di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Dalle crepe filtra la luce. Il significato evolutivo delle crisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

Ci sono frasi brevi che contengono significati complessi, di solito sono i poeti e i cantautori a saper racchiudere in poche parole la magia del senso della vita.

Ed è proprio quello che è stato in grado di fare Leonard Cohen in questo verso della canzone “Anthem”, che significa Inno, un inno alla vita nonostante non sia mai perfetta come la vorremmo, anzi forse proprio per questo ancora più meritevole di essere vissuta giorno per giorno, con la sua imprevedibilità, con la sua imperfezione:

Potete sommare le parti

Ma non avrete il tutto

Potete attaccare la marcia
Non c’è il tamburo
[…]

Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.

Questa frase permette di fare emergere in poche parole il complesso significato delle crisi che affrontiamo nella nostra vita.

Tante volte le persone che incontro nel mio lavoro attraversano una crisi personale, di coppia o familiare. Momenti di stallo in cui ciò che era noto diventa sconosciuto, in cui gli strumenti e le strategie utilizzati fino a quel momento si dimostrano inadatti e non si sa più come muoversi in situazioni che prima si padroneggiavano.

Antonio mi guarda stupito e mi dice non mi riconosco più, io non sono mai stato così, sto attraversando un periodo buio e non so che fare, io che ho sempre avuto le idee così chiare!”;

Francesca è in terapia di coppia con suo marito Luca e in prima seduta mi dice “non riusciamo più a capirci, prima era tutto così semplice e ora ogni cosa che fa mi irrita, lui mi sembra un’altra persona!”;

Gianna e Alberto hanno un figlio adolescente che amano tantissimo e al quale dedicano grande cura “nostro figlio Andrea non ci rispetta, mente spudoratamente e va male a scuola. Da piccolo era così dolce e adesso non lo riconosciamo più.”

La richiesta che segue è quella di un aiuto per la risoluzione del terribile momento che stanno vivendo e che viene inevitabilmente ritenuto totalmente negativo.

Queste situazioni sono accomunate dalla rottura di un equilibrio precedente e le persone che le vivono hanno la sensazione di non riconoscere più se stessi o l’altro con cui sono in una relazione di intimità, che sia il partner o un figlio che cresce.

Tutto d’un tratto non ci si sente a proprio agio con se stessi o con le persone care, come se ci fosse qualcosa di sbagliato, di rotto che non si sa più se si può riparare.

Quando la crisi è personale si devono fare i conti anche con la paura dell’incertezza su un aspetto fondamentale della nostra vita: la nostra identità, che non può essere confusa ma deve sempre muoversi nei binari del conosciuto e del prevedibile.

Il senso di incertezza, che riguardi la propria identità personale, il proprio ruolo di partner o quello di genitore, è una delle prime manifestazioni della crisi e genera confusione, portando con sé un senso di offuscamento che rende più difficile il movimento.

E allora può succedere che anche fare un piccolo passo dia una sensazione di spavento oppure che ci si muova in modo goffo con la sensazione di brancolare nel buio in un mondo che prima era conosciuto e adesso sembra un pianeta alieno.

La prima cosa che faccio in questi casi è ascoltare le storie delle persone ridefinendo il periodo di crisi come un momento fondamentale della vita che, anche se fa stare male, ha un importante messaggio da comunicare: cosa c’è nelle vite di Antonio, Francesca e Luca, Gianna, Alberto e il loro figlio Andrea che deve essere modificato?

Eh si! Perché al contrario di ciò che si pensa normalmente la crisi non è solo difficoltà ma, come da derivazione etimologica, è anche un momento di valutazione e di scelta in cui si deve decidere cosa portare nel proprio viaggio così com’é e cosa lasciare o modificare.

È importante che le persone sappiano fermarsi e porsi in ascolto dei propri sintomi; non lavoro mai per scacciare l’ansia, l’angoscia, i vissuti depressivi o il forte senso di frustrazione, ma cerco di accompagnare l’altro nell’ascolto di ciò che sente e del senso che dà a questo vissuto, cercando insieme a lui di guardare alla possibilità di trovare significati differenti in modo da costruire un adattamento alla realtà che è cambiata. Un adattamento che non sia “mera sopravivenza” ma “scelta consapevole” di andare avanti con risorse che spesso non si sapeva nemmeno di avere.

La crisi dunque ha uno scopo ma anche una natura processuale che porta ad un’evoluzione: la rottura dell’equilibrio induce a mettersi in gioco e a costruire un nuovo equilibrio, più adatto alla situazione attuale.

Un equilibrio che è fatto di piccoli passi in cui si devono correre anche dei rischi, come dice Massimo Gramellini “per fare un passo avanti bisogna perdere l’equilibrio per un attimo”[1].

Un equilibrio che non sarà stabile per sempre ma che verrà ancora messo alla prova da nuove sfide in un continuo alternarsi di morte e rinascita che non paralizza più ma che porta alla scoperta di risorse psicologiche, familiari e sociali che fino a quel momento erano rimaste latenti.

Da una crisi si esce in genere rafforzati e con la capacità di guardare in modo diverso ciò che ci accade, con una fiducia differente nella vita perché si è appreso un nuovo modo di darle un senso e di gustarla.

Per quanto sembri difficile da accettare la crisi quando arriva è sempre foriera di nuove possibilità e se non si riesce a comprenderlo da soli ci si può fare supportare da un professionista per riuscire a trovare, in una condizione di impasse, uno sblocco evolutivo ad una situazione apparentemente senza soluzioni: un esperto che sostenga nell’accogliere il fatto che in ogni cosa c’è una crepa e che sia in grado di mostrare che cambiando punto di vista si possono cogliere i riflessi di luce che filtrano proprio attraverso quella crepa.

Maria Grazia Rubanu

 


[1] Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole