di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Frida Kahlo: una donna resiliente

 

“A cosa mi servono i piedi se ho le ali per volare?”

 

“La colonna rotta” – 1944

 

 

Dieci giorni fa ho avuto modo di visitare la mostra di Frida Kahlo a Roma, presso le scuderie del Quirinale: una mostra ricca, intensa, complessa e faticosa esattamente come l’autrice delle opere esposte.

I suoi quadri mi hanno sempre colpito molto e vederli dal vivo è stata un’emozione unica: i colori forti e decisi che prendono vita, le emozioni contrastanti che traspaiono, la sofferenza, la forza  e il travaglio interiore di una donna resiliente diventano tangibili.

Frida Kahlo è stata una donna estremamente resiliente per tutto il corso della propria vita.

 

Ma che cos’è la resilienza?

Il termine resilienza  è stato preso in prestito dalla fisica e indica la proprietà di alcuni materiali di conservare la propria struttura o riacquistare la propria forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.

In psicologia e sociologia indica la capacità di reagire a eventi traumatici o stressanti e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita.

La psicologia ha fatto proprio questo termine per indicare la capacità di ciascuna persona di resistere ai traumi e alle sofferenze che la vita porta, ma soprattutto di progettare positivamente il proprio futuro.

La resilienza è, dunque, la capacità di riprendersi e di uscire più forti dalle avversità.

È secondo questo sguardo che mi sono fermata di fronte ad ogni opera, alla ricerca di quel qualcosa che ha dato frutti tanto colorati, anche se a volte di colori cupi, e un tratto tanto deciso alle sue opere, ai suoi autoritratti ricorrenti, alle ferite mai nascoste ma sempre esposte in modo a volte realistico e, a volte, surreale e simbolico.

Ma per conoscere Frida non si può prescindere dalla sua storia di dolore, di sofferenza e amore, ma soprattutto di resilienza.

Frida Kahlo nasce a Coyoacàn, una delegazione di Città del Messico nel 1907, ma sceglie di utilizzare come data di nascita il 1910, anno della rivoluzione messicana, di cui si sentiva profondamente figlia.

Già alla nascita compaiono le prime criticità: Frida è affetta da spina bifida, una patologia ancora sconosciuta e che verrà curata come poliomielite. La sua malattia non la blocca, anzi sembra forgiarne il carattere: sin dall’adolescenza emerge il suo spirito indomito e passionale e inizia a fare capolino il suo talento artistico. La sua aspirazione è inizialmente quella di fare il medico ma inizia ben presto a dipingere per divertimento i ritratti dei suoi compagni di studio.

A 18 anni Frida subisce il terribile incidente che segnerà la sua vita: l’autobus sul quale viaggiava si scontra con un tram e finisce schiacciato contro un muro.  La sua colonna vertebrale si spezza in tre punti nella regione lombare, si frattura il collo del femore, le costole e la gamba sinistra in 11 punti diversi, si sloga il piede destro, subisce una lussazione alla spalla sinistra e la rottura dell’osso pelvico. Un corrimano dell’autobus le penetra su un fianco e fuoriesce dalla vagina, impedendole per sempre di diventare madre.

Una volta dimessa dall’ospedale trascorre anni a riposo, nel suo letto di casa, con un busto di gesso che l’accompagnerà per molto tempo.

Le sue giornate trascorrono leggendo libri sul movimento comunista e dipingendo. Il suo primo dipinto è stato un autoritratto, per questo i genitori le regalarono un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in  modo che potesse vedersi e dei colori per dipingere.

 

 

“Autoritratto con vestito di velluto” – 1926

 

 

 

Così Frida, costretta per anni in un letto, inizia a dare vita alla sua serie di autoritratti e quando potrà alzarsi andrà a mostrare i suoi quadri a Diego Rivera.

Rivera, illustre pittore dell’epoca, rappresenta allo stesso tempo il grande amore della sua vita e la sua più grande sofferenza dopo l’incidente, così come dicono le sue stesse parole “ho subito due gravi incidenti nella mia vita…il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego”.

Nel 1929 Frida e Diego si sposano, condividono molti ideali e partecipano insieme alle lotte del partito comunista, ma la loro unione sarà caratterizzata da infedeltà da ambo le parti, fino al tradimento di Diego con Cristina, la sorella di Frida, che segna il loro divorzio nel 1939. Si sposeranno di nuovo un anno dopo.

A causa dell’inadeguatezza del suo fisico Frida non riuscirà a portare a termine la tanto desiderata gravidanza, e anche questo sarà un evento critico fondamentale nella sua vita che avrà, come sempre un risvolto nella sua opera artistica, come è possibile vedere nel celebre quadro: “Henry Ford Hospital” o “Il letto volante” (1932, dopo il secondo aborto)

 

 

“Il letto volante” – 1932

 

 

 

La sua vita è stata caratterizzata da diversi eventi potenzialmente traumatici: l’incidente con l’autobus, il tradimento di Diego con sua sorella, l’impossibilità di diventare madre a causa dei diversi aborti spontanei, il continuo e martellante dolore fisico che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino all’amputazione della gamba destra pochi anni prima di morire di polmonite.

E nonostante tutto questo dolore Frida ha sempre avuto la forza di risollevarsi e proseguire la sua vita continuando a progettare il suo futuro, come nel suo inno “Viva la vida”, il quadro dipinto undici giorni prima di morire: una natura morta che rappresenta due angurie succose e ricche così come per Frida è sempre e comunque stata la vita.

 

 

Viva la vida” – 1954

 

 

Le ultime parole scritte nel suo diario sono state queste “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”.

Il quadro che ritengo più rappresentativo è “Le due Frida”: c’è la Frida messicana, amata dal marito Diego, che tiene in mano un medaglione con la foto di Diego da bambino e quella abbigliata all’europea, che non è più oggetto d’amore.

 

 

 

“Le due Frida” – 1939

 

 

Le due Frida si tengono per mano, si fanno coraggio a vicenda, i loro cuori sono collegati da una vena e la Frida europea blocca con una pinza il flusso del sangue, a voler simbolicamente bloccare il dolore. Il quadro è stato dipinto in concomitanza con la separazione da Diego ma è particolarmente significativo perché rappresenta le due anime della donna: la fragilità e la forza, il dolore rappresentato dal flusso di sangue della Frida in bianco e l’integrità del cuore intero, la nitidezza dei colori della Frida messicana. Una rifiutata, l’altra amata. Una non cancella l’altra ma si tengono per mano, e l’ambivalenza tra la vita e la morte si integra nella vita di una donna che non ha mai rifiutato ciò che ha incontrato ma ha sempre messo in atto quel processo attivo di resistenza, di autoriparazione e di crescita in risposta alle crisi e alle difficoltà della vita, che si chiama resilienza.

La resilienza implica infatti molto di più di una semplice capacità di sopravvivere, anzi la persona resiliente deve intraprendere una dura battaglia, deve percepire contemporaneamente dolore e coraggio, affrontando in modo competente le difficoltà sia a livello personale che interpersonale arrivando ad integrare l’esperienza di crisi nella propria identità.

 

Maria Grazia Rubanu