di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Dalla follia alla creatività. La paura di impazzire (Il primo passo …)

 

“Si chiese, come aveva fatto parecchie volte in passato, se per caso non fosse pazzo. Forse, ben a pensarci, un pazzo non era che una minoranza formata da una sola persona. Un tempo era segno di follia credere che la terra girasse intorno al sole, oggi lo era il ritenere che il passato fosse immutabile. Poteva darsi che lui fosse il solo ad avere una simile convinzione, ed essendo il solo doveva per forza di cose essere pazzo. Tuttavia non lo disturbava granché il pensiero di essere pazzo: più orribile ancora era la possibilità che non lo fosse”

(George Orwell, 1984)

 

Una paura comune a tanti di noi è la paura di “impazzire”, che si porta dietro tutta una serie di altre paure come  la paura di cadere e non potersi più rialzare, la paura di restare soli ad affrontare il mondo, la paura di restare intrappolati in qualcosa che sentiamo che c’è ma non si vede.

 

Quante volte ci è capitato di sentirci in minoranza, di credere che il nostro pensiero non valesse niente rispetto a quello delle altre persone?

 

La nostra paura di impazzire si associa all’idea di non valere niente, all’idea di essere trasparenti agli occhi degli altri, all’idea di non sapere chi siamo.

 

La confusione e lo stordimento si impossessano del nostro essere ed è così che queste sensazione, queste emozioni non riconosciute, possono sfociare in attacchi di panico e depressione portandoci ad una condizione di solitudine.

 

Fin da quando nasciamo siamo immersi in un mondo fatto di relazioni e per quanto ad un certo punto della nostra vita si possa credere di essere  soli, la solitudine, secondo la definizione di Wikipedia, resta “una condizione umana nella quale l’individuo si isola (se solitario) o viene isolato dagli altri essere umani generando un rapporto (non sempre) privilegiato con sé stesso”.

 

Ma da chi dipende il fatto che la solitudine possa essere un privilegio anziché uno svantaggio?

 

Potremmo puntare il dito sui nostri genitori, sui nostri parenti, sui nostri amici, sui nostri colleghi di lavoro, sulle persone che incontriamo ogni giorno sull’autobus, alle poste, al supermercato e così via, così facendo ci convinciamo che il nostro malessere dipende solo ed esclusivamente dal mondo che ci circonda. 

 

A cosa ci serve questa credenza? Semplicemente ad allontanarci da noi stessi.

 

Siamo capaci di prenderci cura di noi? Sappiamo girare lo sguardo all’interno? Riusciamo a sentire vibrare le corde della sofferenza, della quale siamo diventati esperti, che contrasta con il potere intrinseco del cambiamento?

 

Aprire un dialogo con la nostra paura di impazzire può esserci d’aiuto.

 

Nonostante la complessità della follia ci possa far perdere i punti di riferimento che ci collegano alla “vita terrena”, è una strada che dobbiamo percorrere per imparare a superare gli ostacoli che rimarranno invisibili ai nostri occhi fin tanto che non decideremo di varcare la soglia e sfidare i fantasmi.

 

Nel prossimo post vedremo di percorrere insieme un altro “passo”, nel frattempo iniziate a sintonizzarvi e vedere cosa si prova a sentire le proprie corde vibrare ….

 

A presto!

 

Melania Cabras

 

ORWELL G., (1989), 1984, Mondadori.