di Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

La complessità  delle famiglie

Complessità La complessità  prima e fondamentale della famiglia risiede nell’associare al suo interno sia l’idea di unità , sia quella di diversità  e molteplicità , in quanto essa è un tutto che prende forma nello stesso tempo in cui si trasformano i suoi componenti. In tal senso è una unità  complessa e organizzata. La specificità  della famiglia risiede nella sua capacità  di organizzare relazioni e dare ad essa significati. L’organizzazione familiare è quella sistemazione di relazioni tra individui, che produce una unità  complessa, dotata di qualità  inesistenti al livello dei singoli componenti. Essa connette in maniera complementare individui diversi, che diventano parte di un tutto, garantendo solidarietà , solidità , stabilità  ai legami.
La caratteristica della complessità  familiare emerge attraverso una modalità  data dalla interconnessione tra i vari sottosistemi e soprasistemi del sistema familiare. Tali pattern di interconnessioni tra sottosistemi e tra diversi livelli (intesi come livelli strutturali di composizione della famiglia, ripreso dal modello minuchiano) formano una rete di interazioni organizzata secondo diversi gradi di complessità . Quando una famiglia fa una richiesta di terapia è possibile che un componente (paziente designato) e l’organizzazione degli altri membri intorno ad esso si siano “fossilizzati” in un ruolo producendo un blocco evolutivo generale. La specializzazione delle funzioni dei membri, ossia la fissità  dei ruoli che i membri possono assumere all’interno della famiglia e il funzionamento della famiglia nel suo insieme, portano alla semplificazione della lettura del sistema diminuendo la portata della loro complessità , portando così una unilateralità  che induce la famiglia ad arrivare in terapia con una unica visione della loro storia.
Whitaker ci dice che “Nell’incontro con la famiglia bisogna tener conto che quando una famiglia avvicina un terapeuta, tutti i membri vogliono la convalida dei loro punti di vista personali. Benché questo sia un’esperienza che li liberi dalle prospettive bloccate che essi stessi hanno sviluppato. Gli serve l’opportunità  di vedere la propria famiglia sotto una luce più complessa, di lasciar perdere le dicotomie distorcenti buono/cattivo verso le quali sono regrediti. In definitiva, gli serve la disgregazione del loro stato di benessere, la libertà  di sviluppare il tipo d’ansia necessario ad alimentare uno sforzo massiccio di crescita. Penso a questo concetto come a un fertilizzante ad elevato potenziale; magari non profuma, però è indispensabile per la crescita ottimale” (Whitaker, 1988, p. 33).
La diagnosi psicologica fissa sia i particolari sia le leggi generali, è categoriale e dimensionale, multidimensionale, multistrumentale e complessa per definizione, “il metodo della complessità  ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità , di pensare con la singolarità , con la località , con la temporalità , e di non dimenticare mai le totalità  integratrici” (Morin, 1985, p.59).
Dunque la complessità  ci permette di non abbandonare le parti per il tutto, ma di sostituire una spiegazione lineare ad una spiegazione in movimento, circolare, per giungere ad una comprensione dell’insieme, spostandosi continuamente dalle parti al tutto e dal tutto alle parti (Morin, 1985).