di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Genitori sufficientemente buoni

Un neonato non può esistere da solo,

ma fa essenzialmente parte di una relazione

D.W. Winnicott

 

 

Essere genitori è una cosa che si impara giorno per giorno, da quando inizia la magica e complessa avventura del mettere al mondo un figlio.

La relazione genitori-figli si costruisce per tappe: si tratta di un percorso ricco di salite più o meno ripide e, a volte, le discese non sono meno faticose.

Si prova spesso a capire quali siano le caratteristiche che un genitore deve avere per crescere bene i propri figli, ma difficilmente si trovano delle regole valide e applicabili per tutti.

Madri e padri si sentono spesso in difficoltà rispetto al loro compito di educare e aprire la strada alla vita dei loro cuccioli e tante volte si mettono in discussione chiedendosi: saprò essere un buon genitore per mio figlio? Saprò dargli ciò di cui ha bisogno?

Non dobbiamo dimenticare che un bambino viene al mondo in una famiglia ma, prima di tutto, nasce nel mondo mentale dei suoi genitori, un mondo popolato di figure del presente e del passato, di aspettative, credenze, paure e speranze. Ogni nuova nascita non è una partenza da zero, ma porta con sé un bagaglio antico che comprende le storie dei genitori e le loro emozioni rispetto al proprio vissuto che costituiscono le basi delle nuova relazione.

Il titolo del post è ispirato a Donald Winnicott e alla sua concezione di “madre sufficientemente buona”[1], con questa espressione l’autore ci permette di allontanarci da un’ideale di perfezione impossibile da raggiungere e di alleggerire il carico rispetto alla complessità del ruolo di genitore.

La madre sufficientemente buona infatti non è quella che sa sempre qual è la cosa giusta da fare e che non sbaglia mai, ma quella che ha ansie e preoccupazioni, che conosce e riconosce la stanchezza e le proprie incertezze  e che, proprio grazie a questa consapevolezza, è capace di essere presente e fornire al bambino l’amore e la protezione di cui ha bisogno per crescere.

Gli errori dunque non sono da evitare ma diventano preziosi momenti evolutivi: solo a partire dai propri errori si possono infatti pensare e attuare strategie alternative per affrontare le situazioni che ogni giorno si presentano, a meno che non ci si faccia schiacciare dai sensi di colpa!

Winnicott esplicita persino ciò che tutti i genitori sentono ma che molto di rado hanno il coraggio di esprimere: la madre sufficientemente buona ha “molte buone ragioni per detestare suo figlio” eppure riesce ad occuparsi di lui, a rispondere alle sue richieste e ai suoi bisogni. Si tratta di una frase forte che rende molto bene l’idea rispetto ai sentimenti ambivalenti che i genitori provano nei confronti dei propri figli nella fase iniziale del loro sviluppo, quando lo spazio per la coppia e per l’individuo si riduce fino ad annullarsi per dare nutrimento e contenimento al nuovo arrivato.

Anche se è vero che durante i primi mesi di vita la madre ha un ruolo particolarmente pregnante nella vita del bambino, mi piace l’idea di estendere il concetto di madre sufficientemente buona anche ai padri e, in generale a tutte le figure di accudimento, in una prospettiva che tiene conto della capacità dei bambini di entrare in relazione e sviluppare legami di attaccamento con più figure contemporaneamente e indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza[2].

Per i genitori sufficientemente buoni la consapevolezza della propria imperfezione e l’accettazione della stessa non diventano qualcosa che schiaccia sotto il peso dei sensi  di colpa, ma al contrario un motore che spinge al miglioramento continuo delle proprie funzioni genitoriali. L’accettazione dei propri limiti non diventa dunque indolenza ma spinta per la ricerca di strade alternative.

Quando il bambino è molto piccolo, per poter crescere in modo adeguato, ha bisogno che le figure che si prendono cura di lui siano in grado di entrare in sintonia e comunicare in modo adeguato con lui.

Un neonato può sentirsi molto facilmente sopraffatto dalle sensazioni, sia di natura fisica che emotiva, e ha bisogno che gli adulti che gli sono vicini capiscano cosa gli sta succedendo e con il loro comportamento riducano l’intensità del vissuto e dimostrino che ciò che il bambino sta vivendo è gestibile.

Il bambino comunica con il pianto, col sorriso, con i movimenti del corpo, insomma con tutta una serie di segnali non verbali che noi adulti dobbiamo interpretare.

Per un neonato ricevere una risposta da parte delle figure di riferimento significa sentirsi aiutato ed evitare di provare un senso di disintegrazione.

Interpretare le sue azioni per lui e dargli un significato serve anche a dare “contenimento emotivo”[3] al bambino in modo che qualcosa che appare intollerabile per la sua forza emotiva diventi invece accettabile.

È quello che succede quando il bambino piange perché ha le coliche, se il genitore lo prende in braccio, gli parla, lo accarezza e gli massaggia il pancino, il piccolo, preda di una situazione troppo complessa da gestire da solo, si sente sorretto, contenuto emotivamente e fisicamente e può tranquillizzarsi.

Se questa esperienza si ripete il bambino da un lato sente di essere ascoltato e compreso e dall’altro apprende un modello per la gestione di un disagio che potrà utilizzare in altre situazioni.

È grazie all’interpretazione del comportamento del bambino da parte di chi se ne prende cura che lui inizia a costruirsi un’immagine di se stesso e impara a vivere le emozioni a seconda di come gli adulti  stessi le vivono e le gestiscono.

Ma perché si arrivi ad una crescita armonica non è necessario che l’interpretazione e l’ascolto dei bisogni del bambino siano sempre perfetti, anzi un certo grado di disarmonia, se poi viene risolto è addirittura funzionale allo sviluppo.

È possibile che un genitore vada incontro a quelli che Daniel Stern chiamava “passi sbagliati nel corso della danza”[4], l’importante è saperli riconoscere e poterli correggere.

La crescita non è lineare ma procede per passi di danza, attraverso tentativi di adattamento continui che portano alla costruzione di una reciprocità.

A volte c’è armonia, a volte non si è sincronizzati, ma la costruzione della reciprocità è data dalla possibilità che i momenti di armonia aiutino a superare il disagio e la frustrazione dei momenti in cui prevale la mancanza di sincronia.

È grazie allo sperimentare i tentativi di adattamento che i genitori mettono in atto che il bambino trova il suo posto nel mondo e impara anche a tollerare le frustrazioni e le attese.

Solo se vengono gettate queste basi il bambino potrà infatti accettare che gli vengano posti dei limiti tenendo conto che la capacità di dire di no deve essere accompagnata dalla sensibilità alle sue esigenze.

Ed è qui che entra in gioco l’importanza del saper dire di no ai propri figli: dire di no significa infatti stabilire una distanza tra un desiderio e la sua soddisfazione.

Molti aspetti dello sviluppo di un bambino hanno a che fare con lo stabilire dei limiti: basti pensare allo svezzamento, al sonno, alla gestione del pianto.

Tanti genitori hanno difficoltà a stabilire dei limiti ma non si deve mai dimenticare che questi sono fondamentali per lo sviluppo del bambino e che quando ci si sintonizza sullo stesso canale comunicativo del proprio figlio sarà meno difficile trovare delle soluzioni alternative.

Rende bene l’idea il seguente stralcio, tratto dal celebre libro di Asha Phillips “I no che aiutano a crescere”:

Ricordo un bambino di nome Jim, che osservai nei primi due anni di vita. La madre era molto attenta e premurosa, sembrava che sapesse sempre cosa voleva il bambino e spesso preveniva i suoi desideri. A quei tempi ero convinta che fosse la madre ideale. Quando Jim aveva undici mesi e non camminava ancora, gli piaceva tenere la mano della madre e, con il suo aiuto, “arrampicarsi” su e giù per le scale. Lei gli teneva le mani e lui si slanciava in su, senza riguardo per la madre che si doveva curvare in avanti per sostenerlo. Pretendeva di continuare a lungo questa attività, e lei sembrava incapace di stabilire con fermezza quando doveva smettere. Alla fine la madre era esausta, e lui diventava spietato e tirannico. Dovetti ricredermi e capii che la madre ideale non esiste.

Sembra una situazione perfetta (la madre che risparmia al suo bambino qualsiasi tipo di frustrazione) ma in realtà non funziona. Con l’andare del tempo capii che Jim aveva una bassissima tolleranza della frustrazione e che faceva molta fatica a gestire le difficoltà. Con la sua indulgenza la madre non lo aiutava a costruirsi una forza fisica, perché il bambino non usava i suoi muscoli per salire le scale, e nemmeno emotiva.

[…] Dicendo di no, la madre avrebbe permesso a Jim di farsi un’idea di quello che riusciva a fare da solo, oltre che di quello che per lei era agevole, o che le costava fatica. La sua riluttanza a opporsi al bambino ne fece un piccolo despota. Questo modo di comportarsi finiva per caratterizzare tutto il loro rapporto, e il tempo passato insieme era spesso infelice: la madre si sentiva tiranneggiata e impotente, mentre Jim era irritabile e pieno di pretese[5].

 Maria Grazia Rubanu

 


[1] Winnicott, D.W. – il concetto di madre sufficientemente buona è un’idea di Winniccott e permea tutta la sua opera

[2] Comunicato stampa del Direttivo dell’AIP in relazione alla sentenza 3572 del 14 febbraio 2011 della Corte di Cassazione sull’ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione di minore da parte di una singola persona: L’Associazione Italiana di Psicologia ricorda che le affermazioni secondo cui i bambini, per crescere bene, avrebbero bisogno di una madre e di un padre, non trovano riscontro nella ricerca internazionale sul rapporto fra relazioni familiari e sviluppo psicosociale degli individui. Infatti i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno.

In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori, adottivi o no che siano, a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano.

In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali.

[3] Bion W.R., Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1979

[4] Stern D., Le prime relazioni sociali: il bambino e la madre, Armando, Roma, 1979

[5] Phillips A., I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, 1999, p. 20-21