di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Le regole fanno bene ai bambini? PRIMA PARTE

Al giorno d’oggi alcuni genitori hanno difficoltà a considerare la trasmissione delle regole come una delle loro funzioni.

Ciò che spesso scoraggia dalla coerenza e costanza nell’utilizzo delle regole è il fatto di confonderle con le punizioni e di considerarle qualcosa che allontana emotivamente da sé il proprio figlio.

Si tratta però di una paura infondata, perché le regole sono fondamentali sia per gli adulti che per i bambini:

sono utili ai genitori perché li aiutano a stabilire dei limiti e dei confini tra ciò che opportuno che un bambino faccia e ciò che invece è inopportuno o addirittura pericoloso;

sono fondamentali per i bambini per acquisire sicurezza in se stessi e per  imparare ad andare d’accordo con gli altri e vivere nella società.

È solo attraverso la trasmissione di regole che i bambini possono acquisire la capacità di autoregolamentazione del proprio comportamento, un fattore protettivo fondamentale, rispetto alla messa in atto di condotte a rischio, soprattutto in adolescenza.

È dunque importante non confondere le regole con le punizioni.

Le regole fanno parte del processo educativo e di apprendimento: si tratta di inserire dei limiti nell’educazione dei figli, limiti che andranno a diminuire sempre più man mano che questi avranno acquisito il senso di responsabilità che li porterà verso lo sviluppo della propria autonomia.

Non si tratta di utilizzare punizioni ma di avvalersi uno stile educativo autorevole volto ad incoraggiare i comportamenti positivi messi in atto e scoraggiare quelli ritenuti negativi.

Le regole devono essere sempre seguite da conseguenze coerenti e adeguate all’età, alle competenze e ai bisogni di ogni singolo bambino.

Quando si spiega ad un bambino cosa si vuole che faccia è fondamentale:

§  essere chiari – non ha senso dire di “NO” al bambino senza spiegargli cosa non va bene nel suo comportamento, così come non va bene dargli troppe informazioni tutte insieme;

§  condividere lo stesso linguaggio  e dare lo stesso significato a quanto viene detto. Ad esempio dire ad un bambino che deve “comportarsi bene” può non avere per lui nessun significato perché si tratta di un concetto troppo astratto;

§  scegliere bene il momento – non è funzionale interrompere un’attività interessante per il bambino, è meglio aspettare che ci sia un momento di tranquillità, in modo che tutta la sua attenzione sia rivolta verso il genitore;

§  adeguare le richieste alle competenze del vostro bambino – se gli si da un compito troppo difficile lui sperimenterà un fallimento evitabile, con conseguente frustrazione e i genitori si sentiranno delusi o arrabbiati;

§  essere preparati ad una divergenza di opinione – può accadere che il bambino non abbia voglia di fare una determinata cosa anche quando i genitori si aspettano che la faccia;

§  essere coerenti – occorre sempre avere una coerenza tra ciò che si dice e il modo in cui lo si fa. È inutile riprendere il proprio figlio e poi sorridere. Il messaggio che passa è confusivo e il bambino può non capire se è o meno un comportamento approvato;

§  sostenere ciò che si dice anche col proprio comportamento – se non ci si comporta in  modo coerente alle promesse, sarà quasi ovvio un comportamento disobbediente futuro;

Ma cosa succede se le regole non vengono rispettate?

Quando si danno delle regole è fondamentale stabilire delle conseguenze, che aiutano a costruire il senso di responsabilità dei bambini.

Le conseguenze possono essere:

§  naturali – ad es. quando il bambino lascia i giocattoli in disordine la conseguenza sarà che poi non riuscirà a trovare quello che cerca quando vuole giocare ancora;

§  costruite socialmente – quando lui fa qualcosa che non va dovrà poi fare i conti con le decisioni prese da genitori o insegnanti al riguardo. Se il bambino perde un oggetto potrebbe contribuire in modo simbolico alla spesa per acquistarlo nuovo.

Le conseguenze devono essere:

§  di breve durata e avvenire in tempi rapidi per mantenere inalterato il loro significato;

§  sicure per il bambino e collegate al problema originale – ad es. se il bambino sporca il muro con i colori potrà aiutare a ripulirlo.

Una delle conseguenze utilizzate può essere l’allontanamento temporaneo del bambino, o time out. Un allontanamento che ha il significato di lasciare in disparte il bambino in modo che possa pensare all’accaduto e riflettere. È una delle modalità più utilizzate dalle tate del programma SOS Tata e può essere fatto stando nella stessa stanza o in una stanza vicina, sia allontanandosi dal bambino, che allontanando lui.  Per utilizzare questa modalità in modo efficace e non traumatico è fondamentale tenere conto dell’età del bambino. Non è utile né consigliato usare questo metodo con bambini di età inferiore ai 3 anni, per i bambini dai 3 anni in su è opportuno far durare il Time out non più di un minuto per ogni anno di età del bambino.

Questa modalità può essere utile per:

§  insegnare ai bambini a riflettere sul proprio comportamento a chiedersi: “cos’ho fatto di sbagliato e cosa posso cambiare?”. Bisogna stare attenti a come il bambino vive questi momenti, se come una punizione o addirittura con paura (è per questo che devono essere momenti molto brevi);

§  può essere utile anche per i genitori quando sono talmente arrabbiati o stressati da perdere il controllo: una breve separazione può aiutare a mettere una distanza tra sé e un’emozione che prende il sopravvento. L’importante è che il bambino sia vicino e in situazione di sicurezza e che, come già detto, si tratti di pochi minuti;

§  a volte può essere utile anche per allontanare il bambino da una situazione esplosiva, sia per proteggere lui che gli altri bambini.

È fondamentale chiedersi come mai un figlio si comporta in un certo modo.

Continua

Maria Grazia Rubanu