di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Una favola sulla leggerezza e la pesantezza

 

Oggi voglio condividere con voi una favola scritta da Massimo Gramellini, nel suo romanzo “L’ultima riga delle favole”. L’intero libro è una favola sulla ricerca della serenità, un percorso alla ricerca di se stessi, che passa per l’incontro con il dolore e la solitudine. Un processo lungo e articolato perché, per dirlo con le parole dell’autore, “La libertà può far male a chi esce troppo in fretta dalla scatola. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare ad esserlo dentro” (p.59).

All’interno della storia principale Gramellini inserisce altre favole che permettono al protagonista di cogliere, attraverso il simbolismo delle metafore, il significato di ciò che accade attorno a lui e di provare a dare un nuovo senso alle cose.

La favola che ho scelto è quella di Acaro, un bambino che vive nutrendosi di libri, come ho fatto anche io da piccola, e che rappresenta in modo esemplare il delicato equilibrio tra la leggerezza e la pesantezza, tema fondante di questo blog. I libri, chiari e scuri, danno nutrimento e insegnano la vita, non nascondono la pesantezza della realtà, ma la alleviano con la leggerezza del potere generativo del sogno.

Cosa ne pensate?

 

Favola di Acaro – Massimo Gramellini[1]

“Acaro era un bambino affamato di vita.

Ogni mattina a colazione mangiava due libri, uno salato e uno dolce.

Il libro salato aveva la copertina scura e raccontava tutto il male del mondo. I suoi ingredienti erano le tragedie, i soprusi, le crudeltà.

Il libro dolce, invece, aveva la copertina chiara e sapeva di miele. Parlava di sogni, di amore, delle antiche verità che l’uomo aveva dimenticato.

Acaro cresceva sano e sereno. Ma una mattina non trovò più sulla tavola la razione quotidiana di pagine al miele.

Per diventare adulto è dei libri scuri che hai bisogno, gli spiegarono i genitori, da oggi mangerai soltanto quelli.

La nuova dieta fu anche una necessità. I libri chiari erano più difficili da trovare, perché erano più difficili da scrivere. Il bene non si lascia raccontare volentieri: se si esagera col miele provoca nausea.

Perciò Acaro incominciò a mangiare soltanto il male. Conobbe la cattiveria dell’uomo in ogni sua forma, divorò con rabbia la descrizione compiaciuta di ogni dolore.

Ma dopo qualche tempo anziché tendersi come le corde di un arco, i suoi muscoli si afflosciarono e divenne un bambino grassoccio e molle. L’umore era sempre basso e rassegnati i pensieri. Non si fidava di nessuno, eppure da tutti veniva ingannato.

Aver conosciuto l’ingiustizia nei risvolti più biechi gli aveva tolto la volontà di combatterla.

Si rinchiuse in un bozzolo opaco di cinismo finché smise completamente di mangiare. Proprio lui che era stato grasso, si ridusse a un fagotto d’ossa che vagava per casa come un sonnambulo.

I genitori non potevano aiutarlo: erano sonnambuli anche loro.

Una mattina in cui rovistava in soffitta alla ricerca di un qualche sapore che gli impressionasse il palato, vide brillare una copertina chiara. Apparteneva a uno dei suoi vecchi libri. Ricominciò a sgranocchiarlo e, frase dopo frase, il suo viso riprese colore.

Fu così che Acaro imparò a digerire la vita. Perché il libri scuri ti insegnano ad affrontarla. Ma solo quelli chiari ti ricordano che è trasformabile dai sogni.

Maria Grazia Rubanu


[1] Gramellini, M. (2010), L’ultima riga delle favole, Longanesi, Milano, p.96-97.