di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La testa e la pancia dello psicologo. Giovani terapeuti crescono

 Nell’incontro con la famiglia, all’interno della stanza di terapia, nell’esperienza di formazione di un giovane terapeuta sistemico ci si ritrova, ad un certo punto del percorso, a dover ascoltare le proprie emozioni.

 

È per questo che il terapeuta può coltivare con cura la relazione tra testa e pancia: nella testa può custodire le teorie di riferimento dei vari autori e nella pancia le proprie emozioni come persona. Affinché queste due parti possano comunicare c’è bisogno di fiducia in se stessi, quella fiducia che un terapeuta acquisisce solo passando attraverso l’esperienza, attraversando la paura del giudizio, la paura del fallimento, la paura di non essere all’altezza e tante altre paure che fanno da corollario.

 

Ciò che alcune volte inizialmente può sfuggire al giovane terapeuta è che il processo della terapia familiare ruota intorno a relazioni e non ad interventi tecnici o ad astrazioni teoriche.

 

Come dice Whitaker “Teoria e tecnica prendono vita e forma soltanto quando sono filtrate attraverso la persona del terapeuta” (1988, p.31)[1].

Sempre Whitaker suggerisce che quando lo strumento principale del terapeuta è se stesso prima di rinforzarci con l’armatura di teorie e tecniche che offrono protezione quando viene meno il coraggio, è vitale dare un’occhiata al nostro mondo di valori e di orientamenti.

 

Dunque ciò che dobbiamo capire, come persone e come terapeuti, è la vita e noi stessi, cercando di creare un collegamento con i nostri impulsi, intuizioni e associazioni e “solo dopo aver lottato con noi stessi avremo la facoltà di portare la nostra persona, e non solo la nostra uniforme di terapeuta, nella stanza della terapia” (Whitaker, 1988[2]).

 

Dobbiamo tener conto che quando incontriamo una famiglia le idee, i concetti e le associazioni che usiamo sono quelle che appartengono sia a loro che a noi. Un terapeuta nel suo percorso formativo vive un esperienza molto simile a quella che vive una famiglia che intraprende una terapia sistemica e cresce all’interno di un processo evolutivo.

 

La capacità di poter riconoscere tali associazioni è legata alla misura in cui un terapeuta conosce se stesso, alla capacità di sintonizzarsi con i propri processi interiori.

 

Il monitoraggio che la persona può mantenere tra la testa e la pancia serve a raggiungere questo obiettivo.

La vera crescita emotiva ha luogo soltanto come risultato dell’esperienza.

 

Ovviamente tutto questo non avviene in un tempo breve, ma è un processo che inizia all’ingresso del primo anno di scuola di specializzazione e che si sviluppa nel tempo.

 

Ora mi sento di poter rispondere alla domanda che mi ponevo all’inizio del mio percorso formativo, come si fa a crescere? È come il raggiungimento di uno stato di equilibrio tra appartenenza e differenziazione.

 

 La crescita è un processo continuo nel quale si tende senza sosta a livelli più grandi di appartenenza e al tempo stesso di maggiore differenziazione.

 

Questa oscillazione in avanti e all’ indietro crea la flessibilità di espanderle e svilupparle entrambe. Quanto più abbiamo il coraggio di appartenere, tanto maggiore sarà la nostra libertà di essere indipendenti. Più è grande la nostra capacità di differenziarci, più saremo liberi di appartenere (Whitaker, 1988). 

 

Arrivato a questo punto che il terapeuta si sentirà libero di entrare in relazione con la famiglia senza la “maschera”, perché non ha più paura di quello che non conosce di sé, ma è guidato dalla voglia di scoprirlo e di sentire vibrare nuove corde che vengono mosse nella relazione che si instaura con la famiglia.

 

Melania Cabras


[1]Whitaker C., Bumberry W. M., Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperenziale, 1988, Astrolabio.

[2] ibidem