di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Lo psicologo e le storie degli altri. L’incontro nella relazione terapeutica

Oggi un paziente mi ha chiesto se sia soddisfatta del mio lavoro,  e se per me sia difficile riuscire ad entrare in empatia  con le persone mi raccontano la loro storia, le loro sofferenze.

Mi ha colpito questa domanda, arrivata tra l’altro poco prima di una seduta di terapia di coppia molto intensa, a tratti faticosa.

Una domanda che merita una risposta per tutti coloro che stanno facendo un percorso o hanno, anche solo una volta, pensato di farlo.

Per me entrare in empatia con le emozioni che le persone mi portano non è mai davvero difficile, mi viene naturale, ormai quasi istintivo accogliere ciò che viene condiviso in stanza di terapia, contenerlo ascoltando le risonanze emotive che scatena in me e poi restituirlo a chi me lo ha offerto, magari arricchito da una nuova chiave di lettura, da un punto di vista diverso, da una sfumatura di colore differente.

Con questo non voglio dire che il mio lavoro sia sempre facile, il rischio di scivolare nel “se uno ascolta gli altri è sempre un po’ psicologo”, è in agguato dietro la porta.

Non si tratta solo di sensibilità emotiva, ma di una professione che si costruisce con gli anni e che comprende anche l’essere stata dall’altra parte.

Conta il mio percorso formativo fatto di un training in cui il lavoro su sé del terapeuta è fondamentale. È il nucleo che permette la costruzione dell’alleanza terapeutica.

E conta il percorso personale: non credo che si possa essere un buon terapeuta se non si è mai stati seduti dall’altra parte. Se non si è stati pazienti/clienti, persone che hanno deciso di intraprendere un percorso interiore ed esteriore come quello della psicoterapia personale.

Non credo che potrei essere empatica con le persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro, se prima non avessi imparato a stare, ad ascoltare le mie emozioni, a fermarmi, incontrare parti di me sconosciute o solo sfiorate.

Non sarei credibile e la relazione con l’altro non potrebbe mai essere terapeutica.

A volte è più facile di altre entrare in sintonia con le persone ma non dipende mai solo dall’altro, dalle sue rigidità o dai suoi meccanismi di difesa.

Si tratta di un incontro tra persone e questo è fondamentale: nel mio modello formativo e nella mia visione del mondo non c’è una persona che aiuta un’altra in difficoltà e che sa cosa sia meglio per lei, ma c’è sempre una persona che decide di prendersi cura di se stessa con il supporto di un’altra, che l’aiuta a trovare le sue risorse per andare incontro alla vita.

E se l’incontro riesce si costruisce una relazione terapeutica efficace, evolutiva, in cui la misura del successo la danno gli occhiali nuovi con cui le persone guardano se stesse e, come naturale conseguenza, il mondo.

A volte è facile, a volte più complesso, a volte più leggero, a volte più faticoso … come la vita, ma non c’è giorno in cui anche io non esca arricchita dall’incontro e non sia soddisfatta di avere scelto di fare questo lavoro.

Maria Grazia Rubanu