di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Le regole fanno bene ai bambini? SECONDA PARTE: Il comportamento e le emozioni

 

Nel post precedente ci siamo lasciati con un’affermazione in sospeso:

è fondamentale chiedersi come mai un figlio si comporta in un certo modo.

Il comportamento è il modo principale di cui i bambini dispongono per dirci quello che provano.

I bambini provano emozioni forti come quelle degli adulti, ma noi adulti spesso tralasciamo questo aspetto e non siamo pronti ad ascoltarli e a contenerli dal punto di vista affettivo.

E così i bambini possono provare emozioni molto diverse tra loro anche in un lasso di tempo molto breve e poi avere difficoltà a capire come leggere cosa gli sta succedendo.

Spesso non hanno neppure le parole giuste per esprimere quello che gli accade e, soprattutto se si tratta di emozioni “forti” come odio e rabbia potrebbero pensare che non sono approvate dai grandi e averne paura, pur continuando a provarle.

Le emozioni dei bambini se non ascoltate dagli adulti e “normalizzate” possono arrivare a guidare o addirittura dominare il comportamento dei bambini.

In questo l’esempio degli adulti è fondamentale: quante volte anche i genitori mettono da parte le emozioni o se ne fanno dominare anziché viverle? I bambini imparano soprattutto da ciò che vedono fare dai grandi, molto di più che dalle loro parole.

È importante che i bambini capiscano che tutte le emozioni hanno ragione di esistere e che non ci sono emozioni buone o cattive, ma solo emozioni che colorano la vita in modo diverso: rabbia, paura, tristezza, felicità…

Sono tante le emozioni che colorano la vita dei bambini, ma per loro non è sempre facile riuscire a riconoscere tutti i colori che compongono questo arcobaleno.

Un compito dei grandi (genitori, insegnanti, esperti) è quello di accompagnare i bambini in un percorso di socializzazione emotiva che prevede il riconoscimento dei diversi stati d’animo, sia a livello cognitivo che espressivo.

La consapevolezza e la padronanza di sé, cioè la capacità di base di riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui e la successiva capacità di controllarle e gestirle sono i primi passi verso lo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.

Il comportamento di un figlio può essere una richiesta di attenzione: meglio un genitore arrabbiato che uno distratto o impegnato in altro. È quello che spesso succede con la nascita di un fratellino, quando può accadere che il bambino si senta messo da parte perché molte delle attenzioni dei genitori sono concentrate sul nuovo arrivato.

Il bambino potrebbe manifestare in questo modo anche un disagio relativo alla scuola, ad esempio per l’inserimento in una nuova classe o per il cambiamento di un’insegnante, o ancora un disagio familiare, nel caso di una coppia genitoriale conflittuale, etc…

La cosa da fare in questi casi è aprire un dialogo, facendo la cosa più semplice e naturale del mondo: chiedere al bambino cosa sta provando, dicendogli  “sembri molto arrabbiato, c’è qualcosa che non va? Con me puoi parlarne”.

Si può anche provare a parlare per primi delle proprie emozioni, con esempi semplici, in modo che il bambino la consideri una cosa naturale: “tesoro oggi la mamma e il papà sono preoccupati perché il nonno non sta bene, anche tu sei un po’ triste per il nonno?”.

Per potersi porre in ascolto dei propri figli, capire cosa stanno provando e aiutarli ad esprimerlo, è fondamentale essere convinti per primi del fatto che non ci sono argomenti di cui non si può parlare.

Spesso si tende a tenere all’oscuro i bambini delle cose che preoccupano i grandi nel tentativo di proteggerli dalla sofferenza. In realtà per i figli è molto più funzionale sapere che, se sta succedendo qualcosa che non va, se ne può parlare.

I figli hanno radar speciali per sentire che qualcosa non va e quando sentono che gli viene nascosto qualcosa possono immaginare una realtà molto più grave di quella concreta.

Continua

Maria Grazia Rubanu