di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Adios Gabo!

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

Così comincia “Cent’anni di solitudine”, il manifesto del realismo magico, scritto nel 1967 da Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura, autore di importanza fondamentale per la letteratura mondiale e mio compagno di viaggio dall’adolescenza in poi.

Marquez è morto giovedì notte a Città del Messico, aveva 87 anni e da tempo la sua malattia aveva iniziato a consumarlo.

È noto il suo impegno politico contro la dittatura di Augusto Pinochet in Cile; dopo il golpe, per protesta, aveva smesso di scrivere ed era tornato a fare il giornalista. Ha fatto parte anche del tribunale Russel-Sartre (Tribunale Internazionale contro i crimini di guerra), occupandosi dei diritti umani in Cile.

Per me è come perdere un parente, qualcuno che sento di conoscere da lungo tempo, da quando da adolescente ho incontrato sul mio cammino “Cronaca di una morte annunciata”, il primo dei suoi libri che ho letto (e riletto).

Sono tante le sue opere conosciute  in tutto il mondo: “L’amore ai tempi del colera”, “Dell’amore e di altri demoni” , “Il generale nel suo labirinto”, “Memoria delle mie puttane tristi”, solo per citarne alcune, ma quella che più di tutte mi è entrata nel cuore è senz’altro “Cent’anni di solitudine”: meraviglioso esempio di creatività, di rappresentazione di una realtà magica, come solo quella latino americana può essere.

Lo stesso Marquez si definiva un realista che tratteggia una realtà che è magica per sua stessa natura.

La vita della famiglia Buendia scorre lenta nell’immaginario paese di Macondo e permette di incontrare temi ambivalenti che, nella trama, si integrano in maniera perfetta.

La speranza e la malinconia si intrecciano e permeano le storie dei personaggi attraverso le generazioni (e i nomi degli Aureliano e Josè Arcadio) che si susseguono.

E così Macondo diventa il luogo immortale in cui il reale e l’assurdo si incontrano, un luogo senza tempo, che pur essendo collocato in un contesto geografico specifico, diventa anche senza luogo, proprio perché in ogni luogo.

Ciò che è certo è che per me è un luogo dell’anima.

Adios Gabo!

Maria Grazia Rubanu