di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Maleficent: Malefica o Inattesa?

Qualche giorno fa ho visto il film Maleficent, una meravigliosa versione della storia de La bella addormentata dal punto di vista della strega Malefica, nata come fata buona e protettrice della brughiera e diventata cattiva per colpa di un amore tradito e di una ferita impossibile da curare: la perdita delle ali.

 

Non si tratta di un semplice ribaltamento del punto di vista della narrazione, ma di una storia che diviene più complessa e dunque, più reale, perché assume tutte le sfumature dell’ambivalenza.

 

Malefica non è dunque “solo” la strega cattiva che si cerca di fare diventare buona, ma un personaggio fortemente ambivalente, una fata madrina che racchiude in sé l’amore e l’odio.

Un dualismo perfetto che da dicotomia diviene integrazione, man mano che si capisce che la fata madrina Malefica è Madre, l’unica madre possibile, visto che la regina è talmente trasparente da risultare eterea.

Anche Aurora sperimenta l’ambivalenza nei confronti della fata Madrina quando scopre che non è bontà pura, e anche qui il sentimento contrapposto diviene integrazione quando la fanciulla può superare l’infanzia e andare incontro alla vita scelta attraverso il passaggio per una morte simbolica: è lei ad andare alla ricerca del fuso, che prende vita per adempiere alla profezia.

Così l’incantesimo si compie e Aurora sceglie per sé e riconosce la Madre: buona e cattiva al tempo stesso come tutte le madri, ma ricca di un amore che non possiamo definire puro, né semplice e leggero: un amore complicato, a volte chiaro altre volte scuso, come solo il vero amore può essere…

Non ho potuto fare a meno di pensare alla fiaba che avevo scritto per la mia tesi di specializzazione in psicoterapia familiare qualche anno fa. L’avevo già pubblicata sul blog, ma mi è venuta voglia di condividerla ancora con voi …

 

Cosa ne pensate?

 

Una bella addormentata sui generis. Una favola sull’anoressia

Questa favola nasce dall’incontro tra una giovane quasi-terapeuta e una famiglia con figlia anoressica.

Pensando all’anoressia la prima immagine che mi viene alla mente è quella dell’immobilità, del tempo sospeso, per usare le parole di Luigi Onnis (2004)[1]. L’immagine è quella di una ragazza per la quale il tempo si ferma: tutto si immobilizza per lei e per tutti coloro che le stanno accanto.

È nata così l’idea di rileggere in modo differente la favola de La bella addormentata che tanto mi piaceva da piccola per i meravigliosi colori delle sue immagini, per la bellezza della figura della fata madrina e per quel principe, sempre bello e biondo. Una favola che mi ha poi tanto infastidito da adolescente e da giovane donna per la rappresentazione statica di questa figura femminile immobile, in attesa di un qualcosa di esterno che la risvegliasse.

Forse questo è un modo per fare pace con quella favola, ridando nuovi significati alle persone e ai fatti e tenendo come punto fermo il nome della protagonista: Aurora.

Ci sono degli aspetti che rimandano alla famiglia, perché è pensando a loro che l’ho scritta. Ho dato alla ragazza una sorella, che nella storia originaria non c’è e che si chiama Gaia, ad esemplificare un maggiore “contatto con la terra”, ovvero con l’ambiente esterno, mentre i genitori di Aurora si chiudono nel loro castello e si fermano, nella stessa immobilità della figlia. E c’è anche la figura di un nonno, al quale la protagonista era molto affezionata e che viene a mancare, cosa realmente successa nella famiglia.

C’erano una volta  un re e una regina che vivevano in un reame incantato. Desideravano tanto avere dei figli ed un bel giorno il loro desiderio venne realizzato: venne al mondo una bellissima bambina che fu chiamata Aurora, come la dea  che si rinnova ogni mattina all’alba e vola attraverso il cielo, annunciando l’arrivo della mattina. Per loro rappresentava la luce nelle loro vite.

A festeggiare il suo battesimo vennero invitate tutte le persone più importanti del regno, anche i sovrani del reame vicino che, avendo un figlio maschio, già pensavano di suggellare con un bel matrimonio l’amicizia tra i reami.

Vennero invitate anche le fate dei boschi, che in  quanto madrine, fecero dei meravigliosi regali alla bambina:  Flora con un colpo della sua bacchetta le infuse bellezza eterna e  Fauna la saggezza.

Quando arrivò il turno della fata Serena una folata di vento avvolse tutti e comparve Inattesa, considerata da tutti una fata molto cattiva (di quelle che normalmente vengono chiamate streghe) e che per questo motivo non era stata invitata.

Inattesa si avvicinò alla bambina e fece il suo incantesimo: “non avete tenuto conto della mia presenza, le cose non sempre vanno come voi le immaginate e le sognate, per farvi capire che non tutto si può controllare quando Aurora avrà 16 anni la sua vita si interromperà.”

Tutti si fermarono, terrorizzati, l’unica che riuscì a reagire fu la fata madrina Serena, a lei, per tradizione spettava il compito di donare l’amore eterno e così la fata buona disse:

 

“non posso annullare l’incantesimo di Inattesa, ma posso senz’altro modificarlo: piccola Aurora la tua vita interrotta non sarà equivalente alla morte, ma ad un lungo sonno, dal quale ti risveglierai quando incontrerai l’amore più grande, l’unico che una volta incontrato non ha mai fine.”

Non disse in modo esplicito che non si trattava di un principe, né di un cacciatore, insomma non si trattava dell’amore di un uomo ma di quello di una donna per sé stessa.

I sovrani vissero cercando di proteggere quella piccola da tutti i pericoli, ma non erano mai sereni, perché l’alone di quell’incanto nefasto era sempre nelle loro menti.

Quando Aurora aveva 3 anni venne al mondo una sorellina: Gaia, con il nome della terra, i suoi vollero chiamarla così in modo da augurarle concretezza e stabilità.  A differenza del nome della sorella, che era si portatore di luce, ma una luce che scompariva ogni sera per tornare al mattino.

Questa volta al battesimo oltre alle fate buone venne invitata con tutti gli onori anche Inattesa che, ancora offesa dalla nascita di Aurora, non degnò i sovrani della sua presenza.

La nascita della sorella portò il sorriso per un po’, ma poi periodicamente un velo di tristezza ricadeva sui genitori.

Aurora non sapeva nulla dell’incantesimo, sentiva solo un grande amore nei suoi confronti, un grande amore che con il passare degli anni diventava un peso.

 Nella sua famiglia si parlava sempre con toni pacati (i re temevano che la rabbia o le liti potessero avvicinare il momento che attendevano e temevano di più). Non si poteva litigare e Aurora si adeguava a questo modo di fare perché non ne conosceva un altro e perché temeva di non essere più amata se si fosse comportata diversamente. Ogni tanto sentiva la madre piangere nella sua camera e non sapeva spiegarsi il perché, così pensava che fosse triste anche per colpa sua. Anche il padre a volte si comportava in modo strano, cambiava umore, ma poi fingeva che tutto andasse bene. Ad Aurora sembrava che tutto succedesse solo con lei e che la sorella Gaia, fosse trattata in modo diverso, più naturale … a poco a poco si convinse che qualcosa in lei non andava…

…Gli anni passavano e uno strano stato d’animo invadeva Aurora, le giornate diventavano più cupe, come se un velo di nebbia andasse posandosi sulle cose, togliendo loro luminosità. Non sapeva spiegarsi cosa fosse, ma prese a diventare lei stessa nebbia, leggera, impalpabile, quasi invisibile … le cose non avevano più sapore, né profumo, lo specchio le rimandava un’immagine a lei sconosciuta.

Aurora non si punse con un fuso, ma aveva incontrato il dolore che accompagna la crescita, un dolore acuito dalla scomparsa della persona più cara: il suo meraviglioso nonno, colui che riusciva sempre a strapparle un sorriso, anche quando attorno a sé tutto appariva grigio, il suo raggio di luce, il suo arcobaleno dopo la pioggia.

Non poté condividere il dolore con sua madre perché anche lei era schiacciata da questa perdita, tanto schiacciata da sentirsi come una bambina e non come una donna, una bambina madre di due adolescenti.

Al compimento dei 16 anni tutto si fermò: forse la vita non valeva nemmeno la pena di essere vissuta.

Solo toccare la pelle che ormai aderiva alle sue ossa le dava la sensazione di valere qualcosa.

I genitori e la sorella si disperarono, vedendola somigliare sempre di più al fantasma che in tutti quegli anni avevano temuto.

Il re e la regina si bloccarono con lei, la vita sembrava sfuggire da tutto il castello, non solo da quella fragile fanciulla. Solo la sorella continuò a muoversi, mantenendo  un filo di connessione con il mondo esterno.

Vennero medici di ogni tipo e specializzazione, vennero maghi e stregoni, si fecero infusi di erbe, ma niente poteva scuotere dal torpore, niente ridava luce al sorriso e allo sguardo.

Aurora era come bloccata in un eterno crepuscolo in attesa di un’alba che non arrivava mai, a dispetto del suo nome.

La fata madrina Serena però non disperava, sapeva che prima o poi la sua protetta avrebbe incontrato la parte di sé che ancora desiderava sorridere. Siccome i tempi diventavano lunghi chiese aiuto alla fata Inattesa, decise di sfidare la sua ira e la sua proverbiale permalosità  e andò a trovarla. A volte sono proprio le cose che non si sono mai fatte quelle che si rivelano più giuste.

Inattesa le aprì la porta senza rancore, in fondo non voleva fare del male alla ragazza, né alla sua famiglia, voleva dare loro una lezione: bisogna fare i conti con gli imprevisti, anche le cose che non ci piacciono fanno parte della vita, anche l’incontro con una fata Inattesa che può gettare scompiglio. Ma da tutti i dirupi si può risalire e così le due si misero al lavoro insieme per aiutare la famiglia reale.

Parlarono con la ragazza e con la famiglia al completo, Aurora scoprì che quella fata che le avevano sempre dipinto come cattiva era solo burbera e spinosa, ma forse la si poteva accettare per quello che era, d’altronde anche la sdolcinatezza di Flora, Fauna e Serena le era venuta a noia. I suoi genitori la facevano arrabbiare perché non sapevano mai come comportarsi, rinforzavano a vicenda le proprie incertezze  e lei riusciva ad esprimersi solo esplodendo all’improvviso, soprattutto con la mamma.

La frequentazione con le due fate così diverse tra loro permise alla famiglia reale di costruire una storia differente da quella che si erano sempre raccontati: forse Inattesa non era così cattiva e forse davvero voleva insegnare loro qualcosa sulla vita.

A poco a poco Aurora scoprì quella forma di amore eterno che non conosceva e che non tutti conoscono nella vita: l’amore per se stessi, l’accettazione di ciò che si è, con tutte le luci e le ombre e la responsabilità per la propria vita, che non si può condividere con nessuno, nemmeno con i propri genitori.

Aurora lo scoprì per sé, ma anche i suoi genitori iniziarono a poter pensare che solo la figlia poteva essere responsabile del proprio destino, esattamente come loro, ognuno di loro: impararono prima ad essere coppia e poi si riscoprirono individui, con tutte la gamma di emozioni a loro disposizione.

In questa storia non c’è un principe  e nemmeno un bacio, ma è comunque una storia d’amore: l’amore per sé.

Non sappiamo se ci sarà un lieto fine perché le cose ormai si sono messe in movimento e alle cose in movimento non basta un banale “e vissero tutti felici e contenti”.

Sappiamo che vissero ognuno la sua vita e tanto basta!

Maria Grazia Rubanu

 


[1] ONNIS, L., Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società, Franco Angeli, Milano, 2004.