di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Né con te, né senza di te posso stare … l’amore come illusione di guarigione reciproca

Nec sine te, nec tecum vivere possum

Ovidio

 

Ci piace pensare all’amore romantico come a qualcosa di eterno che rende la vita a due un percorso più leggero, un sentimento che porta ad affrontare con animo lieto il futuro.

Si tratta di un’idea diffusa anche grazie alle fiabe che ci raccontavano da piccoli e che noi raccontiamo ai nostri figli: tutte le storie finiscono infatti con la frase “e vissero per sempre felici e contenti”e in tutte c’è sempre lo stesso canovaccio: dopo varie peripezie il lui e la lei di turno si ritrovano e da allora, grazie al loro amore, la strada non potrà che essere in discesa.

 Ma ogni amore attraversa delle fasi[1]:

–          la prima fase preliminare è quella in cui avviene la conoscenza, l’avvicinamento e la creazione di sentimenti di simpatia e affetto reciproci;

–          poi segue la fase della scoperta di essere innamorati, l’affetto diventa più intenso e l’attrazione reciproca è inequivocabile;

–          la terza fase è quella dell’innamoramento  fusionale, nella quale l’identificazione proiettiva sembra annullare le differenze tra i partner facendoli sentire “un’unica cosa”;

–          alla fase fusionale deve seguire una defusione progressiva  che porta alla costruzione di una relazione matura, è la fase in cui i partner si riconoscono diversi e separati anche se sono uniti da sentimenti coesivi. È questo lo stadio in cui si passa dall’innamoramento all’amore attraverso la possibilità di accogliere la capacità di stare da soli, di vivere i sentimenti anche in assenza dell’oggetto d’amore e di tollerare la frustrazione legata alla diminuzione di emozioni forti;

–          l’ultima fase è quella della separazione , ineluttabile se non altro perché  anche se si rimane insieme tutta la vita è molto raro che si muoia insieme. Anche in questa fase sono molto importanti le caratteristiche individuali per capire come potrà essere elaborata la perdita e il lutto.

Ogni storia d’amore è una storia a sé, è data dall’incontro tra persone e vissuti differenti ma in tutte le relazioni c’è un processo da portare avanti per poter passare in modo funzionale dalla fase dell’innamoramento a quella dell’amore: è fondamentale la capacità di modulare l’ambivalenza legata alla scoperta che si è diversi e che l’altro ha anche dei lati negativi che non possono essere cancellati ma solo accettati e controbilanciati costantemente con quelli positivi.

Ci sono però delle coppie in cui avviene una sorta di blocco tra la fase fusionale e quella defusionale, in queste coppie non si arriva mai alla costruzione di un amore maturo, basato sulla differenziazione nell’unione, ma si coltiva il mito di una simbiosi eterna che lega, nutre e soffoca allo stesso tempo.

Se in tutte le coppie il patto implicito si basa sulla speranza che la persona amata possa guarire le nostre ferite, il rischio nelle coppie non differenziate è quello che l’amato, perdendo la sua connotazione ideale perda anche il suo potere salvifico e che i due IO, quello dell’amato e quello dell’amante, si trasformino in oggetto di delusione e di odio secondo il principio “Non mi hai salvato, non ti ho salvato”[2].

In queste coppie la caratteristica fondamentale è l’illusione di poter cambiare i tratti ritenuti disfunzionali nel partner e l’amore si identifica con la convinzione di poter dare all’altro tutto ciò di cui necessita per essere felice.

L’innamorato pensa di poter guarire l’altro dandogli tutto il suo amore.

Il fallimento di queste dinamiche riattiva lo spettro della separazione che era stato messo a tacere con l’incontro: se l’amore non guarisce tutte le ferite allora queste si riaprono  portando con sé fantasmi di morte e auto annientamento.

Per Caruso[3]  l’identificazione narcisistica con l’altro porta alla perdita di parti di sé, di quelle parti che sembravano essere state ritrovate nell’incontro con l’oggetto d’amore. Per questo la separazione è uno degli eventi più difficili da elaborare per le persone, per alcuni è più difficile da elaborare persino della morte.

Le coppie fusionali non possono accettare il passaggio dall’amore simbiotico a quello che prevede la differenziazione e l’autonomia dei partner:

“l’ambivalenza regna sovrana e la coppia unita in modo simbiotico non può separarsi, ma soltanto lacerarsi, cosicchè i due ne usciranno inevitabilmente mutilati.”[4]  

Questo meccanismo è tanto più forte quante erano le parti di sé poste nell’altro e quanto più il rapporto era caratterizzato dalla dipendenza dall’altro.

L’impossibilità di elaborare conflitti irrisolti e di pensare a sé come persone separate ha a che fare con le dinamiche della famiglie d’origine che vanno indagate nelle generazioni precedenti e che rimandano all’impossibilità di lasciarsi anche quando, lungi dal curarsi reciprocamente,  si arriva a farsi del male.

E così la separazione evoca i suoi fantasmi di morte, di annientamento, di convinzione della propria inconsistenza che portano le persone a cristallizzare relazioni che possono diventare situazioni perverse in cui non è più l’affetto a garantire l’unione ma l’aggressività alla luce del principio che l’odio lega quanto l’amore e che “sei ancora mio perché solo io posso farti così male”[5].

La forza del legame è indiscutibile ma cambia di segno e diventa da positiva a negativa, rimane in vita continuando a nutrirsi.

Non dobbiamo infatti dimenticare che l’indice affettivo della fine di un amore non è l’odio ma l’indifferenza.

Maria Grazia Rubanu


[1] Dalle Luche R., Bertacca S., “L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive”, Franco Angeli, 2007.

[2] Caruso I., La separazione degli amanti, Einaudi, Torino, 1988.

[3] ibidem

[4] Piccione M. et al, “Problematiche di identità nella separazione coniugale”, Psichiatria e psicoterapia analitica, 7,1: 15-26.

[5] Dalle Luche R., Bertacca S., L’ambivalenza e l’ambiguità nelle rotture affettive, Franco Angeli, 2007, p.67