di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Il corpo come strumento e dimora di noi stessi…secondo passo

 

Nel precedente post ci siamo salutati con l’idea di provare a sintonizzarci sulle nostre corde e vedere cosa si sente.

Sapreste descrivere l’intensità delle vibrazioni? Erano più le vibrazioni piacevoli o sgradevoli? In quali momenti della giornata siete riusciti a sintonizzarvi? Eravate soli o in compagnia?Oppure vi siete dimenticati e completamente scollegati da voi stessi?

Alcune volte si può pensare che la “paura di impazzire” derivi solo dalle “voci” che udiamo nella nostra mente, così da dimenticarci di  una parte fondamentale di noi, che è poi quella parte che funge da “cassa di risonanza” affinché possiamo sentire quelle corde vibrare. Stiamo parlando del corpo.

Come uno strumento a corda che fa risuonare la sua musica grazie alla struttura in legno di cui è fatta, così il nostro corpo ci permette di diffondere la musica dentro e intorno a noi. Quando si prende in mano uno strumento per la prima volta per imparare a suonarlo, le prime note non avranno parvenza di musica, ma sembreranno solo dei suoni senza senso.

Avete mai sentito una persona che prende le prime lezioni di violino? Si possono emettere dei suoni  acuti e stridenti che risultano essere al nostro orecchio parecchio fastidiosi. Prima di poter trasformare quei suoni in melodia passa tanto tempo. Ci vuole costanza, determinazione, disciplina e rispetto per se stessi. Bisogna saper superare i momenti di frustrazione e l’idea che quello non è uno strumento fatto per noi, superare il dolore  dei calli alle dita, dobbiamo abituarci a tenere lo strumento trovando per noi la posizione più comoda.

Alcune volte iniziamo il nostro lavoro da autodidatti e solo in seguito decidiamo che è arrivato il momento di consultare una persona che possa tirare fuori il maestro che è in noi che ci possa aiutare ad andare nel profondo delle nostre conoscenze.

Questo discorso vale anche per noi se riusciamo ad immaginarci come uno strumento. Possiamo immaginare di essere un qualsiasi strumento musicale, quello che ci “risuona” di più per l’appunto.

Dove il corpo è la struttura, i pensieri uniti alle nostre emozioni sono la musica che emettiamo”.

Detto ciò quante volte in uno stato di malessere ci siamo dimenticati del nostro corpo?

Eppure è sempre con noi, ci permette di muoverci, di respirare, di sentire il mondo che ci circonda attraverso i sensi. Senza il corpo le vibrazioni si disperderebbero e per noi sarebbe ancora più difficile acchiappare quella fitta rete di sensazioni e pensieri che ci accompagnano nell’arco della vita.

Il nostro corpo è la porta d’ingresso che ci permette di affacciarci in noi stessi, nei meandri più profondi.

I pensieri sono impalpabili, ti pungono e volano come fantasmi per tornare quando meno te lo aspetti. Hanno il potere di appesantire il corpo facendogli emettere dei “suoni stonati” e farli riecheggiare nella nostra mente come un disco rotto che non riesce ad andare avanti. In questo modo tutto si ferma: corpo, pensieri, emozioni e intuizioni.

Quando siamo in uno stato depressivo che ci permette ancora di rimanere coscienti ci rendiamo conto di stare male, ma non siamo in grado di fare nessun movimento per spostarci di un solo passo.

I campanelli possono essere tanti: un mal di testa, un mal di schiena, una gastrite, una colite, uno sfogo cutaneo, una semplice febbre ecc. Insomma qualsiasi dolore o malessere sia riconducibile al nostro organismo può essere un segnale, un inizio dal quale partire. A questo punto la mente e il corpo ci parlano contemporaneamente e la forza di questi due segnali ci confonde e ci fa credere che qualcosa in noi inizia a non funzionare più. È così che iniziamo una partita a ping-pong tra mente e corpo.

Entriamo in un loop dal quale non sappiamo come uscire.

Forse è proprio questo il punto!!!

I nostri tentativi cercano la strada d’uscita, ma cosa succederebbe se decidessimo di stare in tutta quella confusione? È li che ci ritroviamo nuovamente davanti alla paura della follia. Una cosa che possiamo provare a fare è il “gioco dei collegamenti”: quando mangio è perché sento la fame? Quando sono triste dove sento la tristezza? Nella pancia, nello stomaco, nella testa … Quando mi viene mal di testa qual è l’emozione che provo? La regola del gioco è che possiamo passare “dalle mente al corpo e dal corpo alla mente”, scegliendo noi la direzione. All’inizio può non essere facile, ma ci dobbiamo rammentare che in quei momenti stiamo imparando a suonare uno strumento.

Ho poc’anzi detto che il corpo può essere la porta d’ingresso per varcare la soglia del nostro essere. Provate a fare uno sforzo e a rappresentarvi questa porta. Come ve la immaginate? È l’ingresso di un vecchio castello pieno di ragnatele infestato di spiriti che vagano senza trovar pace, oppure è la porta di un castello lussuoso abitato da una famiglia di nobile stirpe?  

Occhio che in ognuno di questi castelli si nascondono segreti e ciò che appare alla vista può imbrogliare ed è per questo che sarà necessario esplorare tutte le stanze con attenzione per scoprire le storie degli antenati e ampliare la nostra visione andando oltre ciò che si vede. In questo senso capiamo che noi da soli non ci bastiamo, ma dobbiamo girare l’imbuto e allargare la nostra visione alla famiglia e alle relazioni in cui siamo immersi e fare un viaggio indietro nel tempo per ripercorrere il passato con un nuovo sguardo per poter scoprire che ci sono tante storie possibili che solo noi possiamo scoprire e portare alla luce per raccontarle a noi stessi e agli altri.

 

La prossima volta faremo un viaggio nel tempo, voi nel frattempo immaginate come è fatto il vostro castello…

Melania Cabras