di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La bussola per orientarsi nella complessità  dell’incontro con una famiglia

bussolaCome fa il terapeuta sistemico a orientarsi nella complessità  dell’incontro con una famiglia?

 

Ci sono dei parametri di valutazione che guidano il “ragionamento diagnostico”?

 

La parola chiave, che è il principio ispiratore di una valutazione diagnostica in senso sistemico, è connettere. La “struttura che connette” di cui parlava Bateson (1972) è il nucleo centrale delle valutazioni sistemiche, nella convinzione che l’”oggetto di osservazione”  acquisti una fisionomia più definita e intellegibile se lo si reintegra nella trama di connessioni tra i livelli molteplici della realtà  che lo comprende.

 

Fare una diagnosi è, innanzitutto, operare una distinzione. Ma fare una distinzione non è (solo) distinguere la “malattia” dalla “normalità “, né (solo) uno “psicotico” da un “nevrotico”. Fare una diagnosi è (anche) distinguere una famiglia “invischiata” da una “disimpegnata” (Minuchin, 1976), un sistema “rigido” da un sistema “flessibile” (Andolfi, Angelo e altri, 1982), un “padre periferico” da un “padre centrale”, una “comunicazione paradossale” da una “non paradossale”e così via: potenzialmente all’infinito dal momento che “solo le distinzioni che non tracciamo non esistono” (Bateson, 1979, p.132).

 

Se si dovesse indicare un parametro di riferimento che il terapeuta sistemico ha in mente nel momento in cui si accinge a fare una valutazione diagnostica, questo è il concetto di contesto“ inteso,  nell’accezione di Bateson (1972), come il “luogo sociale e relazionale in cui il sintomo del paziente si manifesta, in cui esso prende forma e assume di significato”. È attraverso la ricostruzione del contesto che il terapeuta sistemico ricerca le valenze relazionali del comportamento sintomatico, ne esplora la funzione all’interno degli equilibri del sistema di riferimento, ne recupera i significati alla luce delle implicazioni che esso assume nell’ambito di una rete di rapporti interpersonali (Minuchin et al., 2006).

Un altro parametro che il terapeuta sistemico utilizza è l’osservazione della struttura della famiglia, i suoi modelli transazionali preferiti e quelli alternativi.

Questo avviene attraverso un processo di raccolta di tipi diversi di informazioni: quello che le persone si dicono; il modo in cui lo fanno; il modo in cui danno significato a ciò che accade. È altrettanto importante tener conto delle informazioni verbali e non verbali (postura, tono di voce ecc.) e l’ordine in cui vengono date le informazioni (chi parla a chi; chi parla e quando ecc.) “Il terapeuta analizza il campo transazionale in cui lui e la famiglia si incontrano, per fare una diagnosi strutturale” (Minuchin, 1976).

 

Il terapeuta si pone diverse domande, ad esempio: chi parla a nome della famiglia? Se è il padre si chiede cosa significa, se ha questa posizione perché è il capo esecutivo della famiglia o se il capo esecutivo è la madre che cede temporaneamente il suo potere al padre a causa di regole interattive che attribuiscono questo ruolo all’uomo? Mentre lui parla cosa fanno gli altri? Com’è il loro comportamento non verbale? Lo sostengono o lo disconfermano? Quello che succede in seduta è tipico di ciò che succede a casa?

Il terapista sulla base di ciò che osserva fa anche riflessioni, evidenzia modelli transazionali e confini, fa ipotesi rispetto a quali modelli sono funzionali e quali no.

 In questo modo comincia a dedurre una mappa della famiglia:

La mappa della famiglia è uno schema di organizzazione. Non rappresenta la ricchezza della transazioni familiari, così come una mappa non rappresenta la ricchezza di un territorio. È statica, mentre la famiglia è costantemente in movimento. La mappa però è un potente strumento di semplificazione, che aiuta il terapista a organizzare il vasto materiale che va raccogliendo. La mappa lo aiuta a formulare ipotesi su settori familiari che funzionano bene, o possono essere disfunzionali. Lo aiuta anche a definire i suoi obiettivi terapeutici“ (Minuchin, 1976, p. 90).

 

Gli altri  parametri su cui si articola la diagnosi sistemica riguardano:                       

·         La funzione relazionale del sintomo, negli aspetti morfostatici e morfogenetici. Il sintomo viene letto nel duplice significato di espressione dell’esigenza di mantenere l’equilibrio e la stabilità  della famiglia e di istanza al cambiamento (Loriedo, 2000).

·         La gestione della sofferenza nella circolarità  delle dinamiche interpersonali. Il disturbo presentato dal membro designato viene visto come espressione della incapacità  di elaborazione della sofferenza familiare, il cui aspetto sintomatico si manifesta in uno dei suoi membri, che ne diventa il portavoce (Pichon Rivière, 1971). Per il  terapeuta il paziente designato non è altro che colui che esprime un problema che incide sull’intero sistema. L’intera famiglia è l’obiettivo degli interventi. Uno dei fini del processo diagnostico è quello di ampliare la concettualizzazione del problema. L’attenzione rivolta a un solo membro che la famiglia ha preso e concettualizzato come problematico deve essere allargata fino a comprendere le interazioni che la famiglia ha nel suo attuale contesto (Minuchin, 1976).

·         La fase del ciclo vitale, che ci introduce nella storia della famiglia per coglierne la complessità  esistenziale, congelata nella sofferenza della fase attuale. La comprensione degli ostacoli che la famiglia ha incontrato nell’affrontare i cambiamenti necessari allo svolgimento dei compiti evolutivi, ci dà  ragione dei fallimenti sperimentati nella riorganizzazione della dialettica fondamentale tra stabilità  e cambiamento. Il processo evolutivo che la famiglia compie nel corso degli anni, attraverso il passaggio da una fase all’altra, è visto come un processo di continua ristrutturazione della trama dei rapporti tra i suoi membri (Andolfi, 2003).

·         La relazione che si costruisce tra la famiglia e il terapeuta. La diagnosi implica l’accomodamento del terapeuta alla famiglia allo scopo di costituire un sistema terapeutico, che scaturisce dalla valutazione delle sue esperienze dell’interazione della famiglia nel presente. Minuchin  ci suggerisce che nella terapia familiare la diagnosi si fa tramite il processo relazionale di associazione alla famiglia. La struttura familiare, il grado di flessibilità  intrinseco, le risonanze del sistema, la posizione del paziente designato, sono tutte entità  invisibili, che si possono percepire solo se il terapeuta si accomoda al sistema, sondandolo allo stesso tempo.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

ANDOLFI M., ANGELO C., MENGHI P., NICOLà’ CORIGLIANO A.M.,(1982), La famiglia rigida. Un modello di psicoterapia relazionale, Feltrinelli, Milano.

ANDOLFI, M. (2003), Manuale di psicologia relazionale, Accademia di psicoterapia della famiglia, Roma.

BATESON, G. (1972) Verso un’ecologia della mente. Tr. It. Adelphi, Milano 1976.

BATESON, G. (1979) Mente e natura. Tr. It. Adelphi, Milano 1984.

LORIEDO C., PICARDI A.,(2000), Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, FrancoAngeli, Milano.

MINUCHIN S. (1974), famiglie e terapia della famiglia, Astrolabio, Roma, 1976.

PICHON RIVIÈRE E., (1971), Del psicoanà lisis a la psicologi social, Galerna, Buones Aires .