di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Se non è su FB non è mai successo!

 In questi giorni di festa sembra essersi enfatizzato un comportamento già molto frequente nella quotidianità:  nei social network pullulano foto di adulti e bambini  immortalati  nel fare qualunque cosa.

Pubblichiamo le nostre foto su Facebook e altri social con molta nonchalance, postiamo foto per qualsiasi cosa facciamo: un nuovo taglio di capelli, un abito sagomato che ci calza a pennello perché siamo dimagriti, un primo piano ben riuscito, una foto di gruppo con amici e così via …

Postiamo foto in occasioni speciali e foto pseudo introspettive con improbabili autoscatti che colgono il nostro tre quarti migliore.

Postiamo foto al risveglio per  far vedere quando siamo stanchi o energici e foto di quando ci facciamo belli con trucco e parrucco professionali.

Postiamo foto in cui ridiamo felici e altre in cui guardiamo l’obiettivo con sguardo cupo e tenebroso.

Postiamo le foto dei nonni per far vedere come invecchiano bene e le foto dei genitori per far vedere quanto ci somigliano/gli somigliamo.

E poi postiamo le foto dei nostri figli, in questo periodo con buffi capelli da babbo natale, che scartano i regali vicino all’albero.

Primi piani di bambini sorridenti, bambini che giocano felici, bambini che tirano la coda a un gatto o bambini che abbracciano un cane – reale o di peluche.

Bambini che si sporcano mangiando il panettone, bambini che abbracciano i genitori o i fratellini e che crollano sfiniti sul divano.

Cosa ci spinge a dover mettere fuori e poter vedere tutto quello che ci accade sulla base del principio che “se  non è presente su FB non è mai accaduto”?

Come se viverlo non fosse sufficiente, o forse proprio perché non riusciamo più a vivere davvero le cose che ci succedono.

Fare le foto dei momenti importanti della vita ha il significato esplicito di volerli ricordare per sempre per poterli rivivere ogni volta che si vuole.

Quando le foto si facevano con la pellicola si pensava bene prima di scattare perché gli scatti erano numerati e non si potevano correggere gli errori, oggi invece si fanno scatti a ripetizione perché tanto non c’è un limite, sono infiniti come le nostre espressioni da cogliere, anche se poi gira gira vengono fuori sempre le stesse facce.

Eppure da quando la tecnologia è andata avanti e la digitalizzazione ha preso piede ho la sensazione che fare fotografie, per molti, sia diventato un nuovo modo per filtrare la realtà, per mettere uno schermo tra sé e il mondo.

Mi chiedo se non si perda qualcosa a fotografare sempre tutto, se voler conservare troppe informazioni e troppi ricordi non voglia dire rischiare di non riuscire a tenerne nessuno per sé, per quello spazio magico che è la nostra memoria.

Se affidiamo ad un social il ruolo di custode dei nostri ricordi la nostra memoria si impoverisce: quella scatola magica che trattiene e trasforma le cose, che lascia andare ciò che non le interessa e modifica e ricama ciò che conserva gelosamente.

Perché, per dirla con le parole di Gabriel Garcia Marquez:

“la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che le foto pubblicate poi rimangono in rete dove chiunque può appropriarsene e farne ciò che vuole …

Non posso non  pensare ai rischi correlati al fatto che chiunque possa scaricare e utilizzare le foto di minori che girano in rete, ma la mia riflessione oggi sta su un altro livello.

Voglio concentrarmi sul significato simbolico del processo e mi viene in mente una scena, la più bella del film “I sogni segreti di Walter Mitty” quella in cui il fotografo Sean O’Connell, interpretato da Sean Penn, si trova  finalmente di fronte a quella che sembra essere la grande occasione della sua vita, una foto che da anni attende di fare, eppure non scatta.

Distoglie lo sguardo dall’obiettivo e dice a Walter:

“Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci dentro”.

Chissà …

… Forse se scattassimo qualche foto in meno potremmo goderci di più gli attimi, le piccole cose della vita che troppo spesso ci lasciamo sfuggire e che della vita sono il sale.

… Forse potremmo vivere le emozioni nel momento in cui le cose accadono, senza una patina digitale o reale che assume il compito di raccontarcele, trasformandole in teoria.

… Forse ci renderemmo addirittura conto che una cosa esiste anche se non è su FB!

Maria Grazia Rubanu