di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Il Natale (non) mi piace! Le origini del Natale e il culto del sol invictus

 

Per molti anni ho pensato al Natale come a una festa che non mi piaceva: non sono religiosa e non lo sono mai stata.

Ho ricevuto i sacramenti del battesimo, della comunione e della cresima: i primi due perché imposti dalla famiglia e il terzo perché era un rito al quale era difficile sottrarsi in adolescenza e perché, per me, è stato un modo per rendere eterna un’amicizia nata tra i banchi di scuola.

Da bambina il Natale mi metteva malinconia e mi annoiavano i riti religiosi a cui mi sentivo obbligata a partecipare. Mi piaceva soltanto andare in campagna a cercare il muschio per il presepe, vedere i miei fratelli maggiori che costruivano le casette in cartone e dipingevano lo scenario e aprire la scatola con dentro le statuine: ogni volta un mondo da scoprire.

In adolescenza ho cominciato a vedere quanto la festa religiosa fosse invece una celebrazione del consumismo più sfrenato e sono diventata quasi intollerante: che rabbia pensare che in uno stato laico tutto girasse attorno ad una festa cattolica, fino a bloccare il calendario. Unico aspetto positivo il sorriso dei bambini la notte di Natale e la neve sul pandoro …

Poi ho scoperto una cosa che mi ha fatto vedere il Natale con uno sguardo differente: la conoscenza delle sue origini pagane.

Il 25 dicembre si festeggia la nascita di Cristo ma, per inspiegabile che sembri, la nascita di Cristo non è nota, come si può leggere nella Nuova enciclopedia cattolica dell’Ordine Francescano (1941): “I vangeli non indicano né il giorno né l’anno  […] fu assegnata la data del solstizio d’inverno perché in quel giorno in cui il sole comincia il suo ritorno nei cieli boreali, i pagani che adoravano Mitra celebravano il Dies Natalis Solis Invicti (giorno della nascita del sole invincibile)”.

La data del 25 dicembre, molto prima di diventare celebre come il “compleanno di Gesù”, è stata un giorno di festa per popoli di religioni e culture differenti e distanti tra loro, nel tempo e nello spazio.

Un culto che risale alla venerazione della stella a cui si deve il principio della vita sulla terra: il sole.

I popoli primitivi erano legati al ciclo della natura, da cui dipendeva la loro stessa esistenza, la natura rappresentava qualcosa di vicino ma anche di magico ed inspiegabile insieme: una forza che bisognava accattivarsi con dei riti propiziatori.

Il sole era l’astro che scandiva il ritmo delle giornate, che regolava il ritmo della fruttificazione e delle coltivazioni.

La paura più grande era quella che questa preziosa stella non sorgesse più, dando luogo ad un eterno inverno buio, che avrebbe causato freddo e morte.

E così gli uomini crearono dei riti per evitare la morte del sole, per far sì che continuasse a sorgere tutte le mattine e con lui la vita, così legata al ritmo della natura.

Si accendevano fuochi per ridare forza al sole indebolito dall’inverno e si facevano feste in suo onore.

I giorni tra il 22 e il 24 dicembre nell’emisfero nord della terra coincidono con il solstizio d’inverno, il momento in cui il sole sembra fermarsi in cielo. È il momento in cui il buio della notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno quella minima, dando luogo alla notte più lunga e al giorno più corto dell’anno.

Il giorno del solstizio d’inverno è il 21 dicembre ma diventa visibile 3 / 4 giorni dopo.

Il 25 dicembre, dopo essere precipitato nell’oscurità delle tenebre, il sole comincia a riprendere forza, sembra rinascere dando vita ad un nuovo “Natale”, il sole diventerà sempre più forte e le giornate sempre più lunghe, fino ad arrivare al 21 giugno, giorno del solstizio d’estate, in cui abbiamo il giorno più lungo e la notte più corta dell’anno.

Questa interpretazione sembra spiegare come mai la data del 25 dicembre sia una festa in culture e paesi molto distanti tra loro.

Il 25 dicembre è associato al festeggiamento di divinità venerate secoli prima di Cristo come:

Horus, il dio egiziano, spesso rappresentato in braccio ad Iside, in una raffigurazione molto simile ad alcune Madonne con in braccio il bambin Gesù;

Mitra, dio indo-persiano, anche lui partorito da una vergine, aveva al suo seguito 12 apostoli e veniva soprannominato “Il Salvatore”;

Tammuz e Shamas, dei babilonesi 

– ma anche il culto di Dioniso.

E così, con la scoperta che il Natale è con tutta probabilità la prova dell’origine comune delle diverse religioni, questa festa ha acquisito ai miei occhi una valenza differente.

Una valenza che, a mio avviso, parla di unione e di differenze che nascono da uguaglianze, dalle stesse paure ancestrali di uomini nati in paesi e in epoche differenti.

Una valenza che implica la possibilità del superamento di fedi dogmatiche troppo spesso intolleranti nei confronti di altre.

 

Riferimenti bibliografici

Savino E., Le radici pagane del Natale, Jubal editore, 2004.

Maria Grazia Rubanu