di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

L’ozio è il padre della creatività

Dal dizionario Garzanti :

 [ò-zio] n.m.

m

pl. –zi

 1. il non far nulla per abitudine, per pigrizia o anche per malattia o altri impedimenti:stare in ozio dalla mattina alla sera; poltrire, vivere nell’ozio; un ozio forzato |tener in ozio la penna, (fig., lett.) non scrivere | (prov.) l’ozio è il padre dei vizi

2. riposo dalle occupazioni ordinarie, tempo libero; vita comoda e agiata: un bel libro da leggere nei momenti di ozio

Etimologia: ← dal lat. otĭu(m).

Questa è la visione sull’ozio che normalmente viene condivisa nella nostra società e che viene esemplificata magistralmente dalla definizione che ne da il dizionario della lingua italiana.

Quante volte abbiamo sentito dire che “l’ozio è il padre dei vizi”?  O che “non bisogna rimandare a domani ciò che si può fare oggi”? O ancora che “il tempo è denaro”?

Abbiamo sentito ripetere così tante volte frasi simili a questa che è per noi quasi inevitabile sentirci in colpa quando passiamo alcuni momenti della giornata senza “fare niente”.

Il virgolettato è d’obbligo perché l’imperativo al quale quasi tutti soggiaciamo è il “fare più cose nel minor tempo possibile”.

L’ozio sembra essere qualcosa che rimanda all’infanzia, una sorta di regressione che porta all’inattività e allo stigma sociale.

Invece, come tutti i moti dell’animo umano, anche l’ozio ha un senso: il bisogno naturale di un “dolce far niente” non è qualcosa di negativo, ma è anzi utile, se non indispensabile per la nostra vita interiore, per la nostra evoluzione nel passaggio dalla vita infantile a quella adulta.

L’ozio dunque non è sinonimo di pigrizia ma di contemplazione, osservazione attenta della natura e recupero di una dimensione “magica” della vita basata sull’introspezione.

Un’introspezione che porta al contatto con la nostra sfera più intima, quella nella quale possiamo smettere per un po’ di indossare delle maschere e sfiorare la nostra dimensione più autentica.

Secondo Hermann Hesse l’ozio è la premessa necessaria per la creatività. È quello spazio di riflessione e fermento che sta tra la conclusione di un’opera e l’inizio di un’altra.

Per Hesse l’ozio è qualcosa che appartiene soprattutto alla cultura orientale ma che anche noi occidentali possiamo recuperare nel suo significato positivo se iniziamo a considerarlo un bene da salvaguardare, una sorta di difesa dell’individuo dai meccanismi della società moderna che spingono verso l’azione e allontanano dalla contemplazione e dall’introspezione.

Non si tratta dunque di sfuggire alla realtà ma di tendere al recupero del proprio essere più intimo.

E gli artisti e le persone creative sanno quanto questo aspetto sia importante.

Prendo in prestito uno stralcio dell’autore, le cui parole rendono in modo esemplare il senso di questo post:

“Ma gli artisti hanno sempre avuto bisogno, sin dalle origini, di momenti d’ozio, sia per chiarire a se stessi nuove acquisizioni e portare a maturazione il lavorio inconscio, sia per avvicinarsi ogni volta, con dedizione disinteressata, al mondo della natura, per ridiventare bambini, per sentirsi di nuovo amici e fratelli della terra, della pianta, della roccia, della nuvola. Sia che si creino versi o quadri, sia che si voglia semplicemente costruire se stessi gustando le proprie creazioni, ci si trova da sempre davanti ad inevitabili pause.

Il pittore sta davanti ad una tavola su cui ha appena steso una mano di fondo, sente che non è ancora arrivato il raccoglimento necessario e l’impulso interno, inizia a provare, ad esitare, a far finta di dipingere e ala fine getta tutto via con rabbia o con tristezza, si sente incapace, impari ad un compito ambizioso, maledice il giorno in cui è diventato pittore, chiude il suo studio e si mette ad invidiare ogni spazzino che passa i suoi giorni facendo un’attività tranquilla, in pace con se stesso.

 Il poeta, di fronte ad un progetto appena iniziato, diventa esitante, non vi trova più l’originaria grandezza, cancella parole e pagine, le riscrive, getta anche le nuove nel fuoco, quello che aveva visto con chiarezza, lo vede improvvisamente impallidire, ondeggiare in lontananza, le sue passioni e le sue sensazioni le trova di colpo meschine, false e occasionali, le rifugge, e anche lui si mette a invidiare lo spazzino.

E così via.

L’esistenza si alcuni artisti è formata per un terzo, per metà, di periodi di questo genere. Solo rarissime eccezioni sono in grado di creare a getto continuo, quasi senza interruzioni. Così nascono quelle pause d’ozio apparentemente vuote che, viste da un occhio esterno, suscitano sempre il disprezzo o la compassione del filisteo.

 […]

 L’artista stesso è ogni volta sorpreso e deluso di queste pause, ogni volta cade nelle stesse angosce e nell’autocompatimento fino a che non impara a capire che deve obbedire alle leggi a lui congenite e che, per fortuna, a paralizzarlo è spesso non solo la stanchezza, ma in egual misura, la sovrabbondanza di ispirazione.

 C’è qualcosa che vive dentro di lui che egli vorrebbe trasformare già oggi in un’opera visibile e bella, ma non è ancora il momento, non è maturo, la soluzione più bella, l’unica possibile è ancora un enigma.

E allora non rimane altro che aspettare.”

Da L’arte dell’ozio, Hermann Hesse

Cosa ne pensate?

Maria Grazia Rubanu