di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Una bella addormentata sui generis. Una favola sull’anoressia – PRIMA PARTE

Questa favola nasce dall’incontro tra una giovane quasi-terapeuta e una famiglia con figlia anoressica.

Pensando all’anoressia la prima immagine che mi viene alla mente è quella dell’immobilità, del tempo sospeso, per usare le parole di Luigi Onnis (2004)[1]. L’immagine è quella di una ragazza per la quale il tempo si ferma: tutto si immobilizza per lei e per tutti coloro che le stanno accanto.

È nata così l’idea di rileggere in modo differente la favola de La bella addormentata che tanto mi piaceva da piccola per i meravigliosi colori delle sue immagini, per la bellezza della figura della fata madrina e per quel principe, sempre bello e biondo. Una favola che mi ha poi tanto infastidito da adolescente e da giovane donna per la rappresentazione statica di questa figura femminile immobile, in attesa di un qualcosa di esterno che la risvegliasse.

Forse questo è un modo per fare pace con quella favola, ridando nuovi significati alle persone e ai fatti e tenendo come punto fermo il nome della protagonista: Aurora.

Ci sono degli aspetti che rimandano alla famiglia che ho incontrato, perché è pensando a loro che l’ho scritta. Ho dato alla ragazza una sorella, che nella storia originaria non c’è e che si chiama Gaia, ad esemplificare un maggiore “contatto con la terra”, ovvero con l’ambiente esterno, mentre i genitori di Aurora si chiudono nel loro castello e si fermano, nella stessa immobilità della figlia. E c’è anche la figura di un nonno, al quale la protagonista era molto affezionata e che viene a mancare, cosa realmente successa nella famiglia.

C’erano una volta  un re e una regina che vivevano in un reame incantato. Desideravano tanto avere dei figli ed un bel giorno il loro desiderio venne realizzato: venne al mondo una bellissima bambina che fu chiamata Aurora, come la dea  che si rinnova ogni mattina all’alba e vola attraverso il cielo, annunciando l’arrivo della mattina. Per loro rappresentava la luce nelle loro vite.

A festeggiare il suo battesimo vennero invitate tutte le persone più importanti del regno, anche i sovrani del reame vicino che, avendo un figlio maschio, già pensavano di suggellare con un bel matrimonio l’amicizia tra i reami.

Vennero invitate anche le fate dei boschi, che in  quanto madrine, fecero dei meravigliosi regali alla bambina:  Flora con un colpo della sua bacchetta le infuse bellezza eternaFauna la saggezza.

Quando arrivò il turno della fata Serena una folata di vento avvolse tutti e comparve Inattesa, considerata da tutti una fata molto cattiva (di quelle che normalmente vengono chiamate streghe) e che per questo motivo non era stata invitata.

Inattesa si avvicinò alla bambina e fece il suo incantesimo: “non avete tenuto conto della mia presenza, le cose non sempre vanno come voi le immaginate e le sognate, per farvi capire che non tutto si può controllare quando Aurora avrà 16 anni la sua vita si interromperà.”

Tutti si fermarono, terrorizzati, l’unica che riuscì a reagire fu la fata madrina Serena, a lei, per tradizione spettava il compito di donare l’amore eterno e così la fata buona disse:

“non posso annullare l’incantesimo di Inattesa, ma posso senz’altro modificarlo: piccola Aurora la tua vita interrotta non sarà equivalente alla morte, ma ad un lungo sonno, dal quale ti risveglierai quando incontrerai l’amore più grande, l’unico che una volta incontrato non ha mai fine.”

Non disse in modo esplicito che non si trattava di un principe, né di un cacciatore, insomma non si trattava dell’amore di un uomo ma di quello di una donna per sé stessa.

I sovrani vissero cercando di proteggere quella piccola da tutti i pericoli, ma non erano mai sereni, perché l’alone di quell’incanto nefasto era sempre nelle loro menti.

Quando Aurora aveva 3 anni venne al mondo una sorellina: Gaia, con il nome della terra, i suoi vollero chiamarla così in modo da augurarle concretezza e stabilità.  A differenza del nome della sorella, che era si portatore di luce, ma una luce che scompariva ogni sera per tornare al mattino.

Questa volta al battesimo oltre alle fate buone venne invitata con tutti gli onori anche Inattesa che, ancora offesa dalla nascita di Aurora, non degnò i sovrani della sua presenza.

La nascita della sorella portò il sorriso per un po’, ma poi periodicamente un velo di tristezza ricadeva sui genitori.

Aurora non sapeva nulla dell’incantesimo, sentiva solo un grande amore nei suoi confronti, un grande amore che con il passare degli anni diventava un peso.

 Nella sua famiglia si parlava sempre con toni pacati (i re temevano che la rabbia o le liti potessero avvicinare il momento che attendevano e temevano di più). Non si poteva litigare e Aurora si adeguava a questo modo di fare perché non ne conosceva un altro e perché temeva di non essere più amata se si fosse comportata diversamente. Ogni tanto sentiva la madre piangere nella sua camera e non sapeva spiegarsi il perché, così pensava che fosse triste anche per colpa sua. Anche il padre a volte si comportava in modo strano, cambiava umore, ma poi fingeva che tutto andasse bene. Ad Aurora sembrava che tutto succedesse solo con lei e che la sorella Gaia, fosse trattata in modo diverso, più naturale … a poco a poco si convinse che qualcosa in lei non andava…

Maria Grazia Rubanu

CONTINUA…

[1] ONNIS, L., Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società, Franco Angeli, Milano, 2004.