di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

L’anoressia

AnoressiaL’anoressia nervosa è una patologia che nel DSM IV è contenuta nel capitolo dedicato ai disturbi dell’alimentazione.

La prima manifestazione di questo disturbo avviene in media attorno ai 17 anni di età , con due picchi rispetto alla frequenza di esordio, uno intorno ai 14 anni e l’altro attorno ai 18.

Si tratta di un tipo di disturbo connotato da una forte influenza culturale, ha una netta prevalenza nei paesi occidentali industrializzati, nei quali la magrezza è un valore socialmente desiderabile.

Il 45% delle ragazze di età  compresa tra i 15 e i 35 anni hanno un disturbo del comportamento alimentare (Giusto, Spinetti, 2002).
L’anoressia nervosa, nonostante l’interesse suscitato nei secoli, basti pensare ai digiuni delle cosiddette sante anoressiche, rimane ancora oggi un enigma interpretativo. Di certo colpisce con maggiore frequenza le donne, con un rapporto che va da 10:1 a 20:1. Vandereycken e Van Deth l’hanno definito “il rapporto tra i sessi più squilibrato tra tutti i disturbi psichiatrici” (1999).

È una patologia che investe mente e corpo, che coinvolge l’infanzia e la vita adulta, per questo Hilde Bruch (1977) l’ha definita un enigma di difficile descrizione con il linguaggio medico e psichiatrico.

Dal punto di vista etimologico il termine anoressia deriva dal greco orego, un verbo che significa desiderare, preceduto dal prefisso negativo “a”. Il significato letterale rimanda ad un mancanza di desiderio piuttosto che ad una disposizione al rifiuto del cibo.
Secondo una lettura puramente psicanalitica “Non mangiare significa purificarsi dal senso di colpa per l’odio che sprizza fuori dal rapporto con la madre dalla quale si è tremendamente dipendenti” (Bruno, 1983).

Hilde Bruch porta avanti un tentativo di inquadrare le componenti contestuali dell’anoressia e la definisce come qualcosa che va storto nei primi processi interpersonali e nelle prime esperienze della ragazza anoressica, portando ad un’alterazione della sua capacità  di distinguere la fame da altri stati di bisogno corporeo o da condiziono emozionali. “Se ai suoi bisogni e impulsi, inizialmente piuttosto indifferenziati, sono mancati conferma e rafforzamento o se le risposte sono state contraddittorie o imprecise, il bambino crescerà  pieno di perplessità  ogni qualvolta tenti di distinguere i suoi disturbi nel campo biologico delle esperienze emotive e interpersonali e tenderà  a interpretare erroneamente le deformazioni del suo concetto del proprio corpo come effetto di fattori esterni. Sarà  così un individuo privo del senso del suo essere una creatura a sé, il cui io avrà  “confini indistinti” e che si sentirà  impotente in balia a forze esterne” (Bruch, 1973, p. 63-64).
Il tentativo di inserire l’anoressia in un contesto interpersonale è apprezzabile, ma ancora foriero di alcuni limiti: le interazioni osservate sono solo quelle tra madre e bambino e sono focalizzate sul passato, sull’interiorizzazione dell’interpersonale come fenomeno intrapsichico. Ancora non si analizzano le interazioni tra il paziente e la famiglia.

La nostra lettura va oltre la diagnosi nosografica e lo sguardo psicoanalitico e si apre al relazionale.

“Il modello sistemico postula che certi tipi di organizzazione familiare siano strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di sindromi psicosomatiche nei bambini e che i sintomi del bambino psicosomatico a loro volta giochino un ruolo importante nel mantenimento dell’omeostasi della famiglia [“¦]. Il modello sistemico richiede un salto notevole: accettare che dipendenza e controllo, attrazione, aggressione, simbiosi ed evitamento, siano ben più che introiezioni. Che siano interazioni interpersonali nel presente. L’unità  psicologica non è l’individuo, ma l’individuo nei suoi contesti sociali significativi” (Minuchin, 1978, p. 27).

Il primo cambiamento di sguardo sta proprio nella possibilità  di ampliare la diagnosi nosografica e di analizzare una realtà  più complessa costruendo, attraverso il processo, una diagnosi relazionale.
La diagnosi dunque non è che uno dei possibili modi di punteggiare la realtà . Non è più utile chiedersi se la patologia esiste o no, mentre è più funzionale andare oltre tutte le dicotomie: psichico/somatico; normale/patologico; emotivo/cognitivo, etc”¦
Questo non vuol dire che si debba trascurare l’importanza del DSM, che permette a persone con formazione differente di condividere lo stesso linguaggio.

Riferimenti bibliografici
GIUSTO, G. & SPINETTI, G., (Ed.). (2002). Il trattamento integrato dei disturbi del comportamento alimentare. La Redancia Edizioni
VANDEREYCKEN, W., VAN DETH, R. (1999). Dalle sante ascetiche alle ragazze anoressiche. Il rifiuto del cibo nella storia. Feltrinelli.
BRUCH, H. (1973). Eating Disorders, Obesity, Anorexia nervosa, and the Person within. Milano: Feltrinelli. Tr. It. 1977.
MINUCHIN, S. (1978). Famiglie psicosomatiche. L’anoressia mentale nel contesto familiare. Roma: Astrolabio. Tr. It. 1980.