di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Gregory Bateson e il doppio legame

paradossoGregory Bateson è considerato uno dei fondatori della terapia familiare, anche se in realtà non ha mai nutrito particolare interesse in questo campo.

Infatti non era un terapeuta ma un antropologo e un filosofo, figlio di uno dei più importanti biologi della sua epoca: William Bateson.

Durante la sua vita ha avuto modo di sviluppare interessi molto differenti:

–          insieme a Margaret Mead, che è stata sua moglie, ha studiato le strutture tribali di parentela a Bali e in Nuova Guinea;

–          ha analizzato i comportamenti comunicativi delle lontre e di altri animali;

–          ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della cibernetica e della teoria dei sistemi.

Bateson era attratto dagli aspetti paradossali della comunicazione, che aveva avuto modo di approfondire grazie al concetto di gerarchie di tipi logici sviluppato da Russel e Whitehead per risolvere la qualità paradossale di alcune affermazioni, come ad esempio il classico “io sto mentendo”.

Come in ogni paradosso più si tenta di risolverlo e più si resta confusi: è infatti vero solo se è falso e falso solo se è vero.

Il paradosso è costituito da due affermazioni contraddittorie che sfuggono al paragone perché si trovano su un diverso livello logico: c’è il contenuto evidente dell’affermazione io sto mentendo e l’affermazione che la contiene (meta-affermazione) io mi aspetto che tu creda a quello che dico.

Solo se il meta messaggio viene esplicitato l’affermazione originaria io sto mentendo perde il suo essere fonte di confusione e diventa semplicemente una coppia di affermazioni tra loro in contraddizione (A è vero/A è falso).

Una delle intuizioni fondamentali di Bateson fu il mettere in relazione questa modalità con le modalità comunicative e le verbalizzazioni apparentemente assurde degli schizofrenici.

Nel 1952 la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per lo studio in quel campo e Bateson iniziò così a lavorare con Haley che si occupava di comunicazione e Weakland che era un ingegnere chimico e poi antropologo.

Due anni dopo il finanziamento finì e, solo per motivi pratici, il gruppo iniziò ad occuparsi di schizofrenia, che era al momento un argomento di maggior richiamo, anche dal punto di vista dei finanziatori.

La Macy Foundation finanziò dunque una ricerca basata sull’ipotesi che la schizofrenia fosse il prodotto di una situazione particolare: un bambino bloccato da legami paradossali con una madre che “tende non solo a punire la richiesta d’amore del bambino, ma anche a punire ogni segno da parte del bambino che lasci intendere che sa di non essere amato” (Haley, 1976, p.67).

In questa fase il gruppo si arricchisce del contributo di Don Jackson, psichiatra e consulente rispetto alla terapia con gli schizofrenici.

È in seguito a questi studi che il gruppo teorizza il concetto di doppio legame come un elemento fondamentale per determinare la schizofrenia nei bambini.

Jay Haley intervistava i pazienti in ospedale e, in modo del tutto casuale, si rese conto che un ragazzo soffriva di attacchi d’ansia molto forti dopo la visita della madre. Così iniziarono ad ampliare il loro sguardo e cominciò l’osservazione sistematica delle visite delle madri ai figli in ospedale, portando così a teorizzare il doppio legame.

L’esempio più conosciuto di doppio legame proviene dall’interazione di una madre con il figlio schizofrenico durante una visita:

 contento di vederla, le mise d’impulso il braccio intorno alle spalle, al che ella si irrigidì. Egli ritrasse il braccio, e la madre gli domandò ‘non mi vuoi più bene?’ Il ragazzo arrossì e la madre disse ancora: ‘caro non devi provare così facilmente imbarazzo e paura dei tuoi sentimenti’. Il paziente non poté restare con la madre che pochi minuti ancora, e dopo la sua partenza aggredì un inserviente e fu messo nel bagno freddo”.

La caratteristica fondamentale di questa interazione sta nell’incongruenza del messaggio materno e nel fatto che il figlio non sia in grado di commentarlo in modo diretto e chiaro.

E così la “follia violenta del figlio” diventa per lui l’unico commento possibile all’incongruenza del messaggio materno.

Il figlio non può usare lo stesso canale della madre e così, usandone uno ad un diverso livello logico, evita due legami:

–          il primo legame riguarda la sua incapacità di commentare il doppio messaggio materno.

–          il secondo legame, sta ad un livello “meta” rispetto al precedente e lo spiega: il figlio era tanto dipendente dalla madre da non essere in grado di distanziarsi da lei, né con le parole, né con il comportamento. Così la madre lo legava a sé e lui diventava la sua “vittima”.

Perché si verifichi questo tipo di situazione devono esserci le condizioni seguenti:

  1. ci devono essere due persone delle quali l’una è la vittima e l’altra la persona che la lega;
  2. l’esperienza deve essere ripetuta più volte;
  3. esiste un’ingiunzione primaria negativa;
  4. esiste un’ingiunzione secondaria in conflitto con la prima ad un livello più astratto e, come la prima, rinforzata da punizioni o segnali tali da indicare una minaccia per la sopravvivenza;
  5. esiste un’ingiunzione negativa terziaria che proibisce alla vittima di abbandonare il campo;
  6. la serie completa di elementi non è più necessaria per innescare il pattern di comunicazione una volta che la vittima abbia imparato a percepire il proprio universo in termini di schemi di doppio legame.

Nell’esempio citato sopra il figlio dipende dalla madre e può dunque essere identificato come la “vittima”.

L’ingiunzione negativa primaria è trasmessa dal corpo della madre, nel momento in cui si ritrae “non esprimere amore per me”.

L’ingiunzione secondaria, in conflitto con la prima è “tu dovresti esprimere amore per  me”.

L’ingiunzione terziaria è “non commentare la mia incoerenza, non notare che io ho difficoltà a decidere se avere o meno una relazione con te”.

Si tratta di una visione molto lineare, influenzata dal pensiero psichiatrico dell’epoca, si fa infatti riferimento al concetto di “madre schizofrenogena” di Frida Fromm-Reichmann (1948).

È una prospettiva estremamente colpevolizzante nei confronti della madre e che non tiene in considerazione della figura paterna.

Rispetto a questa visione è molto interessante la rilettura portata dalla figlia di Bateson, Mary Catherine che riporta una frase molto significativa del padre “la natura è una lurida puttana doppio legame” (Bateson e Bateson, 1987). In questa affermazione c’è la convergenza di molte cose: la rabbia persistente e l’inevitabilità dell’esperienza descritta come doppio legame nella vita di ogni persona.

La contraddizione e il paradosso, per quanto dolorosi non sono rari e anormali, ma pervasivi.

 “Se questo è ciò che egli intendeva, la domanda diviene non se esista la famiglia schizofrenogena, in cui i doppi legami causano la schizofrenia, ma in quali circostanze della vita i paradossi e le contraddizioni dell’esperienza siano patogenici, e perché alcuni individui siano particolarmente vulnerabili” (Bateson M.C., 2004, p.16)

Nel 1962, dopo la fine del progetto Bateson, Haley e Weakland passarono al Mental Research Institute.

Bateson concluse la sua vita studiando il comportamento animale al Marine Institute delle Hawaii e morì nel 1980 a 76 anni.

Riferimenti bibliografici

Andolfi, M. (2002) a cura di. I pionieri della terapia familiare. Milano: Franco Angeli.

Andolfi, M. (2003). Manuale di psicologia relazionale. Roma: Accademia di psicoterapia della famiglia.

Bateson,G. (1972). Verso un’ecologia della mente. Milano: Adelphi. Tr. It. 1976

Bateson, G. (1982). Mente e natura. Milano: Adelphi.

Bateson, G., Bateson, M.C., (1989). Dove gli angeli esitano: Adelphi.

Bertrando, P., Toffanetti, D. (2000). Storia della terapia familiare. Milano: Raffaello Cortina.

Bogliolo, C. (2001). Manuale di psicoterapia della famiglia. Milano: Franco Angeli.