giovani e promettenti vite che si inceppano senza apparente motivo.

Antonio e Miriam non si conoscono ma hanno alcune cose in comune: non vanno più a scuola, non riescono più a fare le cose che amavano. Lui si chiude in casa, lei ha paura ad uscire da sola.

Parlano entrambi in modo maturo, troppo adulto per la loro età, sono ragazzi responsabili che riescono a dialogare più facilmente con gli adulti piuttosto che con i propri coetanei.

Antonio si rinchiude in un mondo virtuale fatto di personaggi dei videogiochi e di avatar di varia natura ed esce solo per andare dai nonni.

Miriam fa la conoscenza con l’ansia che paralizza le sue gambe e le toglie il fiato e riesce ad uscire soltanto con sua madre o col suo fidanzato.

Fino a qualche mese fa due adolescenti come tanti e ora due ragazzi in crisi, con gli occhi preoccupati delle loro famiglie sempre puntati addosso.

Non si può nemmeno dire che sia colpa della scuola: hanno avuto insegnanti attenti che si sono accorti del loro disagio e hanno cercato, nei modi che conoscevano, di andargli incontro.

Anche qualcuno dei loro compagni ci ha provato, ma si sa i ragazzi si stancano prima perché devono tenere il passo con la vita.

Quello stare al passo con la vita che, negli ultimi tempi, per tanti ragazzi come Antonio e Miriam si è interrotto, con segnali che, nel tempo, sono diventati sempre più forti.

I genitori hanno provato a capire, hanno cercato di parlare con i loro figli, gli hanno offerto un sostegno incondizionato come l’amore che provano per loro.

Ma questo non è bastato.

Anzi, paradossalmente, sembra avere aggravato la situazione.

Sono sempre di più i ragazzi come Antonio e Miriam,  adolescenti che si ripiegano su se stessi fino a rischiare di implodere, che muoiono restando vivi perché non sentono più il sapore delle cose. Li abbiamo conosciuti attraverso il lavoro di Carla Ricci[1]: gli Hikikomori giapponesi, quando il libro è uscito, sembravano riflettere una realtà culturale molto differente dalla nostra.

Eppure la sindrome ha colpito anche qui, in tante famiglie perbene, con bravi figli su cui riversare le migliori aspettative per il futuro.

La parola chiave per capire cosa succede a questi ragazzi potrebbe essere proprio questa: le aspettative che caratterizzano il cambiamento culturale della nostra società rispetto all’educazione dei figli.

In passato per i giovani i problemi erano rappresentati dal dover rinunciare alla realizzazione dei propri sogni per poter costruire una vita reale fatta di ruoli chiari e ben definiti: partner, genitori, lavoratori …

Per poter costruire il proprio ruolo sociale spesso bisognava rinunciare al desiderio di autorealizzazione e sottomettersi ad un sistema frequentemente basato sui sensi di colpa. 

L’evoluzione culturale contemporanea prevede che non si debba più rinunciare ai propri sogni ma, piuttosto, perseguire un Ideale dell’Io basato sull’espressione dei propri desideri e la loro realizzazione.

Una visione del mondo che riceve grande riconoscimento sociale. 

Questo cambiamento culturale non ha però portato alla realizzazione del proprio diritto alla felicità come ci si sarebbe aspettati, ma piuttosto, all’insorgere di un sentimento che paralizza: la vergogna. 

Accade infatti che i ragazzi come Antonio e Miriam non si sentano all’altezza dei propri sogni e si sentano inadeguati rispetto alla possibilità di realizzare i propri desideri.

Il rischio è dunque quello di essere smascherati rispetto a questa inadeguatezza di fronte alla società che da loro si aspetta cose grandiose, uno smascheramento che porta inevitabilmente a sperimentare il senso di umiliazione.

Una paura che terrorizza soprattutto al pensiero di deludere i propri genitori, coloro che più di tutti hanno da sempre creduto in loro e che tanto hanno investito per la realizzazione dei loro sogni.

Tanto da mettere da parte i propri,  con un senso del sacrificio direttamente proporzionale al senso di inadeguatezza provato dai loro figli rispetto ad una visione così grandiosa. 

L’emozione dominante è dunque la vergogna generata dallo “scarto inevitabilmente sussistente tra la nostra dimensione immaginaria e quel che realmente siamo, ci vergogniamo pertanto, non di qualcosa che abbiamo fatto (un errore, una mancanza, una piccola crudeltà), quanto piuttosto, più radicalmente, per quel che siamo e per quel che non riusciamo a non essere.    […] la vergogna non consente riparazioni  e costringe ad un annullamento totale di sé.”[2] 

E forse è proprio per questo che i nostri ragazzi smettono di andare a scuola e non hanno più una vita sociale, restringono al massimo il campo delle relazioni possibili: perché uno quando si vergogna vorrebbe scappare, nascondersi da tutti, trovare un rifugio nella propria tana. 

Prendo in prestito le parole di Enrico, il protagonista del libro di Antonio Piotti “Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione”:

“È proprio questa la prima grande lezione che posso impartire sulla vergogna: ti puoi vergognare tanto solo se c’è un progetto grandioso dentro di te, un Piano che fa di te l’uomo più grande e il più desiderato; è per questo che tutti si sono sacrificati, che tutti hanno rinunciato a quel che avevano riponendo in te ogni speranza. Come dichiarare che il Piano è fallito, che tu non ce la farai? Come accettare lo sguardo triste e infelice di chi ti ha così profondamente amato? Con che coraggio andar davanti a loro e confessare che tu non sei all’altezza, che le aspettative erano malriposte, che, in fondo, tu fallisci tanto quanto loro hanno fallito nel pensare di costruire dentro di te qualcosa di assolutamente bello? Si sta male perché si è amati troppo, perché si riceve troppo, perché, nella stanza dei regali non ne manca neppure uno, e, di fronte a questo troppo, si sente l’inadeguatezza come una ferita. Si sa, alla fine con certezza, che non ne valeva la pena, che non era il caso di mettere così tante energie, di investire in un progetto così scadente, di regalare tutto a uno che non merita niente. E non puoi prendertela con nessuno, devi tenere la rabbia tutta su di te, come faresti altrimenti a incolpare chi non ti ha mai rinfacciato nulla, coprendoti con un amore assoluto, fidandosi di te anche quando non avrebbe dovuto, ricoprendoti di regali per il solo fatto che tu li desideri, spesso addirittura sacrificandosi, perché è ovvio che tu sei l’unica cosa bella, l’unica che conti?”[3] 

Di fronte ad una sofferenza così grande l’unica soluzione possibile è dunque il ritiro sociale, a cominciare dall’istituzione che maggiormente rappresenta la possibilità di un confronto con gli altri: la scuola, in cui adulti e coetanei vivono “la vita vera”, quella che i nostri ragazzi sentono sfuggire dalle proprie mani e dai propri pensieri. 

Antonio è in grado di esprimere la rabbia di cui parla il protagonista del libro di Piotti, la sente dentro di sé, ma sente anche che non può controllarla perché è qualcosa di esplosivo come la trasformazione dell’incredibile Hulk.

È questa la metafora che usa per descriversi quando sente montare questa rabbia incontenibile dentro di sé, un’emozione con cui non sa come avere a che fare, non sa incanalarla e la lascia uscire contro gli oggetti e, a volte, contro suo padre, proprio colui da cui vorrebbe essere guardato negli occhi e contenuto con fermezza, per poter, grazie a lui, imparare a contenersi da solo. 

Miriam invece è terrorizzata dalla sua rabbia, non riesce  neppure a darle questo nome e la chiama “il nervoso che mi sale e mi spaventa”. Quando “il nervoso sale” Miriam non sa che fare, si blocca e sente che tutto si annebbia, la paura diventa terrore, il terrore di impazzire, soprattutto se sente che “il nervoso” sale nei confronti di sua madre, “che non merita se non il meglio”. 

Entrambi hanno la paura di perdere il controllo fino ad impazzire e si chiudono nel “mondo dentro” visto che il “mondo fuori” non sembra essere per loro.

E la loro difficoltà è speculare alla difficoltà delle loro famiglie, dei genitori che si sentono impotenti perché hanno “provato a capire, ad accogliere, ad ascoltare, a dare loro tutto ciò di cui pensavano avessero bisogno”, ottenendo spesso l’effetto contrario. 

Il processo terapeutico con questi ragazzi è complesso e articolato, prevede un lungo tempo per la costruzione di una relazione basata sulla fiducia, in cui potersi esprimere senza il timore di essere giudicati e quindi provare ancora una volta quella vergogna che paralizza.

È un lavoro incentrato sulle emozioni e sui significati da attribuire alle esperienze.

È un lavoro di destrutturazione rispetto a delle certezze acquisite che, spesso, sono fondate su carichi emotivi che provengono dal trigenerazionale.

È un lavoro di ascolto e di comprensione che non deve mai scivolare nei consigli pedagogici perché “cosa è giusto e cosa è sbagliato” questi ragazzi lo sanno spesso meglio di noi.

È un lavoro che coinvolge anche i genitori, che si sentono sconcertati e sperimentano in questa situazione la stessa inadeguatezza dei loro figli. 

Coinvolgere i genitori significa aiutarli a riprendersi il proprio ruolo genitoriale condividendo con l’altro genitore la responsabilità educativa.

Significa anche aiutarli a ricordare che sono una coppia oltre che genitori e che questa è una lezione di vita fondamentale per i loro figli.

Si lavora per restituire un valore educativo alla felicità, fatta di piccole cose e costruita giorno per giorno e si gettano le basi per un senso di leggerezza che libera i genitori dall’idea del sacrificio e i figli dall’idea di soddisfare le aspettative idealizzate dei propri genitori.

Si lavora per il superamento della vergogna attraverso l’accettazione dei propri limiti.

I genitori per primi devono imparare ad accettare i propri limiti e non vergognarsi di parlarne con i propri figli.

Solo così, con l’esempio, potranno dare questa importante lezione ai propri ragazzi che, a loro volta, potranno interiorizzarla e riprendere a guardare di nuovo verso il futuro.

Maria Grazia Rubanu

 


[1] Carla Ricci, Hikikomori. Adolescenti in volontaria reclusione

[2] Antonio Piotti, Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione, pag.36-37

[3] Ibidem pag. 37