di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Chi ha paura della rabbia?

Nelle ultime settimane abbiamo sentito spesso parlare in maniera contrapposta della rabbia e della speranza. Abbiamo letto e sentito dire da tutti i mezzi di informazione che la vittoria di Matteo Renzi e del PD è stata la vittoria della speranza che ha superato la rabbia rappresentata da Beppe Grillo e dal suo movimento 5 stelle.

La rabbia e la speranza sono state rappresentate come emozioni connotate in maniera dicotomica: la rabbia é negativa e la speranza positiva.

La rabbia porta con sé soltanto la frustrazione e la paura mentre la speranza dona coraggio e alimenta la voglia di reagire.

Non é mia intenzione entrare in merito ad un discorso partitico ma sono curiosa di esplorare un’emozione così bistrattata come la rabbia  su un piano emotivo e, genericamente, umano.

La rabbia é un’emozione tipica, considerata fondamentale da tutte le teorie e persino inserita tra i sette vizi capitali col nome di ira.
Si tratta di un’emozione centrale e prototipica, con una chiara origine funzionale, degli antecedenti che ci permettono di identificarla, delle specifiche manifestazioni espressive, delle modificazioni fisiologiche e delle tendenze all’azione.

È un’emozione primitiva, osservabile anche in bambini molto piccoli e in diverse specie animali.

La rabbia nella nostra cultura è un’emozione connotata negativamente, diversi studi di psicologia dello sviluppo e psicologia comparata hanno messo in evidenza, che proprio perché è considerata in modo negativo le sue manifestazioni sono parzialmente inibite o modificate.

È una delle emozioni più precoci e compare insieme alla gioia e al dolore.

Le due cause prototipiche alla sua comparsa sono la presenza di un ostacolo che impedisce il soddisfacimento di un desiderio e l’imposizione di qualcosa che viene considerato lesivo e dannoso.

Nonostante le sue manifestazioni siano riprovate nella nostra cultura, la rabbia è un’emozione abbastanza frequente. Da una delle ricerche più importanti sulle emozioni si evince che sette persone su otto riferiscono di avere provato rabbia almeno una o due volte nella settimana precedente a quella della ricerca. Se anziché di rabbia, si parla di un’emozione più sfumata come l’irritazione allora si raggiunge l’unanimità: tutti coloro che hanno risposto riconoscono di aver provato questo stato d’animo almeno una volta durante la settimana. La maggioranza sostiene di aver provato irritazione tutti i giorni (Averill,1982).

La parola rabbia ha tanti sinonimi che variano a seconda dell’intensità dell’emozione: da ira e collera a irritazione e fastidio.

La rabbia è l’emozione che cerchiamo di controllare di più, sia nel nostro vissuto che nelle manifestazioni osservabili.

Quando si educano i bambini uno dei punti chiave è proprio quello della repressione della collera. La repressione dell’aggressività è utile socialmente perché permette ai garanti dell’ordine costituito (genitori, professori, responsabili ordine pubblico) di essere tranquilli e di non subire  episodi di insubordinazione.

La rabbia ha una forte componente di movimento, è una sorta di propellente energetico che non necessariamente porta alle vie di fatto ma, molto più spesso, ad espressioni verbali.  Da diversi studi emerge che chi non esprime in alcun modo la sua rabbia tendenzialmente se la porta dietro per un periodo più lungo. Inoltre la rabbia non manifestata nei confronti dell’oggetto scatenante si ritorce contro la persona che non riesce a esprimerla, assumendo la forma della frustrazione.

MA CON CHI CI ARRABBIAMO?

Generalmente con persone, oggetti inanimati e istituzioni.

La cosa singolare è che non ci si arrabbia con chi si odia, se non in una percentuale minima (8%) ma con le persone a cui si vuole bene: innamorati, amici e parenti. Si tratta di persone che potrebbero farci soffrire e dalle quali temiamo di essere abbandonati, ma anche di persone dalle quali vorremmo una modifica del comportamento.

Anche quando ci arrabbiamo con le istituzioni è sempre perché siamo delusi da qualcosa che vorremmo cambiare in meglio.

E COSA CI FA ARRABBIARE?

Sono tre le categorie di comportamenti che suscitano rabbia:

–          le minacce alla nostra autostima o i tentativi di imporsi contro la nostra volontà;

–          i rifiuti alle nostre richieste e le disobbedienze alle regole che condividiamo;

–          il malfunzionamento di qualcosa che impedisce o rallenta la nostra attività.

La cosa che proprio non possiamo tollerare è il pensiero che chi ci fa arrabbiare lo faccia con l’intenzione di ferirci anche quando potrebbe evitarlo.

A COSA CI SERVE ARRABBIARCI?

Tutti gli studi fatti sul comportamento di specie differenti dall’uomo dimostrano che l’ira e le manifestazioni di aggressività sono scatenate da motivazioni legate alla sopravvivenza, alla cura dei cuccioli e alla difesa del territorio.

La rabbia dunque ha la funzione di tenere a bada o allontanare la presenza indesiderata.

Negli umani una delle motivazioni più forti è quella di volere cambiare ciò che appare sbagliato, mostrare la propria indipendenza e migliorare noi stessi e ciò che ci circonda.

ESISTE UNA SOLA RABBIA?

Sono tre i tipi di rabbia e ognuno di loro assolve a funzioni differenti:

–          la rabbia malevola che ha lo scopo di interrompere i rapporti con l’altra persona e si nutre di comportamenti di vendetta contro coloro che ci hanno danneggiato;

–          la rabbia costruttiva che ha l’obiettivo di modificare il comportamento altrui, di avvicinarsi alla persona in questione, creando intimità e dimostrando che si tiene a lei e al fatto che possa migliorare la propria vita;

–          la rabbia esplosiva che serve soprattutto a dare sfogo ad uno stato tensivo.

PERCHE’ LA RABBIA FA PAURA?

Ci spaventa perché la colleghiamo alla paura di “perdere la testa”, di esagerare, di dire o fare cose di cui potremmo pentirci.

Quando ci arrabbiamo molto usiamo espressioni tipo “ero fuori di me” che segnalano la perdita dell’autocontrollo.

Per questo gran parte delle norme sociali della nostra cultura sono volte a controllare questo tipo di reazione: una buona competenza emotiva permette dunque di esprimere ciò che si sente senza diventarne vittime.

Il consiglio più classico che viene dato per la gestione della rabbia è senz’altro quello di ritardare ogni forma di azione “contare fino a dieci”, aspettare, dunque o allontanarsi momentaneamente dalla persona o dalla situazione che ci crea irritazione.

Ma è un consiglio che prevede una forma di controllo che è necessario mettere in atto quando la rabbia diventa tanto forte da rischiare di essere esplosiva, non agisce alla base del lavoro sulle nostre emozioni e, ancora una volta connota l’emozione come negativa e la stigmatizza rispetto a ciò che è desiderabile nel sociale.

ESISTONO LE EMOZIONI NEGATIVE?

La risposta è no!

Ci sono emozioni che non ci fanno stare bene, ma tutte sono funzionali, adattive e connaturate all’essere umano. Ciò che può essere negativo o malsano non è l’emozione in quanto tale ma l’impossibilità di comunicare l’emozione e utilizzarla per pensare e andare incontro alle difficoltà. Le emozioni possono essere regolate e gestite, ma prima devono essere sentite e riconosciute e trovare uno spazio di espressione.

Ciò che può diventare distruttivo è il far permanere le emozioni spiacevoli senza poterle esprimere, utilizzare e quindi superare.

 

Riferimenti bibliografici
Foti C.,  (2012), “La mente abbraccia il cuore”. Ascoltare le emozioni per aiutare e aiutarsi, Gruppo Abele Onlus, Torino.

D’Urso V., Trentin R., (1992), “Sillabario delle emozioni”, Giuffrè editore, Milano.

Maria Grazia Rubanu