di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Ebrei ma anche omosessuali, rom e disabili. La memoria che dimentica.

Ci fu un momento in cui compresi che la liberazione, quella vera, era per gli altri”.

Pierre Seel, “Moi, Pierre Seel, déporté homosexuel”

 

 

 

Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della memoria in ricordo delle vittime della persecuzione nazista. Sei milioni di persone, secondo le stime, furono le vittime di quel massacro: ebrei, ma anche omosessuali, rom, sinti, disabili, testimoni di Geova e prigionieri politici. Sono tante e diverse le vittime di deportazioni, violenze, genocidi che vengono di solito accostati quasi esclusivamente agli ebrei.

Hanno un nome gli olocausti dimenticati: AktionT4, Porrajmos e Omocausto, anche se spesso non hanno più un volto perché pochissime vittime sono sopravvissute ai piani di sterminio attuati da Hitler e la loro voce non ha dunque potuto tramandare una memoria indispensabile per farci ricordare di quali atrocità si sono macchiati gli uomini.

Ci sono pochi dati su queste vittime, pochi anche perché molti documenti sono stati distrutti, nel caso dei Rom e dei Sinti pochi avevano una tradizione scritta, nel caso degli omosessuali molti hanno preferito tacere perché la loro persecuzione non è finita con la fine del nazifascismo, ma hanno continuato a doversi nascondere per evitare ulteriori oppressioni.

AktionT4 è il programma nazista di eutanasia che, per salvaguardare la purezza della razza ariana, ha portato alla soppressione di almeno 70.000 persone affette da disabilità: malattie genetiche o malformazioni fisiche. A Vienna era tristemente noto il ricovero “Am Spiegelgrund” che accoglieva “bambini disturbati mentalmente” e che durante la dominazione nazista divenne un centro dell’orrore: i bambini non venivano uccisi, ma gli venivano somministrati dei farmaci per studiare le loro reazioni e vedere le loro capacità si sopravivenza.

Porrajmos in lingua romanì significa devastazione, grande divoramento, ed è il nome dello sterminio dei Rom e dei Sinti, più di mezzo milione di persone morte nei campi di concentramento nazisti. Nei campi erano contraddistinti da un triangolo marrone, e sul braccio, accanto al numero identificativo portavano una Z. I prigionieri Rom e Sinti venivano utilizzati come cavie da laboratorio per gli esperimenti del dott. Mengele. Venivano sterilizzati con modalità brutali e tenuti in gabbia per giorni. Come vere e proprie cavie erano sottoposti ad inoculazioni di germi e virus per osservare le reazioni dell’organismo. Venivano costretti a bere acqua salata fino a morire. Al termine della guerra il Porrajmos cadde nell’oblio, non venne neppure citato nel processo di Norimberga e solo di recente ha ritrovato la sua voce.

Ad essere perseguitati sono stati anche i testimoni di Geova, circa 10.000 internati perseguitati per il loro credo religioso. Erano contraddistinti da un triangolo viola e la maggior parte di loro non sopravvissero ai campi.

Vennero oppressi e uccisi oltre 65 mila prigionieri di guerra sovietici, rinchiusi nel campo di Gross-Rosen e nutriti per sei mesi con un brodo di erba, acqua e sale e costretti ai lavori forzati. A Mathausen ne vennero uccisi talmente tanti che le popolazioni locali cominciarono a lamentarsi perché l’acqua dei fiumi era imbevibile a causa del loro sangue.

L’Omocausto ha portato alla morte di almeno 7.000 omosessuali nei campi di concentramento nazisti, senza considerare tutti coloro che vennero condannati sulla base del Paragrafo 175, che puniva gli atti e addirittura le fantasie omosessuali. Le stime sul numero delle vittime sono incerte: molti non volevano ammettere di essere omosessuali, altri erano anche deportati politici che non dichiaravano il proprio orientamento sessuale. Venivano riconosciuti grazie al triangolo rosa che portavano cucito addosso, umiliati e sottoposti ad esperimenti pseudoscientifici letali. Pochi di loro hanno avuto la forza di dare voce al dolore, uno di loro è Pierre Seel, che solo nel 1982 ha avuto il coraggio di raccontare la sua atroce esperienza nei campi di concentramento. Nella sua autobiografia “Moi Pierre Seel, déporté homosexuel” racconta di come, in un campo poco lontano da Strasburgo fu costretto ad assistere alla morte del suo compagno, fatto sbranare dai cani, mentre tutti i prigionieri dovevano stare a guardare. La vita di Pierre Seel è stata raccontata anche in un bellissimo documentario italiano a cura di Giovanni Coda “Il rosa nudo”.

Riteniamo opportuno riportare parte della testimonianza di Pierre Seel per non dimenticare, per tenere vivo, anche nell’orrore che strazia ad ogni riga, che la memoria è l’unico modo per evitare che certi crimini possano un giorno ripetersi.

“Due uomini delle SS hanno portato un giovane al centro del quadrato. Inorridito, ho riconosciuto Jo, il ragazzo che amavo, appena diciottenne. Non l’avevo ancora incontrato al campo. Era arrivato prima o dopo di me? Non ci eravamo visti nei giorni che avevano preceduto la mia consegna alla Gestapo.
“Ero gelato dal terrore. Avevo pregato perché non fosse nelle loro liste, sfuggito alle retate, risparmiato dalle loro umiliazioni. E invece era lì di fronte ai miei occhi impotenti, colmi di lacrime. Diversamente da me, non aveva consegnato lettere pericolose, affisso manifesti o firmato dichiarazioni. E tuttavia era stato catturato e adesso stava per morire. Cosa era accaduto? Di cosa lo stavano accusando quei mostri? Nella mia angoscia ho dimenticato completamente la motivazione della sentenza di morte.
“Gli altoparlanti trasmettevano musica classica a volume molto alto mentre le SS gli strappavano i vestiti di dosso lasciandolo nudo e gli ficcavano un secchio in testa. Poi gli hanno aizzato contro i loro feroci Pastori Tedeschi: i cani lo hanno azzannato all’inguine e tra le cosce, e lo hanno sbranato proprio lì di fronte a noi. Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal secchio sulla testa. Ho sentito il mio corpo irrigidito vacillare, gli occhi sbarrati dall’orrore, le lacrime mi correvano giù irrefrenabili, ho pregato perché la sua potesse essere una morte rapida.
“Da allora è accaduto spesso che mi sia svegliato urlando nel cuore della notte. Per cinquanta anni quella scena è passata e ripassata continuamente nella mia mente.

Non dimenticherò mai il barbaro assassinio del mio amore – davanti ai miei occhi, davanti ai nostri occhi, perché lì c’erano centinaia di testimoni. Perché stanno ancora zitti oggi? Sono tutti morti? E’ vero che eravamo fra i più giovani del campo e che è passato molto tempo da quei giorni. Ma sospetto che alcuni preferiscano tacere per sempre, impauriti dal rivangare i ricordi, quell’episodio tra i tanti altri. Quanto a me, dopo decenni di silenzio mi sono deciso a parlare, accusare, testimoniare.”

Moi Pierre Seel, déporté homosexuel [pp. 42-44]

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras