di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

“Non piangere, era solo un cane”. I bambini e la morte degli animali

“Quando troviamo un bambino infelice o ritirato possiamo sicuramente fare di più con una relazione empatica di sostegno piuttosto che cercare di spingerlo verso uno stato di falsa vitalità e di oblio. Se noi gli restiamo vicini e continuiamo pazientemente ad aspettare saremo spesso compensati da veri cambiamenti nel bambino che indicano una naturale tendenza a riprendersi dalla perdita, e dal senso di colpa che il bambino sente anche quando si può veramente dire che il bambino non ha contribuito all’avvenimento tragico.”

D.W. Winnicott[1]

Vichi è una bambina vivace che da sempre adora gli animali e chiede in continuazione ai suoi genitori di poter portare a casa un cane.

Lo vuole con tutto il suo cuore e, un bel giorno, proprio il giorno del suo compleanno, i suoi genitori decidono di accontentarla e le portano a casa un cucciolo meticcio con un grosso fiocco rosso.

Vichi ha 6 anni e ricorda ancora quel momento come uno dei più felici della sua vita.

Lei e Pallo diventano subito amici e, nonostante Vichi sia molto piccola, se ne prende cura con amore: impara a spazzolarlo e a portarlo in giardino per fare i bisogni, aiuta mamma e papà a dargli da mangiare e persino a fargli il bagno.

La loro vita continua serena per tre anni: ogni giorno Vichi saluta Pallo prima di andare a scuola e ne cerca il sorriso al suo ritorno.

Poi un giorno Pallo trova aperto il cancelletto del giardino ed esce in strada, in un lampo una macchina troppo veloce lo investe e l’autista scappa via.

Pallo ha solo il tempo di un guaito e poi muore. Vichi ricorda ancora il suo pelo bianco bagnato di sangue, gli occhi che diventano vitrei mentre il corpo piano piano perde il suo calore. Ricorda le lacrime… non può dimenticare il primo grande dolore della sua vita.

I suoi genitori in un attimo sono da lei e, troppo addolorati nel vedere Vichi stare così male, riescono solo a dirle “tranquilla Vichi, era solo un cane, te ne prenderemo un altro e sarai di nuovo felice”.

Ma Vichi un altro cane non lo vuole, a Vichi manca Pallo, fedele amico di mille avventure e custode di piccoli grandi segreti.

Passano gli anni e quella ferita sembra essersi rimarginata, ma riprende a sanguinare quando succede la stessa cosa al cucciolo di suo figlio Marco. Stavolta non è una macchina ad uccidere ma una malattia, un tumore che aggredisce Gastone, il labrador color miele che vive con loro da 2 anni, da quando Marco ne aveva 5.

Alla morte di Gastone Marco ha una reazione diversa da quella di Vichi, non piange, ma si chiude in sé, si mette in un angolo della sua stanza accovacciato in silenzio con gli occhi pieni di tristezza e dolore.

Vichi si sente impotente, non sa come consolare suo figlio e sembra paralizzata dalla sua stessa sofferenza.

D’un tratto si trova a pensare alla morte di Pallo, sente pulsare la sua ferita, così simile a quella di Marco e sa che non può fare lo stesso errore dei suoi genitori.

Si avvicina a suo figlio, si accovaccia al suo fianco e gli sussurra solo due parole “piangiamo insieme”. Parole che contengono tutta la magia della semplicità e che sciolgono il nodo in gola di Marco che, finalmente si lascia andare ad un pianto liberatorio, perché sente che al suo fianco c’è qualcuno che quelle lacrime può contenerle e dare loro un senso. E le lacrime di Marco risvegliano quelle di Vichi, quelle che aveva sentito di dover ricacciare dentro tanti anni prima perché per loro non c’era spazio.

Sono lacrime che curano e Vichi, nel lenire la ferita del figlio riesce a prendersi cura della propria, permettendole di rimarginarsi davvero.

Ma cosa succede a Vichi?

Nonostante il momento di difficoltà riesce a fare ciò che i suoi genitori non sono riusciti a fare con lei: si sintonizza emotivamente con i bisogni di suo figlio Marco, con le sue emozioni, con la tristezza legata ad una perdita, anche per lui il primo grande dolore.  Capisce che non può eliminare il dolore di suo figlio e ha una sola certezza:quella di non volerlo minimizzare come i suoi genitori hanno fatto con lei. E così trova le parole giuste per Marco, per dare spazio a ciò che sente senza togliergli il diritto di vivere un’esperienza triste.

Riesce ad entrare in empatia con suo figlio, ad accoglierlo e sostenerlo.

Noi adulti di fronte alla morte siamo tutti uguali e tutti fragili, che si tratti di un animale o di una persona poco cambia: se non abbiamo sviluppato la nostra intelligenza emotiva entriamo in confusione, la razionalità non ci aiuta e le emozioni ci spaventano.

E quando si tratta della morte di una animale la reazione che si verifica con maggiore frequenza è quella della minimizzazione “era solo un cane, te ne prendiamo un altro”. Un errore fatto in buona fede, nel tentativo di sostenere e tirare su di morale il bambino, ma che in realtà ha soltanto l’effetto di esautorarlo dal naturale accesso alle proprie emozioni, che per essere elaborate devono essere vissute.

Invece noi adulti spesso pensiamo che i bambini non debbano soffrire e, nel tentativo di farli stare meglio, blocchiamo la spontaneità di un vissuto.

Non dando spazio al dolore dimostriamo inoltre di essere noi i primi a non saperlo contenere, forse proprio perché non lo abbiamo imparato da piccoli.

La morte di un animale domestico è spesso la prima esperienza di contatto con le emozioni legate alla perdita ed è fondamentale il modo in cui la si affronta perché sarà con tutta probabilità indicativo della futura relazione con la tristezza e con il dolore, reazioni naturali alle perdite a cui tutti andiamo incontro nella vita.

Ma cosa è giusto fare e cosa è meglio evitare quando il proprio figlio affronta la morte di un animale a lui caro?

Innanzitutto è importante sapere che i bambini iniziano a concepire la morte come un evento ineluttabile a 7 anni.

È fondamentale non nascondere loro la verità e dire sempre ciò che è accaduto per evitare di ingenerare confusione.

Per fare questo è importante utilizzare termini reali e adeguati all’età. Non è corretto dire al bambino che l’animale sta dormendo o che è andato via per un po’, perché la situazione peggiorerebbe: i bambini si aspetterebbero il risveglio o il ritorno del loro amico a quattro zampe. Non ha senso illudere il bambino di un ritorno che non avverrà. Inoltre in questo modo non si fa che rimandare il momento della verità dando anche al bambino il messaggio implicito che i genitori dicono le bugie.

Se è malato è opportuno preparare prima il bambino a ciò che succederà in modo che possa salutare il suo amico. Anche in questo caso la sincerità resta lo strumento migliore: si può preparare il bambino facendogli notare che il cane o il gatto non riescono più a giocare, camminare, mangiare e che stanno soffrendo.

Sarebbe molto utile fare un rituale, una piccola cerimonia funebre nella quale poter esprimere i propri sentimenti con una  lettera o un disegno. A volte basta poco per permettere al bambino di esprimere dolore e rabbia per un evento ai suoi occhi ancora inspiegabile.

È necessario sapersi porre in ascolto senza ridicolizzare emozioni e sentimenti. Lasciare spazio alla tristezza e alla rabbia aiuterà il bambino a crescere e ad affrontare le future situazioni di perdita. Rispettare il suo silenzio se non ha voglia di parlare e monitorare quando c’è lo spazio per le parole.

Un ultimo consiglio riguarda la possibilità di affrontare il lutto con l’ausilio di una favola in cui il bambino e l’animale possono essere protagonisti. Per bambini piccoli può essere utile anche la leggenda del Ponte Arcobaleno: il luogo dove tutti gli animali si incontrano dopo la morte e vivono felici in attesa di incontrare un giorno di nuovo anche i loro umani.

Maria Grazia Rubanu


[1] D.W. Winnicott, Bambini, tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 1997