di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Depressione, farmaci e psicoterapia. Le strade possibili

“Dottoressa, può aiutarmi? Sto male e a volte penso di impazzire o di essere già pazzo”

Questa è la richiesta che  mi ritrovo nella casella di posta  elettronica dello studio.

La prima volta che lo ricevo in studio Franco è in ansia, gli sudano le mani. Parla piano, con tono rallentato e mi racconta una storia di 12 anni di depressione che, come un’equazione matematica, significa anche 12 anni di psicofarmaci, cambiati, adattati nel tempo, ma sempre con la stessa funzione: una sorta di stampella di cui non ha potuto fare a meno da quando aveva 18 anni.

Franco ha cambiato tanti psichiatri nel corso di questi anni, l’ultima volta è stato in cura  da una psichiatra che gli avrebbe detto che tanto più che prendere i farmaci lui non avrebbe potuto fare, che non c’era da sperare in un miglioramento.

La storia di Maria non è molto diversa: diagnosticata depressa quando aveva 25 anni, ha iniziato il suo pellegrinaggio presso diversi professionisti della salute mentale e adesso che ha 40 anni si ritrova sulle spalle ben 15 anni di assunzione di farmaci.

In tutti gli anni di cura Franco e Maria hanno sempre preso i farmaci e fatto i colloqui soltanto per la regolazione degli stessi. Tutte le persone a cui si sono rivolti, indipendentemente dalla formazione, non hanno ritenuto opportuno fare con loro dei colloqui che non fossero basati sempre sulla stessa diagnosi e sulla stessa cura: i farmaci.

Pensando a loro mi è venuta in mente una parte di un’intervista a Luigi Cancrini: un bellissimo contributo in cui la depressione viene definita un sintomo e non una malattia, esattamente come la febbre.

Riporto integralmente le sue parole:

“La depressione non è una malattia, ma un sintomo. E la differenza fra i due termini è abissale. La depressione è un sintomo come la febbre. Si può essere depressi per cause diverse, così come si ha la febbre per motivi diversi. Lo psichiatra che dice che un paziente «è depresso», somiglia al medico che, con aria solenne, guarda il termometro e dice che un malato «ha la febbre». Ma proprio come nessuno si azzarderebbe a curare una persona che ha la febbre a quaranta senza capire se essa è causata da un virus, da un’infezione batterica o da altro, così nella depressione la cura non dovrebbe mai prescindere dalla ricerca delle cause. E dovrebbe sempre cominciare da una riflessione accurata sul contesto in cui il sintomo «depressione» si è determinato. [1]

La depressione dunque non è una malattia ma un sintomo che arriva per comunicare che qualcosa non va nella vita della persona, un campanello d’allarme che riporta l’attenzione verso un conflitto interno che andrebbe analizzato.

I farmaci da soli possono dare un sollievo temporaneo che dipende dal fatto che rinforzano la negazione del conflitto che il paziente tende già a mettere in atto per proprio conto. “Il conflitto resta tuttavia sotto le ceneri, e la ricaduta sarà tanto più in agguato quanto più sarà stata forte la negazione.”[2]

Serve tempo, serve ascolto e servono parole.Le parole per dare voce al dolore che la persona ha dentro e che il farmaco a volte mette a tacere, tiene in sordina fino ad un nuovo urlo straziante.

Non ho intenzione di combattere una guerra contro gli psicofarmaci: in alcuni casi sono utili, in altri indispensabili. Quello che mi turba è la loro diffusione esagerata, il fatto che anche i medici di base possano somministrarli e che molte volte vengano prescritti senza prima provare un’altra strada: quella della psicoterapia.

Anche il lavoro psicoterapeutico riguarda il sintomo, perché chi chiede aiuto ha diritto a migliorare le sue condizioni, ma volge il suo sguardo anche ai compiti evolutivi, alla fase del ciclo di vita della persona, alla sua storia nel complesso, con un’ampia varietà di possibili situazioni che devono essere analizzate prima di poter affermare quale è il conflitto a cui il sintomo depressione si collega.

Inoltre, anche quando i farmaci sono indispensabili, non sono certo da considerarsi incompatibili con la psicoterapia. Dovrebbe essere sempre pensabile un lavoro in sinergia in cui i farmaci potrebbero avere la funzione di tamponare il dolore troppo forte per aprire le porte ad un lavoro differente, fatto di dialogo e contatto con se stessi.

Quel contatto con se stessi che a volte i pazienti temono perché ti mette faccia a faccia con il dolore.

È questo che Franco mi dice in una delle prime sedute: “Io sto sempre male, ma le medicine mi aiutano a staccare, a non stare con me, che è la cosa che mi fa più male. Quando vengo da lei sento di stare peggio perché mi avvicino a me.”

Capisco il suo dolore che si unisce alla paura. La paura di avvicinarsi a qualcosa che ha cercato di mettere da parte tanti anni fa,quando aveva 18 anni, un ragazzo, che adesso a 30 anni  è un giovane uomo che si sente inutile e non sente il sapore della vita.

È la stessa paura che ha portato Maria da me sei mesi fa: in 15 anni nessuno le aveva mai chiesto di parlare di quel bambino, pensato, voluto e cercato con amore eppure mai nato. Un aborto su cui si è preferito lasciar calare il silenzio, mettere a tacere il dolore con un farmaco. Un lutto mai elaborato che l’ha portata a chiudersi in se stessa senza mai davvero essere in contatto con i propri sentimenti.

Provare a staccarsi da se stessi è stata, per Franco e Maria , un’illusione perché la sofferenza, la depressione sta sempre lì alle loro spalle, come una bestia pronta ad aggredire. È questa l’immagine che ognuno di loro porta in seduta: una bestia enorme e arrabbiata.

Maria ci ha messo del tempo per iniziare a dare voce al suo dolore, ha iniziato con sedute non sempre costanti, perché era forte in lei la convinzione che non ci potesse essere altra strada oltre al farmaco.

Franco è solo all’inizio del percorso e dice che forse non tornerà perché per lui va bene solo il farmaco. Perché questo è quello che in tanti anni persone diverse gli hanno fatto credere: che non ci sia un’altra via possibile.

Non posso promettere loro la strada più leggera che vorrebbero e gliene prospetto una fatta di fatica e dolore per avvicinarsi sempre più a quella parte di sé che li spaventa perché c’è un’altra strada possibile che consiste nel riuscire, a poco a poco, a voltarsi e guardare in faccia quella bestia, e capire finalmente qual è il senso della sua venuta.

Maria Grazia Rubanu

L’immagine della foto è un’opera di Emiliano Gentilini

 


[1] Luigi Cancrini, Date parole al dolore. La depressione: conoscerla per guarire. Intervista di Stefania Rossini, Frassinelli, 1996, pag.9.

[2] Ibidem pag.12