di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Lunàdigas. Donne. Anche se non madri

I dati Eurisko hanno evidenziato che, dagli anni 50 ad oggi, è decuplicata la percentuale di donne che, per diversi motivi, hanno scelto di non avere figli.

Ed è proprio da questi dati che ha preso avvio il progetto a cura di Nicoletta Lesler e Marilisa Piga che si è tradotto nel  web doc Lunàdigas.

Lunàdigas è una parola usata dai pastori sardi per indicare le pecore che non vogliono figliare, non si tratta di animali sterili dal punto di vista biologico, sono piuttosto animali con la “luna storta”, che pur non essendo sterili non mettono al mondo dei cuccioli.

Le autrici hanno deciso di utilizzare questo termine per indicare le donne che, per varie ragioni, hanno deciso di non avere dei figli.

Termini fortemente carichi di giudizio e pregiudizio come “rami secchi” e “mule” in questo documentario vengono sostituiti dal più morbido Lunàdigas, influenzate dalla luna perché, come dicono le stesse autrici, “senza offesa eh? Siamo diventate tutte lunadigas”.

Parlano di un tema che conoscono bene Marilisa e Nicoletta, anche loro lunàdigas, e puntano i riflettori su un argomento ancora oggi spinoso: può una donna scegliere liberamente di non diventare madre?

Lo fanno coinvolgendo nella loro riflessioni molte donne: artiste, scrittrici, filosofe e donne comuni e anche qualche uomo. Non tutti gli intervistati sono lunàdigas e lunàdigos, ma tutti hanno deciso di fermarsi a riflettere su un argomento non lineare e di rompere un tabù: non avere figli può essere una scelta.

Si tratta di un tabù perché nella nostra società l’identità della donna sembra ancora essere legata a doppio filo con quella di madre. Siamo ancora fortemente convinti che una donna sia veramente completa solo quando e se mette al mondo un figlio.

Quando una donna non ha figli si tende sempre a pensare che sia perché non li ha potuti avere e la si guarda con compassione, con la quasi certa inferenza che sia una persona triste, non soddisfatta della propria vita e, se per caso sostiene di essere serena, è facile pensare che “è così che se la legge, ma chissà quanto deve star male”.

La compassione può diventare giudizio se la donna in questione è una donna in carriera; una donna impegnata che ama il suo lavoro sarà con elevata probabilità giudicata un’egoista che non conosce le vere gioie della vita o magari ha qualcosa che non va perché porta avanti una scelta che appare a molti contro natura.

Appena una donna si sposa, già dopo il primo mese molti sguardi indulgono sulla sua pancia per vedere se cresce e non sono infrequenti le domande più o meno esplicite sulla eventuale gravidanza. Come nell’esperienza di Lidia Menapace a cui tutti chiedevano: “Novità? Novità?”, una curiosità che mal mascherava le aspettative nei suoi confronti: “ti sei sposata, il passo successivo è fare un figlio” e che rivelava come fino ad allora la sua identità fosse stata solo parziale. Una donna che ha fatto la resistenza deve ancora dimostrare il suo valore, deve definire i propri confini giustificandosi perché non risponde alle pressioni del sociale nei suoi confronti. Pressioni  che diventano delle sovrastrutture punitive e che possono diventare pesanti come macigni .

Quante volte sentiamo dire che diventare madre è la gioia più grande della vita?

Certamente lo è davvero, ma solo per chi ha questo desiderio ed è un errore estendere questa convinzione a tutte le donne.

Eppure lo si fa, nonostante lo vediamo tutti i giorni che non è sempre vero che avere dei figli corrisponde ad un atto d’amore e generosità, vediamo che non è vero che chi ha figli ha più capacità di amare di chi non ne ha. Lo leggiamo nelle notizie di cronaca nera che parlano purtroppo troppo spesso di “cattive madri” e lo vediamo tutti i giorni anche nei supermercati  o fuori dalle scuole quanto sia difficile per le madri essere portatrici di amore, serenità e rispetto per i propri figli. Le competenze genitoriali, prime fra tutte quelle emotive e affettive sono caratteristiche strettamente personali che non si acquisiscono insieme all’assunzione del ruolo genitoriale.

La cosa più terribile che possa accadere non è infatti che una donna decida di non avere un figlio, ma che decida di farlo non perché lo desidera davvero, ma perché vuole soddisfare una richiesta sociale, per rispondere ad una pressione con un movimento di adeguatezza e non di autenticità. E questo non potrà non avere delle ripercussioni nella costruzione della propria identità di madre e nella relazione madre-bambino.

È ancora difficile riconoscere la naturalità della scelta di non avere figli, una scelta libera e legittima, una scelta laica basata non sul desiderio di non avere una famiglia, ma piuttosto di volere creare una famiglia su base orizzontale, sulla dimensione della coppia anziché verticale mettendo al mondo dei figli.

Il concetto di famiglia viene spesso semplificato e strumentalizzato ridotto ad una funzione di generatività biologica tra partner eterosessuali, ma è da sempre qualcosa di diverso, di più complesso e creativo in cui due o più persone condividono amore, affetto e impegno verso una progettualità comune che può andare in direzioni differenti dalla generatività biologica.

Le lunàdigas non sono dunque donne fredde e incapaci d’amare ma donne che spesso hanno trovato nella generatività sociale una risposta ai loro bisogni e una forma di realizzazione .

Moidi Paregger  e Claudio Risè parlano delle Donne selvatiche, donne come Diana Artemide  che è vergine ma è anche la protettrice delle partorienti. Sono figure femminili che conoscono le leggi della natura, danno consigli e doni e rimandano ad una visione di abbondanza e adesione alla natura. Nelle parole di Risè la donna selvatica è caratterizzata da interezza, ha la dote fondamentale di essere una con se stessa, non le manca nulla ma allo stesso tempo è aperta al mondo.

Le lunàdigas sono dunque donne che hanno scelto di non diventare madri, non perché  hanno rinunciato ad avere figli a favore di qualcos’altro, ma perché per loro la maternità non è una dimensione fondamentale per essere felici.

C’è altro a riempire le loro esistenze, non perché hanno contrapposto la realizzazione professionale alla maternità o perché sono insensibili o egoiste o perché non amano i bambini, ma semplicemente perché hanno accolto in sé il passaggio dalla maternità come destino da compiere a scelta consapevole e responsabile.

Maria Grazia Rubanu