di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Le origini della terapia familiare

terapia familiareLa terapia familiare si sviluppa negli anni ’50 come movimento teorico clinico, nato dall’esigenza di rivedere i modelli concettuali con cui veniva spiegata e trattata la malattia mentale.

Alcuni terapeuti, stimolati dall’evoluzione socioculturale del dopoguerra e insoddisfatti rispetto ai risultati delle pratiche terapeutiche in psichiatria e psicoanalisi, avevano iniziato a tener conto del gruppo sociale di cui il paziente psichiatrico faceva parte: in primo luogo la famiglia.

Iniziarono dunque ad ampliare il loro orizzonte e a vedere l’individuo non più isolatamente e a considerare i problemi psichiatrici come un’espressione di una disfunzione delle relazioni familiari.

Negli anni 50/60 i maggiori centri di ricerca e sperimentazione interessati alle famiglie risultavano concentrati in due opposti punti geografici degli Stati Uniti: da un lato in California, a Palo Alto e dall’altro a New York e Philadelphia. Si trattava di due centri in cui l’interesse per le famiglie diventava predominante anche se con differenti approcci alla questione.

Gli studiosi che lavoravano a Palo Alto derivavano la loro ricerca da campi estranei alla psichiatria e alla psicoanalisi, dall’applicazione delle scienze tecnologiche ai sistemi umani. Di questo filone fanno parte Gregory Bateson, Jay Haley, John Weakland, Don Jackson e Virginia Satir.

Coloro che appartenevano al gruppo di New York (Nathan Ackerman) e Phipaldelphia (Boszormenyi- Nagy e coll.) partivano invece dalle teorie psicoanalitiche e dall’osservazione diretta di pazienti psichiatrici, ospedalizzati, nell’interazione con le loro famiglie.

Entrambi i filoni avevano in comune la pratica di lavoro clinico con il sistema familiare e consideravano la famiglia l’unità su cui impostare la diagnosi e la terapia.

Attraverso un progressivo scambio culturale iniziò ad affermarsi il movimento denominato Terapia Familiare.

Questo nuovo movimento si fondava su alcuni punti fondamentali:

–           la concezione dell’uomo come essere sociale, che non può essere considerato al di fuori della relazione con altri essere sociali;

–           la definizione dei gruppi umani come sistemi interattivi, ovvero persone in relazione e gruppi con una storia come le famiglie;

–           l’importanza del contesto o cornice psicosociale in cui si sviluppa la relazione e da cui i messaggi verbali e non verbali traggono significato;

–           la visione circolare della realtà e il superamento dell’ottica lineare/causale della scienza classica.

Tutto questo è stato possibile anche grazie al contesto culturale americano degli anni ’50 in cui si era man mano diffuso l’interesse dei ricercatori per la sfera sociale. Era un interesse fortemente radicato alle esigenze pratiche del momento: la crisi delle istituzioni e l’aumento delle malattie mentali portavano gli studiosi a riconsiderare l’approccio fino ad allora messo in atto rispetto all’assistenza psichiatrica e a iniziare a prendere in considerazione i fattori socio culturali.

La Terapia Familiare, come terapia a breve termine, praticabile anche al di fuori delle strutture ospedaliere appariva dunque più adeguata a rispondere alle esigenze di tutti: sia le esigenze umane delle persone, che quelle economiche dei servizi sanitari coinvolti nella cura delle problematiche di natura psichica.

Non esiste un solo modello di Terapia Familiare, ma diversi approcci che, secondo la classificazione di Bertrando e Toffanetti (2000) appaiono particolarmente legati al nome all’opera dei loro fondatori:

–           le Terapie psicoanalitiche: volte a conciliare il modello psicoanalitico con quello sistemico. Ricordiamo Nathan Ackerman, autore di vari testi di Terapia Familiare in chiave psicodinamica e fondatore dell’autorevole rivista Family Process;

–           le Terapie strutturali: centrate sullo studio della famiglia quale sistema interattivo e gerarchico, come ha teorizzato Salvador Minuchin con le sue ricerche nel campo della neuropsichiatria infantile e delle famiglie svantaggiate;

–           le Terapie intergenerazionali: secondo cui i disturbi del comportamento acquistano senso se inseriti nella storia familiare che va ricostruita su almeno tre generazioni, come hanno sostenuto Murrey Bowen e James Framo e l’importanza data ai processi di appartenenza e di distacco dalle famiglie di origine come sostenuto da  Ivan Botzormenyi-Nagy;

–           le Terapie sistemiche/strategiche derivanti dalle ricerche sulla schizofrenia e sulla comunicazione umana effettuate dal gruppo di Palo Alto che ha inaugurato la terapia familiare ad indirizzo sistemico/strategico: sistemico in quanto considera la famiglia un sistema governato da regole; strategico in quanto lo scopo è colpire il sintomo patologico nell’immediato (qui e ora) con tecniche paradossali. È un tipo di terapia praticata, almeno agli esordi della loro attività, da Jay Haley, Virginia Satir, e, in Italia, da Mara Selvini Palazzoli con la sua équipe. Tra gli strategici si può annoverare anche l’ipnotista Milton Erickson per i suoi rivoluzionari interventi di tipo paradossale;

–           le Terapie esperienziali caratterizzate dalla personale esperienza del terapeuta e dalla sua specifica personalità, come incontro umano del terapeuta con la famiglia al di fuori delle grandi correnti teoriche. È una modalità particolarmente praticata da Carl Whitaker.

Riferimenti bibliografici:

–          Bertrando P., Toffanetti D., (2000), Storia della terapia familiare, Raffaello Cortina, Milano.