di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Il mio primo matrimonio gay

Il 9 luglio, mentre a Cagliari si teneva la prima manifestazione delle “Sentinelle in piedi”, io ero a Beauvais, in Francia a prendere parte al mio primo matrimonio gay.

Due eventi quasi in contemporanea: in Italia un gruppo di circa 110 persone in piedi, in silenzio con un libro in mano, a manifestare contro le nozze gay e le adozioni alle coppie omosessuali e in Francia la celebrazione di un matrimonio tra due uomini: Thierry e Yannick.

Niente drappi colorati e costumi di piume, come un immaginario stereotipato potrebbe suggerire a qualcuno: una semplice e sobria cerimonia civile celebrata da un ausiliario del sindaco di Beauvais, fiorita cittadina che noi sardi conosciamo solo grazie al fatto che ci atterra Ryan air.

La sala del comune si riempie di gente, faccio quasi fatica a trovare posto, ma riesco a guadagnare una posizione in terza fila dalla quale ho una panoramica d’eccezione: i futuri sposi entrano in sala accompagnati ognuno da una splendida damigella (Gwen e Perrine, le figlie del fratello di uno degli sposi). E come nel più classico dei matrimoni qui inizia l’emozione: la madre e le sorelle di Yannick si commuovono, così come il fratello di Thierry e sua moglie. Le quattro testimoni iniziano ad agitarsi sulle sedie ma per ora reggono ancora…

La cerimonia inizia e vengono letti agli sposi gli articoli del codice civile, compresi quelli relativi alla cura e all’educazione dei figli. Eh si! Perché in Francia dal 2013 le coppie omosessuali possono sposarsi e diventare genitori adottivi.

Si sa che il momento della lettura degli articoli non  è certo la parte più commovente di un matrimonio, ma qui io vacillo davvero: commossa fino alle lacrime dalla civiltà di questa nazione, che è riuscita a raggiungere un traguardo che mi sembra così lontano per il mio paese.  Mi sento parte della storia, dell’evoluzione del pensiero e, per fortuna, anche parte del coronamento di un sogno d’amore.

Come nella migliore delle tradizioni sposi, amici e parenti raggiungono il culmine dell’emozione al momento dello scambio delle fedi, ancora più commovente perché vengono consegnate dai nipotini di Thierry che, se possibile, sono più emozionati dello zio.

È il momento degli auguri e della festa tutti insieme in una sala appositamente allestita e tutta colorata di bianco, verde e cioccolato. Qui si mangia, si beve e si balla tanto, come in ogni festa di matrimonio che si rispetti. Ci sono le foto di rito e la tavola della frutta fortemente voluta da Thierry, i confetti e il tema della festa: le orchidee e le foto degli sposi durante gli anni in cui sono stati insieme prima di sposarsi.

Insomma un matrimonio come tanti, in cui tante volte mi sono dimenticata che gli sposi fossero due uomini, perché al centro c’era l’amore, la gioia che avevano negli occhi, non solo gli sposi ma tutti gli invitati, parenti ed amici che li hanno circondati di tanto affetto in quel giorno, così come nei precedenti.

Ma a ricordarmi quanto questa normalità sia influenzata dalla cultura di appartenenza ci ha pensato la manifestazione delle “Sentinelle in piedi” al Bastione di Cagliari: in piedi per vigilare, come loro sostengono, sulla libertà d’espressione e contro il ddl Scalfarotto, una proposta di legge per il contrasto all’omofobia e alla transfobia (a loro avviso criticabile perché sosterebbe implicitamente la punibilità non solo di atti di violenza, ma anche il reato d’opinione). In piedi con un libro ad attestare la “formazione permanente di cui tutti abbiamo costantemente bisogno”.

Questa affermazione letta nel loro sito mi ha colpito molto perché per me leggere è uno dei momenti più belli della giornata, una delle esperienze che aprono finestre sul mondo, che permette di conoscere ciò che ancora è ignoto e consente di provare emozioni attraverso l’immedesimarsi con le vite altrui.

Leggere educa alle emozioni e apre la mente, per questo non riesco a capire cosa leggano le “sentinelle in piedi”; nonostante le foto che ritraggono i libri che tengono in mano, continuo a non capire.

Senza voler mancare di rispetto a nessuno, mi viene da pensare che non li leggano davvero ma che usino i  libri che tengono in mano come un’armatura, in modo da guardare in basso e difendersi da un mondo in movimento che forse spaventa. Guardano in basso e forse si perdono la vita che passa loro accanto. Basterebbe alzare lo sguardo, respirare e sentire che forse non tutto ciò che è diverso è sbagliato.

Non capisco come si possa sostenere di lottare per la libertà di espressione e combattere contro l’estensione dei diritti a tutti coloro che fanno parte della nostra società.

Mi è difficile associare la parola libertà alla limitazione della libertà di qualcuno.

Qualcuno che esiste, è reale, paga le tasse e muove l’economia e che può pure correre il rischio di innamorarsi e di aver voglia di creare una famiglia. Ma questo qualcuno, che è un cittadino a tutti gli effetti quando si tratta di pagare le tasse, si ritrova improvvisamente a scoprirsi un paria quando vuole formalizzare una relazione affettiva.  Impensabile poi immaginare che una coppia omosessuale possa adottare un figlio! Si scatena nell’immediato l’affermazione sulla naturalità della famiglia costituita da “un uomo, una donna e tutti i figli che Dio vorrà donargli”.

Ho letto tutto il sito, ho letto anche il manifesto di Manif Italia e la loro critica spietata  agli studi di genere e posso sostenere con fermezza che non ci sto: il diritto alla libertà di espressione è sacro e nessuno vuole violarlo, nemmeno il ddl Scalfarotto, ma non si può continuare a lottare contro qualcuno che chiede solo dei diritti civili. Forse per chi vive una relazione eterosessuale certe cose sono date tanto per scontate che non si capisce proprio cosa possa provare chi non ne ha diritto.

Care sentinelle in piedi tranquillizzatevi, nessuno di voi andrà mai in prigione perché continuerà a sostenere che i gay non devono sposarsi e non devono avere figli. Ragionateci un po’ su e ve ne renderete conto.

E poi aprite il cuore, poggiate i libri e andate incontro alle persone vere, quelle che stanno insieme da tanti anni da poter celebrare le nozze d’argento, quelle che hanno già dei figli che hanno legalmente solo un genitore, quelle che si amano come tutti, indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza.

Quelle che sono una famiglia perché, indipendentemente dal corredo cromosomico, è l’amore che fa una famiglia.

Insomma i mondiali di calcio sono appena finiti e né l’Italia, né la Francia hanno dato prestazioni interessanti, ma nella competizione per la civiltà e l’apertura mentale, mi dispiace dirlo ma la Francia questa volta batte di gran lunga l’Italia!  

Maria Grazia Rubanu