di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Una bella addormentata sui generis. Una favola sull’anoressia – SECONDA PARTE

 

…Gli anni passavano e uno strano stato d’animo invadeva Aurora, le giornate diventavano più cupe, come se un velo di nebbia andasse posandosi sulle cose, togliendo loro luminosità. Non sapeva spiegarsi cosa fosse, ma prese a diventare lei stessa nebbia, leggera, impalpabile, quasi invisibile … le cose non avevano più sapore, né profumo, lo specchio le rimandava un’immagine a lei sconosciuta.

Aurora non si punse con un fuso, ma aveva incontrato il dolore che accompagna la crescita, un dolore acuito dalla scomparsa della persona più cara: il suo meraviglioso nonno, colui che riusciva sempre a strapparle un sorriso, anche quando attorno a sé tutto appariva grigio, il suo raggio di luce, il suo arcobaleno dopo la pioggia.

Non poté condividere il dolore con sua madre perché anche lei era schiacciata da questa perdita, tanto schiacciata da sentirsi come una bambina e non come una donna, una bambina madre di due adolescenti.

Al compimento dei 16 anni tutto si fermò: forse la vita non valeva nemmeno la pena di essere vissuta.

Solo toccare la pelle che ormai aderiva alle sue ossa le dava la sensazione di valere qualcosa.

I genitori e la sorella si disperarono, vedendola somigliare sempre di più al fantasma che in tutti quegli anni avevano temuto.

Il re e la regina si bloccarono con lei, la vita sembrava sfuggire da tutto il castello, non solo da quella fragile fanciulla. Solo la sorella continuò a muoversi, mantenendo  un filo di connessione con il mondo esterno.

Vennero medici di ogni tipo e specializzazione, vennero maghi e stregoni, si fecero infusi di erbe, ma niente poteva scuotere dal torpore, niente ridava luce al sorriso e allo sguardo.

Aurora era come bloccata in un eterno crepuscolo in attesa di un’alba che non arrivava mai, a dispetto del suo nome.

La fata madrina Serena però non disperava, sapeva che prima o poi la sua protetta avrebbe incontrato la parte di sé che ancora desiderava sorridere. Siccome i tempi diventavano lunghi chiese aiuto alla fata Inattesa, decise di sfidare la sua ira e la sua proverbiale permalosità  e andò a trovarla. A volte sono proprio le cose che non si sono mai fatte quelle che si rivelano più giuste.

Inattesa le aprì la porta senza rancore, in fondo non voleva fare del male alla ragazza, né alla sua famiglia, voleva dare loro una lezione: bisogna fare i conti con gli imprevisti, anche le cose che non ci piacciono fanno parte della vita, anche l’incontro con una fata Inattesa che può gettare scompiglio. Ma da tutti i dirupi si può risalire e così le due si misero al lavoro insieme per aiutare la famiglia reale.

Parlarono con la ragazza e con la famiglia al completo,Aurora scoprì che quella fata che le avevano sempre dipinto come cattiva era solo burbera e spinosa, ma forse la si poteva accettare per quello che era, d’altronde anche la sdolcinatezza di Flora, Fauna e Serena le era venuta a noia. I suoi genitori la facevano arrabbiare perché non sapevano mai come comportarsi, rinforzavano a vicenda le proprie incertezze  e lei riusciva ad esprimersi solo esplodendo all’improvviso, soprattutto con la mamma.

La frequentazione con le due fate così diverse tra loro permise alla famiglia reale di costruire una storia differente da quella che si erano sempre raccontati: forse Inattesa non era così cattiva e forse davvero voleva insegnare loro qualcosa sulla vita.

A poco a poco Aurora scoprì quella forma di amore eterno che non conosceva e che non tutti conoscono nella vita: l’amore per se stessi, l’accettazione di ciò che si è, con tutte le luci e le ombre e la responsabilità per la propria vita, che non si può condividere con nessuno, nemmeno con i propri genitori.

Aurora lo scoprì per sé, ma anche i suoi genitori iniziarono a poter pensare che solo la figlia poteva essere responsabile del proprio destino, esattamente come loro, ognuno di loro: impararono prima ad essere coppia e poi si riscoprirono individui, con tutte la gamma di emozioni a loro disposizione.

In questa storia non c’è un principe  e nemmeno un bacio, ma è comunque una storia d’amore: l’amor proprio.

Non sappiamo se ci sarà un lieto fine perché le cose ormai si sono messe in movimento e alle cose in movimento non basta un banale “e vissero tutti felici e contenti”.

Sappiamo che vissero ognuno la sua vita e tanto basta!

Maria Grazia Rubanu