di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Il cammino di un lutto

 

“Quando si concede ad una persona la possibilità di esprimersi e quando la si aiuta a parlare, la si fa disegnare, la si lascia rappresentare le scene in psicodramma (attraverso brevi “vignette”), si riesce a porre termine, a “chiudere” un trauma e un lutto, attraverso un atto simbolico, ultimando così i compiti che erano rimasti irrisolti.

Talvolta, quando si viene “ascoltati e capiti” da una persona comprensiva, da uno psicoterapeuta contenitivo, i sintomi scompaiono – i propri sintomi, ma anche quelli dei propri figli.”

(Anne Shultzenberger, La sindrome degli antenati. Psicoterapia trasgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico, trad. it. Di Renzo, Roma 2004)

 

Cosa succede quando perdiamo una persona cara?

Quanto ci vuole affinché il lutto venga elaborato?

E se a subire la perdita è un bimbo molto piccolo, cosa può succedere?

 

Alcune volte pensiamo che solo il tempo potrà restituirci un po’ di serenità alleggerendoci dal dolore della perdita.

 

Passano i giorni, i mesi e gli anni, l’intensità del dolore si attenua ma, a nostra insaputa, la sofferenza continua ad aleggiare su di noi, ci portiamo dietro un peso nel cuore che non siamo in grado di percepire perché la nostra mente ci ha aiutato a soffocare un’emozione difficile da gestire.

 

E poi questa emozione riaffiora nelle forme più svariate senza che possa essere riconosciuta.

 

Un membro della famiglia può diventare portatore di un sintomo che protegge la persona che ha subito la perdita proteggendo l’altro e facendosi carico di una sofferenza che era presente tacitamente nel sistema familiare.

 

Nel libro di Alba Marcoli, “Il bambino lasciato solo. Favole per momenti difficili”[1], ho trovato una storia che parla di come un lutto può riflettersi nelle generazioni successive e di come, prestando attenzione, si possano cogliere i segnali per poter, anche a distanza di anni, elaborare un lutto e liberare tutta la famiglia dal dolore della perdita della persona cara.

 

“Una bambina di cinque, sei anni, ripete spesso in modo quasi ossessivo lo stesso gioco con la mamma. Prima le va in braccio e poi le ordina: <<Adesso chiudi gli occhi e fai finta di essere morta!>>. La mamma l’accontenta e finge un poco, ma la bambina non è mai soddisfatta: <<No, no, non così. Devi farlo meglio, non devi proprio muoverti e non devi rispondere più!>>.

Alla fine, dopo ripetuti tentativi, la mamma esegue alla perfezione tutta la scena: ha gli occhi chiusi, non reagisce, non si muove e non risponde più. La bambina prova ripetutamente e sempre più in ansia a farla rispondere, ma la mamma questa volta non reagisce proprio: è come se fosse morta per davvero. A quel punto la bambina scoppia in un pianto disperato, inconsolabile, irrefrenabile, finché la mamma, finalmente apre gli occhi e si rianima per consolarla e abbracciarla.

Intorno ai cinque, se anni  i bambini si confrontano in genere con il tema della morte e fanno spesso domande a riguardo.

 Ma perché questa bambina ha scelto, quasi in modo ossessivo, di ripetere sempre lo stesso gioco con la mamma? E perché il gioco deve finire irrimediabilmente con un pianto disperato e irrefrenabile?

 È solo quando sarà adulta che, lavorando insieme alla sua storia familiare, scopriremo che c’era davvero una mamma morta per cui piangere: la nonna materna, morta di parto quando la figlia non aveva ancora due anni.

 Una morte su cui la figlia non aveva potuto evidentemente piangere e fare un lutto. A distanza di tanti anni, dopo essere diventata a propria volta madre, la sua bambina ha potuto riportare alla luce attraverso un gioco ossessivo il suo bisogno antico infantile di piangere e di essere confortata per la perdita di una mamma che all’improvviso chiude gli occhi, tace, non si muove e non risponde più, e da quel giorno è sparita nel nulla e non è mai più tornata.

Il silenzio, lo strazio, la disperazione, il senso di abbandono e il dolore senza parole che una bambina di neanche due anni può avere provato in quella circostanza e che era rimasto sepolto chissà dove dentro di lei ha potuto finalmente dopo anni essere rappresentato anni dopo nel gioco ossessivo della sua bambina, con un pianto disperato e irrefrenabile che, infine, ha potuto essere accolto e confortato da una mamma viva.

Con quel gioco empatico e raffinato la bambina ha potuto forse curare il dolore antico e lontano della madre, rappresentando con la scena del gioco quella inespressa del suo dramma infantile, ma ha anche contemporaneamente curato la sua parte che soffriva per la vecchia sofferenza della sua mamma, restituendole la vita e il calore e facendosi confortare da lei.

Un vero e proprio atto terapeutico avvenuto spontaneamente attraverso un gioco ossessivo che la bambina ha potuto fare perché la sua mamma glielo ha permesso.(…)”

 

 

Melania Cabras

 

 

 


[1] Alba Marcoli, “Il bambino lasciato solo. Favole per momenti difficili”, Oscar Mondadori – I edizione Oscar saggi  (pp.68-70)