di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Due madri, una società (in)civile

Risale a qualche giorno fa la terribile notizia del 14 enne seviziato con un compressore da un 24enne con la complicità del suo gruppo di amici, tutti pregiudicati.

Il ragazzino è in ospedale, le sue condizioni, inizialmente gravissime, sono progressivamente migliorate, i medici hanno anche sciolto la prognosi. Vincenzo è vigile, cosciente e lucido, sempre in compagnia di un familiare e supportato psicologicamente.

Il 24enne è stato arrestato per tentato omicidio e i suoi due amici, presenti al momento della sevizia, sono stati denunciati, ma sono attualmente a piede libero.

Il fatto ha creato indignazione e continua a crearne dopo le dichiarazioni di Assunta, la madre del 24 enne che “difende suo figlio”: «Era solo uno scherzo senza malizia, state esagerando voi…» e ancora «mio figlio è un bravo ragazzo».

Solo a qualche giorno di distanza dall’accaduto, forse perché seduta in un salotto televisivo, la signora fa le sue scuse alla famiglia ma continua a definire l’atto «un gesto banale» e aggiunge «io non ho sbagliato niente, io a mio figlio ho dato un’educazione. Noi siamo persone oneste»

Non posso fare a meno di pensare a questa donna e confrontare la sua storia con quella di un’altra madre, che ho conosciuto da poco.

Paola ha un figlio di 17 anni che nell’ultimo anno ha iniziato a manifestare una condizione di disagio crescente, a partire dalla separazione dei suoi genitori: una separazione conflittuale che non hanno saputo gestire senza coinvolgere il proprio figlio, che stava già attraversando un momento difficile.

Matteo ha iniziato a marinare la scuola, a fare uso di droghe e a mettere in atto piccoli furti per potersele procurare.

Paola ha provato a farlo smettere ma ha sperimentato un enorme senso di impotenza di fronte ad una situazione che man mano le sfuggiva di mano.

Ha avuto paura che suo figlio potesse fare del male a se stesso e a qualcun altro e così si è rivolta ai servizi sociali, ha chiesto che suo figlio venisse inserito in una comunità per minori. Poi ha chiesto aiuto per sé, un supporto per capire se quella che aveva fatto fosse la cosa giusta e un sostegno per comprendere i propri errori e provare a porvi rimedio prima che fosse troppo tardi.

Dopo qualche mese Matteo è tornato a casa ma continua il suo percorso al Ser.D: un percorso individuale e una terapia familiare, che piano piano ha coinvolto anche il padre, inizialmente restio a questo tipo di intervento.

Questa è la storia di Paola che “non ha difeso suo figlio”, lo ha denunciato e messo di fronte alla gravità della situazione che si era venuta a creare.

E poi c’è la storia di Assunta, quella che molti chiamano la mamma della bestia che, venendo a conoscenza del reato compiuto, ha pensato di “difendere il proprio figlio” dicendo di lui che è un bravo ragazzo, che ha soltanto fatto uno scherzo che gli è sfuggito di mano.

Due madri che si trovano di fronte a situazioni simili e diverse. Due storie che parlano di una difficoltà educativa con forti basi relazionali e che sono state gestite in modo opposto.

Non voglio incorrere nel fin troppo facile giudizio e dire che se Vincenzo ha fatto quello che ha fatto è tutta colpa della sua famiglia e dell’educazione ricevuta.

Non voglio nemmeno cadere nel facile pietismo di chi difende questa famiglia dicendo che è colpa di una società incivile che li ha abbandonati.

Fare i genitori, lo abbiamo sentito fin troppe volte, è il mestiere più difficile del mondo, gli errori sono legittimi e da mettere in conto, ma dovrebbero essere accompagnati da una tendenza alla riparazione degli stessi.

Il compito dei genitori non è solo quello di proteggere i figli ma di educarli in senso lato, in modo da prepararli ad affrontare la vita a diversi livelli. Dovrebbe esserci una cura responsabile, basata sulla trasmissione di valori con una certa attenzione all’aspetto normativo e un accento particolare sull’educazione emotiva.

Bisognerebbe educare i propri figli alle emozioni, all’empatia, una dimensione che in questa vicenda è stata totalmente assente. Nessuno ha mostrato la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di quel povero ragazzino di 14 anni che era lì per far pulire lo scooter a cui teneva tanto.

L’empatia è mancata nel 24enne che non si è reso conto della sofferenza che stava infliggendo al ragazzino. Una sofferenza, si badi bene, che è cominciata già con quella che la madre definisce una presa in giro. Non dimentichiamoci, infatti, che non stiamo parlando di una lite tra preadolescenti che degenera,  ma di un giovane adulto, maggiorenne da ben 6 anni che usa violenza, a partire da quella verbale, nei confronti di un minorenne.

L’empatia è mancata nel gruppo di amici del 24enne che non sono stati in grado di fermarlo, di metterlo di fronte alla gravità di ciò che stava facendo, che hanno ritenuto più legittimo il loro macabro divertimento e non hanno nemmeno sentito la sofferenza di quel ragazzino. O forse l’hanno anche sentita, ma sono stati “vittime” del senso di “diffusione della responsabilità”, quel fenomeno per cui se ci sono più persone ad assistere ad un evento si pensa sempre che la prima mossa debba essere fatta da qualcun altro.

E non c’è stata empatia nella madre del 24enne che non è riuscita, nemmeno posteriori, pur conoscendo l’esito gravissimo dell’atto compiuto da suo figlio, a mettersi nei panni del ragazzino o di sua madre. Ha pensato di “difendere suo figlio” e con una scissione emotiva che fa spavento ha parlato di uno scherzo.

Più volte in questo post ho virgolettato le parole “difendere il proprio figlio” perché credo che questo sia il nodo tematico della situazione, la chiave di volta per leggere una situazione che scatena in noi tante emozioni contrastanti e nella quale è facile farsi sovrastare dalla rabbia.

Tra Paola e Assunta chi è che davvero ha difeso il proprio figlio?

Assunta che ha minimizzato ciò che ha fatto il figlio, o Paola che ha denunciato la situazione di suo figlio ai servizi sociali?

A mio avviso Paola ha dimostrato la forza e il coraggio di una tigre nel proteggere il suo cucciolo e l’amore di una madre che non si esaurisce nella manifestazione affettiva ma si arricchisce di capacità di ascolto e contatto emotivo e proprio per questo della capacità riparativa. Si è messa in discussione, ha capito di avere commesso degli errori, e visto con chiarezza la situazione a rischio di suo figlio, ma non ha nascosto la polvere sotto il tappeto: ha urlato la sua richiesta d’aiuto e il suo amore, fatto di cura responsabile è stato premiato. La strada è ancora lunga ma non è più in salita per loro.

Non posso dire altrettanto della signora Assunta che, lungi dall’aiutare il figlio a capire il proprio errore, ha minimizzato la situazione, compiendo ancora una volta violenza nei confronti di quel ragazzino e di quella famiglia e aprendo le porte ad un  futuro ancora più catastrofico in cui non solo non si coglie a gravità delle cose ma non si è nemmeno capaci di chiedere perdono, perché solo queste avrebbero dovuto essere le sue parole, parole di scuse e poi silenzio, ma certo il silenzio è il figlio della dignità e non del distacco emotivo.

Questo 24 enne descritto dalla madre come un bravo ragazzo ha anche un figlio, un bambino di 2 anni, al quale non posso fare a meno di pensare.

Come sarà difeso questo bambino? E da chi?

Maria Grazia Rubanu

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