di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Anche lo psicologo è un essere imperfetto


Nella top ten delle cose che uno psicologo si sente chiedere “quando si muove in società” ci sono domande tipo: “Sei uno psicologo? Allora mi stai analizzando?”, oppure “Stanotte ho fatto un sogno, che cosa vuol dire?” o ancora “Tu hai capito com’è quella persona vero?”… e così via.

Potremmo continuare la lista all’infinito fino a rasentare le richieste  che si fanno ai chiromanti.

Quando poi le persone arrivano in terapia lo fanno spesso con un’idea salvifica del terapeuta, come di colui che dall’esterno arriva a mettere ordine nel caos delle vite di ognuno.

Il terapeuta viene percepito come colui che sa e che ha le risposte, le soluzioni al problema. Mentre la persona si percepisce come colui o colei che ha subito un danno che deve essere riparato.

La rappresentazione di chi si rivolge allo psicologo/psicoterapeuta come di una macchina da aggiustare è molto diffusa anche tra i terapeuti in formazione, a volte senza che nemmeno loro stessi se ne rendano conto.

È vivo nella nostra memoria il ricordo di un lavoro che ci fecero fare al primo anno del corso di specializzazione: un disegno che rappresentasse cos’era la terapia per noi. Essendo in una scuola di specializzazione ad indirizzo sistemico relazionale tutti abbiamo rappresentato la relazione, ma per molti di noi la relazione aveva una natura prettamente  meccanicistica e dominava l’idea salvifica della nostra figura.

In realtà di fronte ad un simile potere anche la persona più narcisista  vacillerebbe: chi non soccomberebbe di fronte alla responsabilità totale dell’avere la vita, se non altro emotiva, dell’altro nelle proprie mani?

È stato per noi illuminante e allo stesso tempo confortante leggere le parole che Carl Whitaker utilizzava con le famiglie che arrivavano in terapia chiedendogli di risolvere i loro problemi:

“la mia bacchetta magica è fuori uso da quando un bambinetto curioso di 4 anni ha staccato la stella dal bastoncino, per giocarci. Non esistono parole magiche, né trucchi, né esercizi di comunicazione che possano trasformarli in un gruppo perennemente euforico.  La vita implica lotta e le relazioni richiedono lavoro. Non vi è modo di evitarlo”

Ma non si tratta solo del fatto che nessuno può fare qualcosa al posto di un’altra persona, c’è ancora un elemento in terapia, che ha a che fare con la condizione di essere umano del terapeuta.

Un essere umano imperfetto come tutti gli altri, che può essere un buon compagno di viaggio nel cammino del paziente nella psicoterapia, ma non può fare la strada al suo posto, né tantomeno portarlo sulle proprie spalle.

Non può nemmeno indicargli la strada da prendere, perché ognuno di noi deve scegliere la sua strada.

Può però aiutarlo a comprendere come muoversi di fronte ad un bivio, viaggiando con le sue emozioni e aiutandolo a sondare le motivazioni a prendere una strada piuttosto che un’altra.

A volte può aiutare a far luce in un vicolo buio.

Può sostenere quando la fatica e il dolore sembrano avere la meglio sulla fiducia e l’impegno.

Può persino ricordare che spesso, in mezzo ai rovi, ci sono le more, non solo le spine.

Prendiamo in prestito le parole di Sheldon B. Kopp, che nel suo libro “Se incontri il Budda per la strada uccidilo”, spiega l’importanza di superare il mito del maestro, del guru, nel pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia. Uccidere questi miti significa abbandonare la speranza che qualcuno oltre a noi possa essere il nostro padrone.

“I pellegrini della psicoterapia spesso anelano a una sorta di redenzione psicologica, a un momento in cui saranno risolti tutti i loro problemi. La loro immagine di me come guru è la fantasia ch’io rappresenti per loro la salvezza secolare sotto forma di maturità completa. A quest’immagine attribuiscono caratteristiche che non solo non possiedo, ma a cui neanche aspiro. Per un certo tempo vengo spesso visto dal paziente come al di là dell’angoscia, privo di conflitti e di debolezze, mai sciocco, incapace del male e sempre felice.

Subisco questa idolatria come un peso terribile, piuttosto che come il dono di ammirazione che il suo involucro suggerisce. Poiché io sono forte e lui debole, poiché io sono saggio a lui sciocco, poiché sono tanto importante per lui mentre lui ha poco significato per me, il paziente insiste che devo prendermi cura di lui. Nelle nostre interazioni devo fare attenzione a non ferirlo, ma lui può trattarmi in qualunque modo gli piace. Dal momento che so che siamo entrambi peccatori irredenti, entrambi  erranti nell’esilio, entrambi ugualmente vulnerabili, non accetterò la sua gravosa illusione che non siamo eguali.

[…]

Spesso i pazienti rimangono delusi nell’apprendere che anch’io vago irredento, che non sto meglio di loro. Col tempo traggono consolazione dal fatto ch’io sia semplicemente un altro essere umano in lotta. Almeno così posso comprendere il loro viaggio da compellegrino. Il riconoscimento della mia evidente fallibilità può fornire il sollievo di apprendere che una certa felicità è possibile per il paziente senza che debba raggiungere qualche stato di perfezione. Ma prima che la mia vulnerabilità e la mia finitezza possano costituire una fonte di conforto, la scoperta della loro esistenza viene provata dal paziente come una delusione fastidiosa.”

Per poter dunque costruire la fiducia in se stessi bisogna prima passare per la delusione di abbandonare la speranza in qualcosa di esterno.

Riferimenti bibliografici

 Kopp, S. B., (1972) Se incontri il Buddha per la strada uccidilo. Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia. Astrolabio Roma, tr it. 1975.

Whitaker, C., Bumberry, J., Danzando con la famiglia, Un approccio simbolico esperienziale, Astrolabio, Roma, 1989.

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras