di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Chi è crudele con gli animali lo sarà anche con le persone?

Ho deciso di scrivere questo post in seguito ad alcuni episodi accaduti nelle ultime settimane.

Di recente sono davvero frequenti le notizie di maltrattamento e sevizie nei confronti di animali: dal cane trascinato con la macchina da un padre e un figlio nell’hinterland cagliaritano, alla cinghialetta, mascotte dell’oasi di Turr‘e Seu nell’Oristanese, uccisa da due pescatori di frodo di Cabras, fino ad arrivare ai gatti di una  colonia  felina di Assemini trucidati con uno spiedo.

Da quando ero piccola la mia famiglia si è sempre circondata della compagnia dei gatti, ma negli ultimi anni accade sempre più di frequente che questi vengano avvelenati da non meglio identificati vicini di casa. È quello che è successo nel giro di una settimana a Samira, la gatta di mia cugina, tornata a morire nel giardino di casa e a Sibilla e sua figlia Gea, le due micie dei miei genitori, mai rientrate a casa, ma che senz’altro hanno fatto la stessa fine.

Sono stata anche testimone diretta di un atto di crudeltà gratuito compiuto da un gruppo di adolescenti contro un piccione il giorno di Pasqua ad Oliena. Il piccione era già stato ferito accidentalmente dal pallino di un fucile durante i festeggiamenti per S’Incontru, il simbolico incontro tra le statue di Gesù e della Madonna, che caratterizza i festeggiamenti del mio paese. Mentre io e due persone che erano con me cercavamo di mettere in salvo il povero volatile, un piccolo gruppetto di ragazzi ha ben pensato di prenderlo per la coda e sbatterlo su un’auto fino ad ucciderlo.

So già quello che qualcuno penserà subito: “un piccione non ha mica la stessa dignità di un gatto o di un cane, chi si accorge se soffre?” E poi “É stata solo una bravata tra ragazzi, che bisogno c’è di fare tanto rumore?”.

A mio avviso troppo di frequente si minimizzano gli atti di violenza contro gli animali, spacciandoli per “semplici bravate”, non importa se a compierli siano adulti, bambini o adolescenti.

O forse si perché mentre con gli adulti l’unica azione possibile è una denuncia, se li cogliamo sul fatto, con i ragazzi esiste ancora la possibilità di cogliere l’evidente segnale di disagio che lanciano e impegnarsi per porvi rimedio.

La ricerca psicologica ha dimostrato ormai da decenni che esiste una connessione tra le condotte violente nei confronti degli animali, la presenza di disturbi psicologici e la messa in atto di comportamenti aggressivi  verso le persone. I comportamenti crudeli di un bambino o di un adolescente nei confronti di un animale possono essere il sintomo della presenza di un disagio familiare e ambientale, ma anche di una situazione patologica in atto, tanto da essere considerati un indicatore potenziale di futuri comportamenti antisociali in età adulta.

Condivido in pieno la riflessione di  F. Robustelli, che sostiene che “Ogni forma particolare di violenza è in genere riconducibile ad uno stesso tipo di rapporto maladattivo e nevrotico con la realtà, un rapporto che si struttura in un contesto sociale caratterizzato da un modello di vita competitivo, dall’esistenza di strutture di potere e, quindi, di gerarchie di individui. Queste gerarchie si fondano sulla base del potere che ogni individuo o ogni gruppo sociale ha su un altro individuo o ogni gruppo sociale ha su un altro individuo o su un altro gruppo. Nella nostra società, quindi, la violenza è soprattutto una violenza verso i più deboli, verso chi è ad un livello più basso nella scala gerarchica. Questo modello di vita è così pervasivo che di fronte ai normali conflitti nei rapporti tra individui, la maggior parte delle persone reagisce quasi automaticamente o, come alcuni erroneamente dicono, <<quasi istintivamente>> in modo aggressivo”.

Come dire che esistono esseri viventi di serie A e di serie B, ma a decidere chi è alla cima della gerarchia è l’animale uomo, che da solo si è definito degno di occupare questa posizione. La conseguenza diretta della gerarchia è il ritenere qualcuno più degno di un altro di vivere una condizione migliore. Si arriva così a dare per assodato questo sistema di cose, dimenticando la costruzione sociale che sta alla base di un ragionamento fittizio, un artificio che maschera la possibilità di una convivenza senza livelli e che sarebbe, invece, l’obiettivo più auspicabile per una convivenza  più equilibrata tra tutti gli esseri viventi.

In proposito avevo già scritto un post tempo fa: Il sorriso di Karenin. Chi ama gli animali ama meno gli uomini?  (cliccare sul link per leggere l’articolo)

Una cosa che spesso si dice per minimizzare le condotte violente contro gli animali è che permettono ai bambini di esprimere la loro naturale aggressività, dimenticando che ci sono molti modi diversi per esprimere una naturale tendenza e che non necessariamente si deve passare per la violenza.

Se l’aggressività come tendenza fa parte del nostro modo di essere, la violenza fa invece parte del tipo di educazione che riceviamo. La violenza non è dunque un istinto ma un modo appreso di esprimere un istinto. È l’educazione, soprattutto attraverso i modelli che si ricevono a plasmare l’aggressività. I bambini imparano attraverso l’imitazione dei pari e degli adulti, per cui è facile che se l’adulto mette in atto comportamenti crudeli, il bambino molto probabilmente lo imiterà o comunque non riterrà negativi tali condotte. Per lui sarà indifferente che si tratti di un animale o di un altro bambino: impara, infatti, ad agire la violenza perche viene educato a sviluppare crudeltà nei confronti dell’altro, che sia umano o animale.

Maria Grazia Rubanu